L'Alleanza Popolare per la Democrazia (APD, in thai พันธมิตร ประชาชน เพื่อ ประชาธิปไตย, Phanthamit Prachachon Pheu Prachathipatai), conosciuta anche come Alleanza di Liberazione Nazionale (in thai กลุ่มพันธมิตรกู้ชาติ, Klum Phanthamit Ku Chat) è stato un movimento politico della Thailandia. I suoi aderenti erano conosciuti anche come camicie gialle (in thai เสื้อเหลือง, Suea Lueang), per il colore dei capi indossati nelle manifestazioni, che è anche il colore simbolo del re di Thailandia. Fu un collettivo di protesta e un gruppo di pressione attivo tra il 2005 e il 2014 contro gli interessi dell'ex primo ministro Thaksin Shinawatra, che con la sua politica populistica aveva leso gli interessi della tradizionale classe dirigente e dell'élite thailandese, in particolare dell'esercito, della monarchia e della burocrazia.

Fu un movimento popolare della destra nazionale di ispirazione monarchica e conservatrice, composto in prevalenza da rappresentanti del ceto medio e della classe lavoratrice di Bangkok e delle province della Thailandia del Sud, appoggiato da alcune fazioni dell'Esercito thailandese e da membri del sindacato dei dipendenti statali. Furono frequenti gli scontri e accesa la rivalità tra l'APD e le camicie rosse del movimento Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura (FUDD), i più attivi sostenitori di Thaksin, che ha le sue roccaforti tra le classi meno abbienti della Thailandia del Nord e del Nordest.

Storia dell'APD Fondazione e prime dimostrazioni Thaksin era diventato primo ministro dopo che il suo partito Thai Rak Thai aveva vinto le elezioni politiche del 2001. Tra le leggi populiste da lui promosse che lesero gli interessi della classe dirigente di Bangkok e aiutarono le fasce più povere del popolo vi furono l'introduzione di un ticket unico di 30 baht per le visite mediche ospedaliere e la concessione di microcrediti a chi non aveva accesso ad alcun tipo di prestito. Fu quindi accusato di conflitto d'interesse per aver favorito la Shin Corporation, colosso delle telecomunicazioni thai da lui fondato prima di diventare premier. Riuscì comunque a portare a termine il mandato e a trionfare nelle consultazioni del 2005 con un margine di vantaggio mai registrato prima nella storia del Paese.

Tra i suoi alleati vi era il magnate dei media Sondhi Limthongkul, che divenne poi suo nemico quando Viroj Nualkhair, amministratore delegato della banca di Stato Krung Thai Bank, fu licenziato per le troppe perdite dell'istituto. Viroj aveva in precedenza aiutato finanziariamente Sondhi, che cominciò quindi a criticare Thaksin dal suo giornale Manager Daily e dalla sua emittente televisiva ASTV. Nel 2005 Sondhi fondò l'Alleanza Popolare per le Democrazia (APD) e raccolse adesioni contro il governo tra le comunità monarchiche, secondo le quali Thaksin spesso insultava re Bhumibol Adulyadej, in alcune aziende di Stato che si opponevano ai piani di privatizzazione del governo e nelle fazioni delle forze armate che accusavano il primo ministro di promuovere solo gli ufficiali a lui favorevoli. In seguito Thaksin vendette le sue azioni della Shin Corporation sfruttando un cavillo che gli consentì di non pagare le tasse sulla plusvalenza maturata, il movimento APD si ingrandì chiedendo pubblicamente che quelle tasse fossero pagate, malgrado l'Ufficio delle Entrate non avesse riscontrato alcuna infrazione.

Colpo di Stato del 2006 e primo scioglimento del movimento Le proteste aumentarono e nel febbraio 2006 il comandante dell'esercito Sonthi Boonyaratglin iniziò segretamente a preparare un colpo di Stato. In quel periodo vi furono grandi dimostrazioni di piazza contro Thaksin a cui parteciparono centinaia di migliaia di oppositori. Il successivo 14 luglio, l'ex primo ministro e generale in pensione Prem Tinsulanonda, presidente del Consiglio privato del re, disse ai cadetti della Regia accademia militare Chulachomklao che i militari thai devono obbedire al re e non al governo.

Il colpo di Stato militare fu messo in atto il 19 settembre 2006, quando il premier era a un summit dell'ONU a New York poco prima delle nuove elezioni.Colpo di Stato in Thailandia, "Abbiamo deposto il premier", la Repubblica, 19 settembre 2006. Thaksin rimase quindi a vivere in esilio all'estero e annunciò il proprio ritiro dalla politica.Thailandia, il premier destituito: "Presto elezioni senza di me", la Repubblica, 21 settembre 2006 Le elezioni furono annullate dalla giunta militare che abrogò la Costituzione, dissolse il Parlamento e vietò le manifestazioni di protesta, fece chiudere o censurare i media, dichiarò la legge marziale e arrestò i membri del governo. L'APD quindi si dissolse annunciando che i suoi obiettivi erano stati raggiunti. Fu eletto premier il generale in pensione Surayud Chulanont, molto vicino alle posizioni di Prem, e un tribunale nominato dalla giunta dissolse Thai Rak Thai e inibì alla politica per 5 anni 111 dei suoi membri. Fu emanata una nuova Costituzione che limitò il potere del governo e aumentò quello giudiziario, quello del Senato, metà del quale non veniva più nominato dagli elettori, e quello dell'esercito, che vide anche un aumento del proprio budget. Furono fissate nuove elezioni per il dicembre 2007.

Crisi política del 2008

Elezioni del dicembre 2007 vinte da alleati di Thaksin Nel periodo tra il colpo di Stato e le elezioni fu fatto un lavoro capillare per distruggere il potere di Thaksin e fu quindi una sorpresa la vittoria nelle consultazioni di dicembre della coalizione guidata dal Partito del Potere Popolare (PPP), in cui figuravano molti ex aderenti del disciolto Thai Rak Thai. Fu eletto primo ministro Samak Sundaravej il cui programma, non più solo populistico e personalistico, auspicava la trasformazione della Thailandia in una moderna monarchia costituzionale di tipo nord europeo, con uno Stato sociale più attento ai bisogni dei ceti più poveri. Fu progettata una riforma agraria a beneficio dei contadini ed altre importanti riforme di tipo politico tra cui quella del sistema elettorale, abbandonando la prassi che prevedeva la nomina di una quota di parlamentari da parte del re, delle forze armate e di altri poteri, e introducendo un sistema maggioritario secco (first-past-the-post) e l'obbligo del possesso di una laurea per essere eletti deputati. Questi programmi si proponevano di modificare il sistema vigente che penalizzava la partecipazione attiva alla vita politica nazionale di gran parte della popolazione thailandese, specie quella degli strati medio-bassi.

Tra gli ostacoli più grandi di questi progetti vi furono la magistratura e alcune agenzie statali, che ben presto iniziarono a muoversi contro il governo. Fu nominata una commissione per investigare sulle elezioni che nel giro di un mese denunciò per brogli elettorali diversi deputati del PPP, tra cui il vice di Samak. Malgrado alcuni dissidenti al suo interno sostenessero che indagava senza ascoltare i testimoni in favore degli accusati, la commissione continuò il suo lavoro ed ottenne risultati che avrebbero consentito di dissolvere il partito nel dicembre 2008 alla Corte costituzionale, i cui membri erano noti oppositori di Thaksin e vicini alle posizioni dell'esercito. L'esercito protesse il Comitato per il controllo degli assetti finanziari, un'emanazione della giunta militare il cui operato ebbe come principali bersagli Thaksin e i suoi alleati. In aprile la commissione nazionale contro la corruzione costrinse alle dimissioni il ministro della Sanità per aver denunciato con un mese di ritardo l'assetto finanziario della moglie. A fine mese un vice-ministro del Commercio fu a sua volta destituito per aver dichiarato in modo errato le proprie azioni di una compagnia privata che aveva già chiuso l'attività.

Nuove grandi proteste delle camicie gialle tra il maggio e il luglio 2008

Il governo di Sundaravej propose di cambiare la Costituzione dei militari provocando le proteste degli oppositori, che lo accusarono di tutelare gli interessi dell'esiliato Thaksin. Nel maggio del 2008 gli aderenti all'Alleanza Popolare per la Democrazia tornarono a manifestare nelle piazze, accusando tra l'altro il primo ministro di aver ottenuto concessioni d'affari dai cambogiani, dopo aver loro ceduto i territori contesi del Tempio Preah Vihear; territori che sono poi rientrati nella domanda sottoposta all'UNESCO in Québec, Canada. L'opposizione chiese il ritiro degli investimenti thai in Cambogia, la chiusura dei 40 valichi di frontiera tra i due Stati, l'annullamento di tutti i voli tra la Thailandia e gli aeroporti cambogiani, la costruzione di una base navale vicino al confine ecc. Le proteste furono guidate dal giornale del leader dell'APD Sondhi Limthongkul, che ricevette dure critiche per la sua intransigenza anche in Thailandia. La campagna anti-governativa portò alle dimissioni del ministro degli Esteri alla fine di giugno.

Quel mese le proteste ebbero nuovo slancio con i risultati delle indagini su Thaksin della Commissione per il controllo degli assetti finanziari, che gli imputarono 15 diverse irregolarità. A nulla valsero le critiche secondo cui questa commissione suggeriva alla magistratura le azioni legali da intraprendere senza esaminare le prove e i testimoni in favore degli accusati. A fine giugno il Parlamento respinse una mozione di sfiducia contro il governo presentata dalla APD, che chiese una modifica della Costituzione per ridurre il numero dei parlamentari, una scelta che avrebbe delegittimato di fatto la popolazione rurale, vista dalla APD non sufficientemente educata per dare il proprio voto. Il 30 giugno, il quotidiano Nation di Bangkok pubblicò un editoriale molto critico nei confronti della APD, accusandola di aver utilizzato la disputa su Preah Vihear durante la campagna elettorale contro il governo.

Nuove proteste dell'opposizione furono suscitate dal tribunale che in luglio emise la sentenza di tre anni di detenzione per la moglie di Thaksin con l'accusa di evasione fiscale. Il 25 agosto un tribunale dispose il sequestro di 2 milioni di dollari dal patrimonio dell'ex premier, scatenando la reazione delle opposizioni. Durante tutto il periodo di crisi rimasero sostanzialmente impunite le azioni violente di cui si resero responsabili i membri dell'APD, che una volta fermati dalle forze dell'ordine venivano scagionati o rilasciati su cauzione e potevano tornare in prima linea nelle dimostrazioni.

Assedio del palazzo di governo

La crisi si aggravò il 26 agosto quando le camicie gialle dell'APD occuparono il terreno su cui sorge il palazzo di governo, costringendo il primo ministro a non utilizzarlo. Altri gruppi attaccarono la sede dell'emittente televisiva National Broadcasting Services of Thailand, e gli uffici di tre ministri, e bloccarono alcune delle maggiori arterie stradali della capitale. Il primo ministro Samak rifiutò di dimettersi ma scelse di non usare la violenza contro i manifestanti, che occuparono il palazzo di governo malgrado alcuni mandati di arresto contro loro dirigenti e l'ordine di evacuare da parte del tribunale civile. Il giorno 29 vi furono scontri tra i manifestanti e la polizia, che non riuscì a disperderli.

Il 29 agosto il sindacato dei ferrovieri vicino alla APD mise in atto uno sciopero che fece annullare diversi trasporti su treni. Altri dimostranti APD bloccarono gli aeroporti di Hat Yai, Phuket e Krabi, che furono riaperti tra il 30 e il 31. Il sindacato degli statali minacciò scioperi degli addetti alle forniture di acqua, energia elettrica, trasporti pubblici e comunicazioni, nonché degli ufficiali di polizia e degli uffici governativi. Nel frattempo cominciarono a riunirsi nella centrale piazza Sanam Luang le camicie rosse filo-governative del Fronte Unito per la Democrazia contro la Dittatura (FUDD).

Stato di emergenza in settembre