Il federalismo in Italia è l'ideologia o il progetto politico secondo cui l'Italia sia uno stato federale. Nel corso della storia italiana ha ispirato numerosi pensatori, esponenti, movimenti e partiti politici in contesti e con accezioni differenti. Durante il Risorgimento, numerosi pensatori e politici teorizzarono la formazione di una federazione di Stati come via all'unificazione nazionale: queste idee avevano un ventaglio di connotazioni e motivazioni diverse.
Dopo l'unificazione, idee federaliste hanno animato il dibattito politico a più riprese e per motivazioni ed obiettivi diversi. La Costituzione della Repubblica Italiana nel 1946 e riforme immediatamente successive introdussero sistemi di devoluzione in senso federale per quattro regioni a statuto speciale (che divennero cinque nel 1963).
A livello nazionale, idee federaliste animarono il dibattito politico sin dagli anni 1960, mettendo in discussione equilibri politici, culturali o amministrativi tra centro e periferia. A partire dalla fine degli anni 1990 l'Italia avviò un'importante riforma dello Stato in direzione di decentramento e devoluzione, con caratteri di federalismo fiscale ed amministrativo. Da allora, idee politiche e riforme federaliste hanno acquisito un profilo crescente nella politica nazionale.
Storia Il Rinascimento
Di fronte all'avanzata degli Stati assoluti e allo strapotere delle potenze straniere, non pochi furono i politici italiani che nel Cinquecento auspicavano la creazione di una federazione di repubbliche cittadine. Il più noto esponente di tali idee fu senza dubbio il lucchese Francesco Burlamacchi, che pagò con la vita la sua lotta allo strapotere di Carlo V d'Asburgo e degli alleati Medici.
Il Seicento e Settecento Ancora nel XVII secolo e XVIII secolo non pochi pensatori guardavano al federalismo come alla forma più consona alla tradizione italiana (si citava a tal proposito la gloria dei comuni medievali e l'organizzazione delle città etrusche in epoca pre-romana): dal Regno delle Due Sicilie grazie a Antonio Genovesi, al Regno di Sardegna grazie a Gian Francesco Galeani Napione e a Giovanni Antonio Ranza..
Montesquieu, Alexander Hamilton, Immanuel Kant ebbero idee federaliste che si diffusero in tutta Europa e quindi anche in Italia. Il federalismo, per esempio, era ben rappresentato nel Granducato di Toscana, sia ai tempi di Pietro Leopoldo I di Toscana, che più tardi, ovvero ai tempi di Leopoldo II di Toscana), dove erano conosciute, per esempio, le idee di Hamilton (quello del principio dell'"unità nella diversità", il cui libro Il Federalista fu pubblicato in Italia per la prima volta nel 1955 da Nistri-Lischi).
L'Ottocento
Ma è con il XIX secolo che l'idea federalista vive un momento di grande favore. Ci sono autorevoli studiosi che individuano nell'idea di italianità, di nazione italiana, di Risorgimento, di autoritarismo modernizzatore dell'assolutismo illuminato, di Napoleone e dei regnanti della Restaurazione, un forte e fondante carattere federalista..
L'Ottocento è ricco di intellettuali italiani che, partendo da pensatori europei come Montesquieu, si impegnano per far risorgere l'Italia delle libertà comunali, le autonomie medievali, con il loro policentrismo culturale, la loro intraprendenza economica. Primo fra tutti nell'esprimere questi concetti fu Jean Charles Léonard Simonde de Sismondi, amico di Madame de Staël, il quale, già nel 1807 aveva pubblicato i primi volumi della sua Histoire des républiques italiennes. Tra i più importanti pensatori federalisti dell'Ottocento abbiamo Carlo Cattaneo, Giuseppe Ferrari, Vincenzo Gioberti (promotore del progetto "neoguelfo"), Pietro Calà Ulloa e Vincenzo d'Errico.
Ma gli stessi concetti si trovano anche in personalità del calibro di Bettino Ricasoli, tra i "padri della patria italiana", che cercò di difendere strenuamente fino all'ultimo l'idea federalista. Lo stesso Cavour non si oppose a priori alle richieste di confederazione italica che venivano dalle corti di Napoli, Roma e Firenze e da molti intellettuali e politici del Nord Italia, sul modello di ciò che proponevano anche i monarchici francesi. Lo stesso Metternich concepiva l'Impero asburgico (comprensivo del Lombardo-Veneto), come una federazione di Stati con lingue e culture peculiari, dotati di un alto grado di autonomia (ciò si rispecchia anche in quello che avverrà nel 1867 con la nascita dell'Impero austro-ungarico), e vedeva l'Italia non austriaca come destinata a divenire una sorta di analogo della Confederazione germanica, mantenendo i regni locali come semi-autonomi, da qui la sua famosa frase, spesso distorta in senso dispregiativo come "l'Italia non è che una mera espressione geografica"; in realtà disse, nel 1847, che «la parola "Italia" è un'espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle»..
Tra i più importanti critici del federalismo figuravano invece, a sinistra (su posizioni identiche a quelle espresse dai Giacobini contro i Girondini ai tempi della Rivoluzione francese) Filippo Buonarroti, ex seguace di Robespierre, e Giuseppe Mazzini, e a destra chi nei vari Stati italiani preunitari lavorava per uno scontro, da cui sarebbe emerso un vincitore, che sarebbe stato il più forte e quello che avrebbe unificato l'Italia (questa era l'idea di molti, soprattutto nel Regno di Sardegna, dove si puntava ad allargare il dominio dei Savoia su Milano e la Lombardia)..
Il federalismo fu promosso anche dal movimento "neoguelfo" capeggiato da Vincenzo Gioberti, che ebbe un momento di grande fortuna in tutta Italia tra 1846 (salita al soglio pontificio di Pio IX) e l'estate del 1848. L'idea di Gioberti era quella di creare una confederazione di Stati italiani sotto la presidenza del papa. Nella primavera del 1848 tutti gli Stati italiani sembravano convinti del progetto, che si tradusse ben presto in una lega doganale e in una guerra comune all'Impero austriaco. Poi però ci fu il ritiro del papa dalla coalizione militare e il Regno di Sardegna, che aveva più carte da giocare, ne approfittò per dare al movimento d'indipendenza una sua lettura espansionistica in ottica centralista, che è proprio l'opposto dell'idea federalista.
Esponenti neoguelfi si trovavano allora al governo sabaudo (primo ministro Gioberti), a quello del Granducato di Toscana (primo ministro Gino Capponi) e a quello del Regno delle Due Sicilie (primo ministro Carlo Troya). Nonostante le divergenze e le sconfitte militari subite dagli eserciti italiani, nell'estate del 1848 il governo provvisorio di Milano e Lombardia (guidato da Gabrio Casati) tentò il rilancio del progetto federativo. Il Regno di Sardegna vi aderì a condizione però che gli venissero concessi Lombardia, Parma e Piacenza (come annessione e non come unione): la cosa non venne accettata dal governo Casati e il sogno neoguelfo tramontò di nuovo e per sempre - nonostante Gioberti ne avesse tentato il rilancio con la sua Società nazionale per la confederazione italiana (creata a Torino nell'ottobre 1848)Cfr., oltre a , anche i . Anche i volontari federalisti intervenuti nella prima guerra d'indipendenza italiana (1848-1849) a fianco del Regno di Sardegna contro l'Impero austriaco adottarono, come bandiera di guerra, il tricolore italiano.
Quest'ultima, riunita a congresso a Torino, pubblicò il 10 ottobre 1848 uno schema programmatico per una confederazione tra il "Regno dell'Alta Italia" (ovvero il Regno di Sardegna allargato ai ducati di Parma e di Modena, entrambi annessi nel 1848, e al Regno Lombardo-Veneto, una volta che la guerra contro l'Austria fosse andata a buon fine), il Granducato di Toscana, lo Stato Pontificio, il "Regno di Napoli" e il Regno di Sicilia. Tale schema era formato da dieci brevi articoli, in cui veniva delineato l'assetto della futura Confederazione Italiana. I punti principali prevedevanoLo Schema uscito dal Congresso di Torino è interamente riportato in : la creazione di un esercito, flotta, tesoro, rappresentanza diplomatica e bandiera - il Tricolore - comuni (punti I e II); la creazione di un organo legislativo federale, il Congresso, composto da due camere, una con rappresentanti in numero paritario per Stato ed eletta dai singoli Parlamenti, l'altra con un numero di deputati per Stato proporzionale alla popolazione di questo ed eletta direttamente dal popolo (punto IV); il potere esecutivo affidato ad un Presidente federale eletto dal Congresso (verso cui il Presidente è responsabile) e ad un Consiglio dei Ministri nominato dal Presidente (punto V); abolizione di ogni dogana interna (punto VIII); garantite libertà di stampa e associazione, uguaglianza civile non invalidata dall'appartenenza religiosa, uguaglianza civile politica, diritto per ogni cittadino di uno Stato membro di poter ricoprire qualunque carica in un altro Stato della Confederazione, abolizione della pena di morte per i reati politici (punto X)..
A rilanciare il progetto e le idee federaliste fu Carlo Cattaneo, che - partecipe degli eventi politici e militari del 1848 (fino a quel momento aveva creduto più utile lottare per avere più autonomia all'interno del Regno Lombardo-Veneto a guida absburgica) - si rese conto che il popolo italiano, facendo forza sulle proprie risorse locali (massimamente, anche per lui, espresse durante la Civiltà comunale medievale), ma ben coordinate e unite, poteva sconfiggere i grandi Stati europei. Utilizzando il pensiero di John Locke e Gian Domenico Romagnosi, Pierre-Joseph Proudhon (che auspicava il comune come centro del potere), criticò l'"unitarismo ossessivo" di Mazzini e prese la Svizzera e gli Stati Uniti d'America a modello di democrazia federale.
Una volta però represse le esperienze di autogoverno sorte nel 1848 in Europa (Vienna, Budapest, ecc.) e in Italia (Milano, Roma, Firenze, Venezia, Palermo, ecc.) ad opera dell'Impero austriaco e dell'Impero russo (che contro l'Ungheria di Kossuth, anche lui approdato ad idee federaliste, aveva inviano un'armata di ben 250.000 soldati) con il benestare delle altre potenze, non restavano molte carte al partito federalista da giocare.. I particolarismi, le velleità autonomistiche erano state troppe e troppo forti per quel 1848 "mosso da poesia d'unione e passione di separamento", come ebbe a dire Giuseppe Montanelli nelle sue Memorie d'Italia (Sansoni, Firenze, 1963, p. 558).