I fatti del 1940 a San Mauro Forte, in provincia di Matera, sono stati la prima rivolta popolare contro il fascismo. Ne furono protagonisti contadini che avevano ricevuto cartelle esattoriali errate, ma che allo stesso tempo esprimevano malcontento per la situazione politica, introducendo nel materano e, quindi, in tutta la Lucania, la consapevolezza di poter ribellarsi per il rispetto dei propri diritti.

La situazione prima della rivolta San Mauro Forte, comune in provincia di Matera, si colloca a 500 metri di altezza sul livello del mare ed aveva un'economia prevalentemente agricola che spesso viene condizionata dal clima, il quale, essendo piuttosto asciutto, influisce sfavorevolmente sulle colture. Il paese è situato su un sottile strato di tufo che poggia su argilla. Tale conformazione è causa di numerose frane che si verificano a seguito di precipitazioni abbondanti. Il terreno è suddiviso in piccole proprietà con presenza di viti, ulivi, frutteti e boschi.

Ai problemi topografici e climatologici del paese si aggiunsero problemi di carattere politico ed economico, causati appunto dal regime fascista che colpiva proprio le classi sociali più legate alla terra.

Il fascismo a San Mauro Forte Nel 1923 fu istituita una sezione del Partito Nazionale Fascista a San Mauro Forte ma mai tale ideologia attecchì profondamente nell'animo dei sammauresi.

Nel 1924, con la crisi del fascismo, cominciata con l'omicidio del deputato socialista Giacomo Matteotti, i fascisti di San Mauro Forte abbandonarono in massa il fascio che rimase così rappresentato solamente dal suo segretario politico. Molti sammauresi contribuirono attivamente al sovversivismo lucano tra cui l'insegnante socialista Leonardo Autera e l'avvocato socialista Vincenzo Latronico.

30 marzo 1940 Intorno al 27 e 29 marzo 1940 vennero notificati 500 avvisi di pagamento di contributi agrari unificati ai contadini di San Mauro Forte. Ciò scatenò una forte agitazione in quanto l'accertamento dei contributi era stato effettuato in modo errato: erano presenti duplicazioni di ditte varie partite erano state messe a carico di due o tre componenti della stessa famiglia era stato aumentato il numero delle giornate lavorative are erano state scambiate per ettari i terreni a pascolo erano stati riportati come seminativi. Di conseguenza il nuovo onere appariva sproporzionato alla effettiva capacità contributiva dei contadini.

I contadini che avevano ricevuto l'avviso di pagamento mostrarono la loro irritazione e riunitisi in Piazza Caduti per la Patria discussero circa gli errori dell'accertamento dei contributi. A loro si aggiunsero i contadini che ancora non avevano ricevuto l'avviso di pagamento: negli uffici comunali c'erano ancora infatti 1108 avvisi da distribuire alla popolazione. Come responsabile della vicenda venne individuato il podestà e per questo motivo alcuni proposero di ribellarsi e di distruggere i restanti avvisi in modo da allontanare il pericolo di dover pagare i contributi. La proposta venne accolta da molti.

Alcuni, identificati come Nicola Di Biase, Pietro Lacovara e Antonio Lacovara, interruppero i fili del telegrafo e del telefono per impedire che i militari del posto potessero chiamare aiuti.

Così una folla di 500 persone si recò verso le 16,30 del 30 marzo in Piazza Municipio e invase gli uffici comunali per distruggere gli avvisi non notificati. Gli impiegati del comune di San Mauro Forte cercarono invano di opporre resistenza alla folla infuriata, ma dopo aver distrutto gli avvisi, essa si ritirò senza provocare ulteriori danni.

31 marzo 1940 Nonostante l'interruzione della rete di comunicazione, il comando di stazione dei Carabinieri riuscì a chiamare rinforzi dalla stazione di Stigliano. Nelle prime ore del 31 marzo, oltre ai rinforzi da Stigliano, giunsero da Matera anche il vice commissario della pubblica sicurezza, il capitano dei Carabinieri e circa 15 militari. Vennero subito aperte le indagini per identificare coloro che avevano distrutto gli avvisi di pagamento dei contributi agrari.

In base alle informazioni raccolte dagli impiegati comunali, 23 persone furono convocate in caserma, ma solamente 13 vi giunsero e dopo lunghi interrogatori furono trattenute in stato di fermo. Immediatamente una folla ancora più consistente della prima (stimata a circa 800 persone) armata di attrezzi della terra accorse di fronte alla caserma al suono delle campane della vicina chiesa di San Rocco per reclamare la libertà dei 13 concittadini arrestati.

Si aprì una accesa colluttazione fra le forze dell'ordine e la folla nella quale rimasero feriti: il capitano dei carabinieri il vice commissario di pubblica sicurezza due marescialli dei carabinieri un appuntato tre militi. A questo punto i carabinieri ricevettero l'ordine di sparare in aria colpi di moschetto a scopo intimidatorio. Vennero sparati 60 colpi. Gli agenti non riuscirono ad intimorire la folla e si ritirarono in caserma da dove continuarono a sparare.

Infine i 13 fermati vennero liberati, ma subito dopo si scoprì che i colpi di moschetto avevano provocato un morto: Francesco Lavigna, contadino settantenne, padre di uno dei fermati. Vicino a lui Sante Magnante era stato gravemente ferito. Anch'egli, qualche giorno dopo, morì presso l'ospedale civile di Matera. Altri feriti da arma da fuoco, meno gravi, furono Maria Miccio, Salvatore Bubbico, Giuseppe Malacarne e Mariantonia D'Eufemia.

Dopo la rivolta Gli arresti Durante i giorni successivi 130 persone vennero arrestate e condotte nel carcere di Matera dove rimasero per 13 mesi accusate di: resistenza al segretario comunale e agli altri impiegati del comune danneggiamento degli avvisi di notifica dei contributi unificati in agricoltura emissione di grida sediziose nella pubblica piazza danneggiamento di fili telegrafici e telefonici violenza ai carabinieri adunata sediziosa lesioni volontarie in danno dei militari della forza pubblica. La tabella sottostante indica analiticamente la tipologia degli imputati secondo la qualifica professionale, il sesso e l'età. +EtàTOTALI...2021-3031-4041-5051-6061...MFTOTALEcontadiniM575742839F34411contadini poveriM11617413965F271312126bracciantiM1231721F2425114artigianiM2355F0TOTALI63648201557951130 Dall'analisi della seguente tabella emergono aspetti molto importanti: la partecipazione di massa a quegli eventi che crearono disordine nel paese. Il totale degli imputati, ovvero 130, è solo relativo al numero di persone che si riuscì ad identificare, ma quello dei manifestanti fu ben più consistente: 500 persone si radunarono in Piazza Municipio per la distruzione degli avvisi di pagamento e ben 800 persone erano presenti davanti alla caserma dei carabinieri per chiedere la libertà dei loro compaesani durante il 31 marzo ancora più rivoluzionaria è la presenza delle donne durante questa rivolta, in controtendenza rispetto alla diffusa opinione sull'estraneità delle donne alla vita politica la presenza di minorenni e di giovani che diventano emblema di una nuova generazione che non si lascia inquadrare nelle file del regime fascista.

L'aspetto politico Braccianti e artigiani Un altro aspetto importante che emerge dalla tabella riportante le caratteristiche degli imputati, quello che può far sì che i fatti del 30 e 31 marzo 1940 possano avere i connotati di una "rivolta" di tipo politico, è la presenza non solo dei diretti destinatari delle esose cartelle esattoriali, i "contadini" (ossia proprietari coltivatori diretti e affittuari coltivatori) e i "contadini poveri" (quelli con piccoli appezzamenti di terreni le cui coltivazioni non erano comunque rivolte al mercato), ma anche di braccianti e artigiani non possessori di terre, quindi non destinatari delle cartelle esattoriali. L'esplosione di rabbia dei contadini fu la scintilla per la manifestazione di ingerenza di tutta la popolazione verso un sistema ingiusto e vessatorio tipico del regime fascista.

Maria Derin Un altro elemento molto importante che contribuì a canalizzare la rabbia dei contadini verso una manifestazione di tipo politico fu il soggiorno, in quegli anni, nel comune di San Mauro Forte, della confinata politica Maria Derin.

Maria Derin, moglie di Toni Russignan, detto Birba, era conosciuta a San Mauro come Maria Birba. Lei era stata confinata a San Mauro Forte, sua figlia Etta era confinata a Miglionico e la nuora Viola a Salandra. Maria Derin era originaria di Muggia in provincia di Trieste, dove diffondeva clandestinamente l'Unità, il quotidiano italiano fondato da Antonio Gramsci. Insieme alla famiglia era una grande attivista comunista ed aveva una pescheria. Un giorno, proprio davanti a questa pescheria, i fascisti fucilarono un amico di Viola ed Etta. Questi, insieme a Maria, corsero in suo soccorso e lo ricoverarono nella pescheria. Per questo i fascisti chiusero loro la pescheria e li esiliarono in Basilicata.

La sua presenza a San Mauro Forte diede un forte impulso alla rivolta che si può definire tale anche alla luce dell'aspetto organizzativo che assunse: il piano che condusse i contadini davanti alla caserma fu pianificato già nelle ore precedenti, quando Nicola Di Biase, Pietro Lacovara e Antonio Lacovara tagliarono i fili del telefono e del telegrafo per impedire che arrivassero rinforzi dalle vicine caserme di Stigliano e Matera.

L'eco raggiunse l'Unione Sovietica di Stalin che attraverso un comunicato lanciato da Radio Mosca definì San Mauro Forte "Il Paese dei Rivoluzionari".

Gli impiegati comunali Non solo i braccianti e gli artigiani si unirono alla Rivolta e non solo Maria Derin fomentò i contadini arrabbiati, ma dagli interrogati degli imputati, emerge chiaramente come anche gli impiegati comunali assunsero atteggiamenti tali che, se da un lato mettevano in difficoltà coloro che chiedevano chiarimenti, dall'altro incitavano i contadini stessi ad assumere posizioni rivoltose per ottenere giustizia.

Sante Magnante durante il suo interrogatorio disse: "Il pomeriggio del sabato quando ricevetti l'avviso del pagamento dei contributi mi recai al municipio e vi consegnai l'avviso dicendo che noi non volevamo venir meno al pagamento dei contributi ma che l'imposta era troppo gravosa e non eravamo in condizione di pagare. Il Segretario prese l'avviso e lo lacerò in due parti... Due volte mi sono recato dal fiduciario degli agricoltori e questi mi ha fatto il reclamo ma con tutto ciò ho dovuto pagare all'esattore. Il reclamo era fondato su un errore di valutazione dei terreni da me coltivati in quanto mi si faceva obbligo di pagare su una estensione di terreni maggiore a quella da me effettivamente posseduti".

Lo stesso segretario comunale, il dottor Donatangelo Colantuono affermò: "Per di più la notifica degli avvisi iniziata per posta e poi affidata al Comune, capitò in un periodo di tempo in cui la popolazione doveva far fronte ad altri oneri, come per esempio le denunzie dei fabbricati, la tassa sul patrimonio ecc".

Dunque oltre al clima generale di insoddisfazione per le continue tasse di cui i cittadini venivano a conoscenza da un giorno all'altro e l'inutilità dei ripetuti reclami, si aggiunge la scortesia degli impiegati comunali, appartenenti a una classe sociale che al tempo si riteneva autorizzata a comportarsi in modo altero e sgarbato nei confronti della classe contadina economicamente più povera e culturalmente meno elevata.

Dall'interrogatorio di Salvatore Pirretti emerge come anche gli impiegati comunali abbiano incitato i contadini alla rivolta: "durante i giorni della mia detenzione assieme agli altri arrestati di S. Mauro ho sentito ripetutamente che ad incitare i cittadini alla rivolta sono stati gli stessi impiegati del Municipio. Tutti dicono così né nelle carceri si è fatto altro discorso relativo ai fatti di San Mauro. La frase che i detenuti ripetono e che fu detta dagli impiegati del Municipio è: "Noi non possiamo far nulla e se volete ottenere qualche cosa rivoltatevi".