Le descrizioni paleocristiane della croce la presentano unanimemente come composta di due legni, nonostante la variabilità dei modi usati per infliggere la pena di morte nell'Impero romano.

Anche gli autori non cristiani contemporanei dei paleocristiani, essi pure testimoni di come venivano concretamente impiegate le croci nel giustiziare i condannati, descrivono la tipica croce nella stessa maniera.

Né gli uni né gli altri indicano se i due legni che formavano la croce fossero saldamente uniti o no.

Terminologia

Si distingue comunemente tra la croce a palo unico (crux simplex) e quella a più legni (crux compacta), secondo una terminologia, che fu inventata da Giusto Lipsio (1547-1606) e che non trova riscontro nei testi antichi e men che meno in quelli paleocristiani.

Della crux simplex (a un solo palo verticale) Lipsio distinse due tipi: la crux simplex ad affixionem (alla quale affiggere il condannato per lasciarlo morire così), e la crux simplex ad infixionem (con la quale infiggerlo ossia impalarlo). Della crux compacta Lipsio distinse tre tipi: crux decussata (a forma di X), crux commissa (a forma di T) e crux immissa (a forma di †).

Non tutti gli studiosi considerano valida dentro alla categoria crux compacta la distinzione tra crux commissa e crux immissa, distinzione qualificata da Hermann Fulda come "una distinzione afferrata dall'aria, senza significato". Anche altri, per esempio Gerald G. O'Collins, non accettano tutte le proposte sottocategorie di crux compacta.

Lucio Anneo Seneca (1 a.C. circa – 65 d.C.) testifica dell'uso nel I secolo d.C. della crux compacta con traversa (patibulum) e della crux simplex ad infixionem (impalamento), ma non della crux simplex ad affixionem: infatti nella sua Consolatio ad Marciam scrisse: "Vedo lì vicino delle croci, ma non di un solo tipo, ma costruite da chi in un modo da chi in un altro: alcuni levarono in alto (i condannati) rivolti con la testa verso la terra, altri infilano un palo per il retto, alcuni allungano le braccia sul patibolo". A giudizio di David W. Chapman, le parole di Seneca indicano l'esistenza di diverse modalità di esecuzione nella crocifissione romana del suo tempo. Questa molteplicità viene fatta risalire al tempo delle prime incursioni militari romane in Anatolia e il tentativo di ridurre il significato dei termini legati alla crocefissione a quello di "palo" viene considerata una "fallacie etimologica" tipica dei Testimoni di Geova.Chapman, ibidem, P.11 nota 47.

Altro testimone del distacco in circostanze eccezionali dalla modalità normale della crocifissione è Flavio Giuseppe (37-38 circa – 100 circa), che nella sua Guerra giudaica scrisse: "Spinti dall'odio e dal furore, i soldati si divertivano a crocifiggere i prigionieri in varie posizioni, e tale era il loro numero che mancavano lo spazio per le croci e le croci per le vittime".

Fatta di più legni

Ireneo di Lione (130–202) osserva che, di estremità, la croce aveva più delle due che hanno un singolo palo: "La forma della croce ha cinque punte ed estremità, due nella lunghezza, due nella larghezza, e una nel mezzo, là dove si posa colui che vi è confitto"."Ipse habitus crucis, fines et summitates habet quinque, duos in longitudine, duos in latitudine, et unum in medio, in quo requiescit qui clavis affigitur" (

La stessa osservazione è fatta da Giustino martire, filosofo cristiano, (100 – 162/168) nel commentare Deuteronomio 33:17: "Nessuno saprebbe dire o dimostrare che le corna rappresentino altro oggetto o figura che il tipo che mostra la croce. Infatti l'estremità più alta del legno eretto si erge come un corno sopra il legno affissogli e le estremità ai due lati appaiono come corna congiunte all'uno; e ciò che fissato nel mezzo sporge anch'esso come corno, sul quale cavalcano i crocifissi, appare come un corno di simile forma unito con le altre corna".κέρατα οὐδενὸς ἄλλου πράγματος ἢ σχήματος ἔχοι ἄν τις εἰπεῖν καὶ ἀποδεῖξαι, εἰ μὴ τοῦ τύπου ὃς τὸν σταυρὸν δείκνυσιν. ὄρθιον γὰρ τὸ ἕν ἐστι ξύλον, ἀφ' οὗ ἐστι τὸ ἀνώτατον μέρος εἰς κέρας ὑπερηρμένον, ὅταν τὸ ἄλλο ξύλον προσαρμοσθῇ, καὶ ἑκατέρωθεν ὡς κέρατα τῷ ἑνὶ κέρατι παρεζευγμένα τὰ ἄκρα φαίνηται· καὶ τὸ ἐν τῷ μέσῳ πηγνύμενον ὡς κέρας καὶ αὐτὸ ἐξέχον ἐστίν, ἐφ' ᾧ ἐποχοῦνται οἱ σταυρούμενοι, καὶ βλέπεται ὡς κέρας καὶ αὐτὸ σὺν τοῖς ἄλλοις κέρασι συνεσχηματισμένον καὶ πεπηγμένον (); .

I cristiani erano chiamati adoratori della croce. A questo riguardo Tertulliano controbatte che gli stessi pagani adoravano immagini di legno, con la sola differenza che, mentre essi adoravano uno stipite di legno, che è solo parte di una croce, quello che essi attribuivano ai cristiani era una croce intera, con la traversa (che Tertulliano chiama antemna, termine usato anche per il pennone dell'albero di una nave) e la protuberanza del sedile. Aggiunge che il corpo umano è strutturato con per apice la testa, per stipite verticale la spina dorsale attraversata dalle spalle: basterebbe mettere l'uomo con le braccia estese per avere l'immagine stessa della croce."Sed et qui crucis nos antistites affirmat, consacerdos erit noster. Crucis qualitas signum est de ligno: etiam de materia colitis penes uos cum effigie. Quamquam sicut uestrum humana figura est, ita et nostrum sua propria. Viderint nunc liniamenta, dum una sit qualitas; uiderit forma, dum ipsum sit dei corpus. Quodsi de hoc differentia intercedit, quanto distinguitur a crucis stipite Pallas Attica et Ceres Pharia, quae sine forma rudi palo et solo staticulo ligni informis repraesentatur? Pars crucis, et quidem maior, est omne robur quod derecta statione defigitur. Sed nobis tota crux imputatur, cum antemna scilicet sua et cum illo sedilis excessu. [...] ipsi quoque corpori nostro tacita et secreta linea crucis situs est, quod caput emicat, quod spina dirigitur, quod umerorum obliquatio; si statueris hominem manibus expansis, imaginem crucis feceris" (); .

Giustino dichiara inoltre: "Il fatto che fosse ordinato che quell'agnello [pasquale] dovesse essere completamente arrostito era simbolo della passione di croce che Cristo doveva patire. Infatti l'agnello che viene arrostito si cuoce in una posizione simile alla forma della croce, poiché uno spiedo diritto viene confitto dalle parti inferiori alla testa ed uno è messo di traverso sul dorso e vi si attaccano le zampe dell'agnello".καὶ τὸ κελευσθὲν πρόβατον ἐκεῖνο ὀπτὸν ὅλον γίνεσθαι τοῦ πάθους τοῦ σταυροῦ, δι' οὗ πάσχειν ἔμελλεν ὁ Χριστός, σύμβολον ἦν. τὸ γὰρ ὀπτώμενον πρόβατον σχηματιζόμενον ὁμοίως τῷ σχήματι τοῦ σταυροῦ ὀπτᾶται· εἷς γὰρ ὄρθιος ὀβελίσκος διαπερονᾶται ἀπὸ τῶν κατωτάτων μερῶν μέχρι τῆς κεφαλῆς, καὶ εἷς πάλιν κατὰ τὸ μετάφρενον, ᾧ προσαρτῶνται καὶ αἱ χεῖρες τοῦ προβάτου ().

Negli Atti di Pietro, della seconda metà del secondo secolo, si distingue espressamente l'asse dritto della croce e quello orizzontale: in tale libro apocrifo san Pietro, mentre viene crocifisso, dice: "È giusto, infatti, salire sulla croce di Cristo (προσῆκεν γὰρ ἐπιβαίνειν τῷ τοῦ Χριστοῦ σταυρῷ) che è l'unica e sola parola distesa, della quale lo Spirito dice: "Che cos'è Cristo, se non la parola, l'eco di Dio?". Sicché la parola è l'asse dritto della croce, quello al quale sono crocifisso; l'eco è l'asse trasversale, cioè la natura dell'uomo; il chiodo che unisce l'asse trasversale a quello dritto è la conversione e la penitenza dell'uomo."

Con queste osservazioni i paleocristiani facevano eco a quello che dicevano anche i non cristiani loro contemporanei. Così Artemidoro di Daldi (dopo il 120 d.C.? – dopo il 192 d.C.?), nel suo Oneirocritica II,53, valutò di buon augurio il sognare di essere crocifisso nel caso di chi intende intraprendere un viaggio marittimo, "perché la croce è fatta di legni (al plurale) e chiodi e l'albero della nave rassomiglia ad una croce": σταυροῦσθαι πᾶσι μὲν τοῖς ναυτίλλεσθαι προῃρημένοις ἀγαθόν; καὶ γὰρ ἐκ ξύλων καὶ ἥλων τὸ πλοῖον καὶ ἡ καταρτιὰ αὐτοῦ ὁμοία ἐστὶ σταυρῷ.

Dionisio di Alicarnasso, che visse fino a circa la nascita di Gesù, scrive di uno schiavo condannato a morte che, prima dell'esecuzione, è stato costretto a passare per la città con le braccia legate ad una trave. Dionisio non specifica se lo schiavo fosse poi giustiziato con la crocifissione usando come traversa la trave da lui portata, ma alcuni studiosi l'interpretano in tale senso.

Per braccia estese lateralmente

I paleocristiani interpretavano l'usanza di pregare a braccia estese come una figura della croce di Cristo.

Di questa modalità di pregare, Tertulliano vede un riflesso negli uccelli che, come egli dice, si elevano al cielo e al posto di mani estendono la croce delle ali. Dei cristiani dice nella stessa opera sua: "noi non solo eleviamo le mani ma anche le estendiamo, e nell'imitare la passione del Signore e nel pregare confessiamo Cristo"."manus […] nos vero non attollimus tantum sed etiam expandimus, et dominica passione modulantes, et orantes confitemur Christo" (De oratione, 14).

Secondo Naphthali Wieder, è stato proprio perché i cristiani interpretavano la preghiera a braccia estese come riferimento alla crocifissione del Messia che i giudei abbandonarono questa postura di preghiera precedentemente tradizionale nella liturgia ebraica.

Giustino martire vede la forma dello σταυρός nella sua interpretazione dell'episodio del Libro dell'Esodo 17,8-13. Il testo biblico dice che Mosè "alzava" (ירים, ἐπῆρεν nella versione greca Septuaginta) le mani, senza specificare la maniera di sollevarle. Giustino descrive la postura di Mosè con un termine più specifico e dice che Mosè "allargava" le mani su entrambi i lati (τὰς χεῖρας ἑκατέρως ἐκπετάσας). Aggiunge che, quando Mosè rilassava "questa figura che imitava la croce" (τοῦ σχήματος τούτου τοῦ τὸν σταυρὸν μιμουμένου), il popolo veniva battuto, e quando Mosè la manteneva, il popolo prevaleva "a causa della croce" (διὰ τοῦ σταυροῦ). Attribuisce l'effetto non alla preghiera di Mosè, ma al fatto che Mosè "costituiva il segno della croce" (τὸ σημεῖον τοῦ σταυροῦ ἐποίει). dalla Patrologia del Migne, con nota sul fatto che Giustino dice "allargava", mentre nel testo biblico c'era "alzava".

Anche il libro apocrifo noto come Lettera di Barnaba si riferisce allo stesso avvenimento e scorge un segno profetico della croce e di chi in essa sarebbe crocifisso (ἐπὶ σταυροῦ καὶ τοῦ σταυροῦσθαι μέλλοντος) in quello che fece Mosè quando, "postosi più in alto di tutti distese le braccia" (cfr. Libro dell'Esodo, 17,8-13), "rappresenta[va] la figura della croce e di chi avrebbe dovuto patire (su di essa)" (ἵνα ποιήσῃ τύπον σταυροῦ καὶ τοῦ μέλλοντος πάσχειν).Lettera di Barnaba, XII, 2] dalla Patrologia del Migne

Giustino martire osserva che la figura della croce si vede in tanti oggetti crociformi: "Il mare non si fende, se questo trofeo, col nome di vela, non rimane integro sulla nave. E la terra non è arata senza di esso. Gli zappatori non compiono il loro lavoro - e così i meccanici -, se non hanno arnesi di questa forma. La figura dell'uomo non differisce in nulla da quella degli esseri irrazionali, se non nella posizione eretta, nel'avere mani estensibili e nel fatto di portare sul volto, prominente sotto la fronte, quello che si chiama naso, per mezzo del quale l'essere vivente respira: e questo non mostra altro che la forma della croce".Testo originale: θάλασσα μὲν γὰρ οὐ τέμνεται, ἢν μὴ τοῦτο τὸ τρόπαιον, ὃ καλεῖται ἰστίον, ἐν τῇ νηῒ σῶον μείνῃ. γῆ δὲ οὐκ ἀροῦται ἄνευ αὐτοῦ· σκαπανεῖς δὲ τὴν ἐργασίαν οὐ ποιοῦνται, oὐδὲ βανασουργοὶ ὁμοίως εἰ μὴ διὰ τῶν τὸ σχῆμα τοῦτο ἐχόντων ἐργαλείων. Τὸ δὲ ἀνθρώπινον σχῆμα οὐδενὶ ἄλλῳ τῶν ἀλόγων ζώων διαφέρει, ἢ τῷ ὀρθόν τε εἶναι, καὶ ἔκτασιν τῶν χειρῶν, καὶ ἐν τῷ προσώπῳ ἀπὸ τοῦ μετωπίου τεταγμένον τὸν λεγόμενον μυξωτῆρα φέρειν, δι' οὗ ἥ τε ἀναπνοή ἐστι τῷ ζώῳ, κσὶ οὐδὲν ἄλλο δείκνυσιν ἢ το σχῆμα τοῦ σταυροῦ (PG 6:412).