Fu dapprima il favorito di Ludovico il Moro e di Beatrice d'Este, quindi di Luigi XII e Francesco I di Francia, nonché nemico giurato di Gian Giacomo Trivulzio.
Biografia
Fu figlio quartogenito (sopravvissuto) del famosissimo condottiero napoletano Roberto Sanseverino, 1º conte di Caiazzo, e della sua prima moglie Giovanna da Correggio, nobildonna emiliana figlia di Giovanni di Gherardo VI. Per nulla chiara è la data di nascita, da collocarsi comunque attorno al 1460 e forse a Milano, dove si trovava sicuramente la madre Giovanna negli anni 1458-59, in attesa del ritorno del marito dal suo pellegrinaggio in Terrasanta. Solo sul finire dell'anno 1460 la famiglia poté rimpatriare nel regno di Napoli.
Compì le sue prime esperienze militari nella compagnia del padre Roberto e nel 1475 ottenne, insieme ai fratelli maggiori, la sua prima condotta al soldo di Firenze.
Al servizio di Milano Nel giugno del 1483, nel corso della Guerra del Sale, Galeazzo e il fratello Gianfrancesco disertarono la condotta veneziana del padre Roberto ed entrarono al servizio del duca di Bari, poi duca di Milano, Ludovico il Moro, nonostante il padre gli fosse acerrimo nemico. Poco dopo anche due dei fratellastri, Giorgio detto Faccenda e Ottaviano, li seguirono. Gli altri due fratelli, Fracasso e Antonio Maria, rimasero invece fedeli al padre, e solo dopo la morte di Roberto, nel 1489, passarono al Moro. Quest'ultimo guadagnò in sostanza al proprio servizio tutti i figli del grande nemico, stimati fra i migliori condottieri della penisola.
Genero del Moro Galeazzo in particolare divenne subito il prediletto di Ludovico, il quale dovette certo riconoscerne le ottime qualità cortigiane, e da questo momento cominciò per lui una carriera in perenne ascesa, oltreché a diffondersi la sua fama. Di origini meridionali ma senza patria, a lui allude il cronista Andrea Prato, quando rimprovera a Ludovico le sue cattive scelte:Cronache milanesi, Volume 1, Gio. Pietro Vieusseux, 1842, pp. 256-257.
Già nel 1485 egli godeva della massima stima da parte di Ludovico, il quale lo chiamava "figliolo" e lo elogiava continuamente, dichiarandolo innocente delle colpe paterne. Annunciava inoltre che nessuno doveva meravigliarsi se lo aveva reso grande, poiché lo avrebbe reso ancora maggiore, e infatti già in quel tempo gli aveva promesso in moglie l'unica figlia femmina Bianca Giovanna, che aveva all'epoca tre anni.Carteggio degli Anziani, MCCCCLXXIII-MCCCCLXXXXII. Archivio di Stato (Lucca), Benedetti, 1943, p. 302.
Alla morte di Pietro dal Verme, che si disse avvelenato su commissione dello stesso Ludovico, l'intero stato del defunto - a eccezione di Bobbio, che andò in dote a Bianca Giovanna - fu devoluto a Galeazzo, che divenne così signore di Voghera, Rocca d'Olgisio, Zavattarello, Castel San Giovanni e Pieve di Incino.Bernardino Corio, Historia di Milano, 1586, p. 1016.
Nel 1486 re Ferrante d'Aragona dette istruzione al proprio ambasciatore milanese di salutare da parte sua Galeazzo, riferendogli di avere avuto notizia "delle virtù sue, delli suoi buoni portamenti, et della affectione grandissima che ce porta" e dicendosi disposto a fargli volentieri qualche beneficio, qualora ne fosse capitata occasione.Regis Ferdinandi Primi Instructionum liber. 1486-1487, a cura di Scipione Volpicella, p. 130.
Nel 1488 fu mandato in soccorso di Caterina Sforza asserragliata nella Rocca di Ravaldino a seguito della congiura degli Orsi. Dopo aver liberato la città, tornato a Milano, fu nominato capitano generale dell'esercito sforzesco.Bernardino Corio, L'Historia di Milano, Giorgio de' Cavalli, 1565, p. 1025. La nomina parrebbe essere stata un riconoscimento per l'ardore con cui, l'anno prima, Galeazzo aveva difeso gli interessi di Ludovico gravemente ammalato, impedendo agli altri nobili del consiglio di condurlo fuori dal castello nel timore che una sua improvvisa morte desse origine a sedizioni..
Questa prevaricazione attirò addosso a lui e a Ludovico l'odio implacabile di Gian Giacomo Trivulzio, e più in generale l'invidia degli altri fratelli. Una forte inimicizia ebbe pure col marchese di Mantova Francesco Gonzaga, sempre per le stesse ragioni: la condotta milanese del marchese, infatti, terminò proprio al principio del 1489, poco dopo che Galeazzo aveva ottenuto il titolo di capitano generale. A quest'ultimo allude con ogni probabilità Floriano Dolfo, in una lettera piena di volgarità scritta nel 1496, quando dice al marchese Francesco di lodare la sua decisione, presa anni prima, di passare al servizio della Signoria di Venezia, in quanto un "cerse - ossia un organo genitale - de uno cavallo che sperone non teme, né sferza" aveva sciolto il vincolo parentale che legava Francesco al Moro, essendo infatti i due cognati.
Ricoperto di benefici e incaricato sovente di missioni delicatissime da parte del Moro, il quale se ne fidava ciecamente, nel 1489 venne ufficializzato il matrimonio con la figlia illegittima - per l'occasione legittimata - di Ludovico: Bianca Giovanna. Quest'ultima era all'epoca ancora bambina (aveva sette anni), pertanto il matrimonio rimase puramente nominale, divenendo poi effettivo solamente nel 1496, quando la ragazza compì i quattordici anni. Col matrimonio egli venne investito dei possedimenti delle contee di Bobbio, Castel San Giovanni, Val Tidone e Voghera. Sempre negli stessi anni gli venne donato il castello di Mirabello.
La nuova duchessa Quando al principio 1491, dopo dieci anni di fidanzamento, Ludovico prese infine in moglie la giovanissima Beatrice d'Este, Galeazzo seppe con la propria affabilità e il proprio naturale fascino guadagnarsi il favore della nuova duchessa, divenendo il suo più fedele servitore in perpetuo. Non di rado li si ritrova insieme negli quotidiani divertimenti della corte, come pure in faccende di maggiore importanza..
Così ad esempio, in quei mesi, Beatrice scrive alla sorella: "omne dì lo Ill.mo m[esser]. Galeatio et io, cum alchuni altri de questi cortesani, prehendimo piacere al giocho de la balla et mayo dappoi el disnare".
In quella stessa occasione Galeazzo fu il principe della giostra tenutasi tra il 26 e il 28 gennaio a coronamento delle nozze del Moro, della quale fu proclamato vincitore. Egli si presentò, il primo giorno, con un costume mostruoso: aveva in capo un elmo dorato dal quale spuntavano lunghe corna a tortiglione e un lunghissimo serpente alato, mentre il suo cavallo era coperto di squame d'oro decorate a occhi di pavone. Lo accompagnava una turba di uomini travestiti da selvaggi. Il terzo giorno invece, al momento di giostrare, egli risplendeva in tutto il suo fulgore; il cronista Tristano Calco così lo descrive:Festa di nozze per Ludovico il Moro, Guido Lopez, 2008, pp. 135-144.
Galeazzo riuscì a spezzare ben dodici lance in dodici assalti, il massimo del punteggio totalizzabile, e ricevette perciò il primo premio - un palio di broccato lungo trentadue braccia - direttamente dalle mani di Beatrice. Pochi giorni dopo tenne a battesimo il piccolo Francesco, primogenito dei duchi Gian Galeazzo e Isabella.Daniela Pizzagalli, La dama con l'ermellino, vita e passioni di Cecilia Gallerani nella Milano di Ludovico il Moro, Rizzoli, 1999, p. 118.
L'incertezza del nome Nelle proprie missive Galeazzo era solito firmarsi col triplo cognome Sfortia Vicecomes de Sancto Severino, o perché attraverso le nozze con Bianca Giovanna fosse stato "adottato" all'interno della famiglia Sforza - come sostiene Julia Cartwright - o per via della propria discendenza da Muzio Attendolo.
Una serie di lettere scritte in questo periodo alla marchesa Isabella d'Este contengono una curiosa e interminabile disputa su chi fosse il miglior paladino: Orlando o Rinaldo, nonché il racconto di una gita compiuta da Beatrice d'Este a Cusago e dei molti divertimenti della nuova duchessa. Queste lettere contengono però la sola firma Galeaz Sfortia Vicecomes armorum capitaneus. Ciò generò qualche confusione fra gli storici, poiché esistette almeno un altro Galeazzo Visconti (1455-1531) suo contemporaneo, detto anche "messer Vesconte", anch'egli cortigiano amico dei duchi e conte di Busto Arsizio.
Il nome compare più volte nelle cronache e nelle lettere e non è possibile stabilire se si trattasse sempre della stessa persona o di differenti. L'incertezza risiede nella variabilità dei nomi con cui all'epoca era possibile indicare una medesima persona: lo stesso Ludovico Sforza viene talvolta menzionato come "Ludovico Vesconte" e non era d'obbligo nelle lettere firmarsi col cognome completo. Permane il dubbio sull'identità del mittente delle lettere alla marchesa, al quale proposito occorre osservare almeno i seguenti punti:
Fu Galeazzo Visconti ad occuparsi di condurre le due sorelle d'Este da Ferrara a Pavia e a tenere loro compagnia durante l'assenza dei cortigiani milanesi, come testimoniato da altre fonti.Antonio Perria, I terribili Sforza, Longanesi et C., 1973, p. 229. Non risulta che il Visconti portasse anche il cognome Sfortia. La menzione di un fratello di nome "Gasparo", che potrebbe corrispondere a Fracasso.
Il mittente racconta di aver accompagnato la duchessa Beatrice in villeggiatura a Cusago e di essere montato insieme a lei in carretta, dove durante il tragitto cantarono più di venticinque canzoni, "facendo tante patie", quindi pescarono, cacciarono e giocarono a palla con molti altri divertimenti, tornando a Milano dopo il tramonto, tanto che - aggiunge scherzosamente - nello star dietro a Beatrice era quasi impazzito:
Godeva anche il raro privilegio del libero accesso agli appartamenti ducali, se a conclusione della lettera ricorda alla marchesa Isabella di quelle volte che, entrando nel camerino privato di Beatrice, trovava le dame ancora svestite e intente ad acconciarsi i capelli:
Figlio della Fortuna Non v'era riunione, pubblica o privata che fosse, alla quale Galeazzo non fosse presente. Egli era partecipe di tutti i segreti della famiglia ducale e, finché visse a Milano, tenne in castello quasi una corte propria. Nel comitato di reggenza, composto da tre soli elementi, che - nel caso di morte improvvisa di Ludovico - sarebbe subentrato al governo, egli si trovava al secondo posto subito dopo la duchessa Beatrice e subito prima del cardinale Ascanio, fratello del Moro.Ascanio Maria Sforza, la parabola politica di un cardinale-principe del rinascimento, volume 1, Marco Pellegrini, 2002, p. 283.
A prova degli strettissimi rapporti esistenti fra i tre, si consideri che, nel periodo di lutto per la morte della madre, Beatrice era solita consumare i pasti con la sola compagnia del marito e del genero Galeazzo, e che quest'ultimo le fu molto accanto anche quando, nel 1492, un improvviso attacco di febbri malariche mise a rischio la sua prima gravidanza.
Per l'eccezionale scalata sociale che, da figlio sconosciuto di Roberto, lo aveva portato a essere quasi un secondo duca a Milano, Galeazzo fu appellato "il figlio della Fortuna". Filippo di Comines nelle sue Memorie giustifica il fatto dicendo che Ludovico "lo teneva da figliuolo, non havendone egli per ancora de' grandi".
Non sarebbe invece da escludere un legame di natura sessuale, se - come ricordò Achille Dina, storico novecentesco - a ciò fu riferita quell'accusa di Francesco Guicciardini, il quale disse di Ludovico: "e' fu disonesto nel peccato della sodomia e, come molti dicono, ancora da vecchio non meno paziente che agente". Significativo è forse che, in linguaggio cifrato, Galeazzo fosse stato soprannominato passio, passione.Da un documento adesposta e senza data rinvenuto nell'archivio di stato di Napoli, ma datato tra il 1482 e il 1483. (Rivista delle biblioteche e degli archivi, periodico di biblioteconomia e di bibliografia, d. paleografia edi archivistica, Volumi 14-16, 1903, pp. 178-180; Archivio storico lombardo, Volume 3;Volume 32, Società storica lombarda, 1905, p. 432).