Il colpo di Stato del 30 dicembre 1947 (noto nella storiografia comunista come proclamazione della Repubblica Socialista di Romania, Festa della Repubblica o abdicazione del re) è l'azione che ebbe luogo tra il 30 dicembre 1947 e il 3 gennaio 1948 da parte dei comunisti rumeni, supportati dalle truppe sovietiche occupanti, che costrinsero il re Michele I ad abdicare. I golpisti proclamarono la Repubblica Socialista di Romania in violazione della Costituzione in vigore, mentre la famiglia reale andò in esilio, il quale è durato fino al 1997.
Il 30 dicembre 1947 segnò l’instaurazione della Repubblica Socialista di Romania con la rimozione degli ultimi limitati ostacoli al cambiamento di regime: la Costituzione democratica del 1923, il Governo monarchico e la persona del re.
I cambiamenti politici provocati dal colpo di Stato avvennero senza l'approvazione della nazione rumena, che non venne consultata tramite referendum.
Situazione politica del Paese Il 23 agosto 1944 la Romania ruppe l'alleanza con la Germania nazista nella seconda guerra mondiale, e si schierò con i Paesi alleati occidentali: Regno Unito, Francia e Stati Uniti d'America. Il regime del maresciallo Ion Antonescu, leale ad Adolf Hitler, venne improvvisamente rimosso e sostituito da un nuovo governo guidato dal generale Constantin Sănătescu, e la politica estera venne reindirizzata. Il cambiamento venne fatto su iniziativa di re Michele e di un piccolo gruppo di stretti collaboratori. Dopo la realizzazione del golpe, il sovrano godette del massiccio sostegno di numerosi partiti politici (Partito Nazionale Liberale, Partito Nazionale Contadino, Partito Socialdemocratico e una piccola parte del Partito Comunista Rumeno), delle Forze Armate e della stragrande maggioranza delle persone. I vantaggi di tale cambiamento erano molti: la rapida uscita da una guerra già persa, la limitazione delle perdite umane e materiali, l'ottenimento di condizioni più favorevoli per la pace e la mancata trasformazione del territorio del Paese in un teatro di guerra.
Tuttavia, l'atto del 23 agosto 1944 ebbe come conseguenza l'entrata dell'Armata Rossa nel Paese, che non poté essere evitata. I sovietici entrarono in Romania come alleati e, dopo il 23 agosto, non si verificò alcuna ostilità tra l'esercito rumeno e quello sovietico.
Il 2 aprile 1944, cioè poco prima di cambiare schieramento, il ministro degli Esteri sovietico Vjačeslav Michajlovič Molotov disse che se il Regno di Romania avesse accettato le condizioni dell'armistizio imposte dagli Alleati, l'Armata Rossa non avrebbe cercato di cambiare il regime politico quando fosse entrata nel Paese.
Dopo il 23 agosto, il re e il governo di Constantin Sănătescu reintegrarono con molta difficoltà la Costituzione democratica del 1923 e il regime democratico parlamentare, consentendo il normale funzionamento dei partiti politici che erano stati ufficialmente disciolti sotto Antonescu. Il rispetto della tregua venne supervisionato dalla Commissione alleata di controllo, a guida sovietica e con sede a Bucarest, che comprendeva un rappresentante statunitense, uno britannico e uno sovietico. Tuttavia, a causa dell'occupazione militare del Paese da parte sovietica e dell'accordo percentuale, il quale era sconosciuto dal Regno di Romania in quel momento, la delegazione sovietica prevalse, e la politica degenerò rapidamente nella violenza e nella dittatura di stampo stalinista.
Il 6 marzo 1945, il rappresentante sovietico Andrej Januar'evič Vyšinskij impose al re, con la minaccia della forza militare, di sostituire il governo guidato dal generale Nicolae Rădescu con un governo fantoccio dominato da comunisti filo-sovietici e guidato da Petru Groza.
Nell'agosto del 1945, a causa dei numerosi abusi del governo di Groza, il re chiese le sue dimissioni. Per la prima volta nella storia costituzionale della Romania, un governo si rifiutò di lasciare il potere su richiesta del sovrano. Come risultato, tra l'agosto del 1945 e il gennaio del 1946 il re innescò lo "sciopero reale". Re Michele I rifiutò infatti di firmare le leggi emanate dal governo di Groza. La Costituzione del 1923 prevedeva che il potere legislativo fosse esercitato collettivamente dal re e dall'Assemblea legislativa. Per entrare in vigore, le leggi necessitavano della firma reale. In tal modo, il re non violò i suoi poteri, poiché l'articolo 88 della Costituzione affermava, tra le altre cose, che il re "può rifiutare di firmare".
L'8 novembre 1945, festa dei Santi Arcangeli Michele e Gabriele e onomastico del re, nella piazza del Palazzo di Bucarest si tenne una grande manifestazione pro-monarchica, in cui la popolazione - soprattutto studenti e membri dei partiti tradizionali - pacificamente espresse l'insoddisfazione verso il regime comunista e supporto al giovane sovrano, considerato l'ultimo garante della democrazia. In questa occasione si svolse una manifestazione operaia organizzata dal Blocco Democratico Nazionale, che perpetrò numerose violenze a cui i pro-monarchici risposero. Questo grave fatto offrì alle autorità di polizia filo-governative il pretesto per arrestare numerosi manifestanti anticomunisti e di imprigionarli anche per due anni senza alcuna chiara accusa legale nei loro confronti. Almeno di loro erano ancora in carcere nel dicembre del 1947, e la loro vita venne utilizzata come "merce di scambio" per ricattare il re e costringerlo a firmare l'atto di abdicazione.
Il 19 novembre 1946 in Romania si tennero le elezioni generali. Avvennero brogli elettorali da parte dal governo di Groza: al posto del Partito Nazionale Contadino, reale vincitore (con il simbolo elettorale dell'"occhio"), venne dichiarato vincitore il Blocco Democratico Nazionale (contenente il Partito Comunista e molti altri partiti satelliti e con il simbolo elettorale del "sole").
Nel luglio del 1947 ebbe luogo la messa in scena di Tamassu: i leader del Partito Nazionale Contadino furono arrestati con l'accusa di voler fuggire in un Paese straniero. A novembre, il Partito Nazionale Contadino venne sciolto, e il Partito Nazionale Liberale, incapace di funzionare, si dissolse da solo.
Gli unici ostacoli rimasti al pieno potere del regime comunista erano la Costituzione del 1923 e la monarchia.
Eventi del 30 dicembre 1947 Il re Michele e la regina madre Elena avevano ricevuto l'invito a partecipare al matrimonio della principessa Elisabetta del Regno Unito e di Filippo Mountbatten fissato per il novembre del 1947. Come di consueto, per rispondere all'invito, il re chiese il permesso al governo di Groza che, con sua grande sorpresa, glielo concesse con fretta e sollecitudine. I due partirono il 12 novembre 1947 da Baneasa in un aereo pilotato alternativamente dal comandante Traian Udriski e dallo stesso re. La partenza avvenne di fronte a tutti i ministri molto entusiasti: molto probabilmente, i comunisti speravano che il re sfruttasse questa opportunità per non tornare nel Paese.
Durante le cerimonie - che durarono quasi un mese - la famiglia reale rumena visse al Claridge's Hotel di Londra, dove il giovane re incontrò la principessa Anna di Borbone-Parma, sua futura moglie, di un'antica famiglia reale francese. I due s'innamorarono rapidamente, e dopo qualche tempo il re chiese la mano della giovane principessa.
Al ritorno in patria - che si svolse in treno nella stazione reale di Băneasa - il re e la regina madre furono salutati con freddezza dagli stessi ministri del governo comunista di Petru Groza. All'accoglienza ufficiale, Lucrețiu Patrascanu rifiutò di dare la mano al re facendo finta di guardare in un'altra direzione.
In base alle disposizioni dello Statuto della famiglia reale, al fine di sposarsi, il re aveva bisogno dell'approvazione del Governo. Questo, in circostanze normali, era una mera formalità. Tuttavia, la sua richiesta, formulata dopo il suo ritorno nel Paese, venne negata.
La sera del 29 dicembre 1947, la famiglia reale si trovava a Sinaia, nel castello di Foisor. Mentre i domestici stavano apparecchiando la tavola, il re ricevette due successive telefonate da Bucarest da Dimitrie Negel, il maresciallo del Palazzo, che gli comunicò che il Primo ministro Petru Groza voleva incontrarlo la mattina successiva alle 10 presso il Palazzo di Elisabetta "per discutere di una questione di famiglia". In quegli anni, il Palazzo di Elisabetta, la residenza della zia del re, era utilizzato come residenza reale nella capitale, dato che il Palazzo Reale di Calea Victoriei era ancora seriamente danneggiato dagli attentati tedeschi del 24 agosto 1944, e la Casa Nouă era stata completamente distrutta dagli stessi bombardamenti.
Pensando che si sarebbe parlato del progetto del suo matrimonio, il re accettò la richiesta, anche se Groza aveva palesemente violato molte regole del protocollo reale. Un ministro infatti non doveva convocare il re ma chiedere un'udienza con un giusto periodo di anticipo. Tali errori di cortesia elementare erano però frequenti nei dignitari comunisti.
Il giorno successivo, il re e la regina madre, accompagnati dall'aiutante reale Jacques Vergotti, lasciarono Sinaia per incontrarsi alle 10 con Petru Groza a Bucarest.
Al suo arrivo al Palazzo di Elisabetta, l'aiutante Vergotti notò che i militari della Guardia Reale, che usualmente custodivano la residenza, erano stati sostituiti a sorpresa con soldati della Divisione "Tudor Vladimirescu", giunti in treno dall'Unione Sovietica e leali ai comunisti. Le Guardie non poterono reagire perché furono arrestate da un gruppo di giovani militanti comunisti che erano nel grande parco che circonda il palazzo.
All'ora stabilita, il re discese personalmente nel viale per aprire la porta a Groza. Senza preavviso, Groza venne accompagnato dal ministro Gheorghe Gheorghiu-Dej, un'altra violazione del protocollo che affermava che non si potevano portare estranei in un incontro tra il sovrano e il Primo ministro, in particolare se non invitati. Oltre alla regina madre Elena partecipò alla discussione "famigliare" solo Mircea Ionnițiu, segretario personale ed ex compagno di classe del re.
Nel salone al piano superiore, Petru Groza incominciò la discussione sottolineando che "è giunto il momento per un divorzio amichevole tra il Paese e la monarchia". Scrisse quindi un atto semplice e chiese al re di firmare l'abdicazione. Il documento non seguiva la solita formulazione dei decreti reali, dimostrando che fosse falso, forse fatto da stranieri. Il re protestò, sottolineando che il cambiamento della forma di governo potesse essere fatto solo per espressa volontà della nazione rumena e nel rigoroso rispetto delle procedure democratiche previste dalla Costituzione. L'intero processo avrebbe dovuto essere approvato da un referendum. Il documento presentato al re era inoltre legalmente scorretto perché affermava di aver "rinunciato al trono per sé stesso e per i suoi discendenti". Infatti, senza un mandato nessuno può rinunciare a nulla in nome di qualcun altro. Inoltre, l'eventuale rinuncia al trono di re Michele non implicava automaticamente l'abolizione della monarchia, ma solo il passaggio della Corona al prossimo nella linea di successione.