La guerra indo-pakistana del 1971 o terza guerra indo-pakistana venne combattuta tra il 3Data adottata convenzionalmente; i primi scontri armati su ampia scala tra India e Pakistan presero vita già a partire dall'ottobre-novembre 1971. e il 17 dicembre 1971, e vide fronteggiarsi da un lato le forze del Pakistan e dall'altro quelle dell'India, intervenute a sostegno dei guerriglieri indipendentisti bengalesi del Mukti Bahini. Per numero di soldati coinvolti e numero di vittime, il conflitto del 1971 fu il maggiore della serie di guerre combattute tra India e Pakistan dal momento della loro indipendenza.
Le cause del conflitto risalgono allo scoppio, nel marzo 1971, della violenta guerra di liberazione bengalese: da sempre un'area discriminata e trascurata dal governo centrale pakistano, la regione del Pakistan orientale (l'odierno Bangladesh) vide nascere un forte movimento nazionalista e autonomista incarnato dalla cosiddetta "Lega Awami", la cui repressione da parte delle forze militari pakistane innescò la spirale di un sanguinoso conflitto civile. Il governo indiano del primo ministro Indira Gandhi decise quindi di intervenire nel conflitto sia per far cessare l'esodo dei profughi bengalesi, che destabilizzava le regioni orientali dell'India, sia per vibrare un duro colpo agli eterni nemici pakistani sfruttando la situazione. Inizialmente gli indiani si limitarono a fornire armi e basi sicure ai guerriglieri bengalesi del Mukti Bahini, ma in seguito iniziarono ad ammassare truppe ai confini in vista di un intervento diretto nella regione; i preparativi militari indiani non sfuggirono all'attenzione dell'alto comando pakistano, che decise di sferrare un attacco preventivo facendo precipitare la situazione verso un conflitto a tutto campo.
Benché durata in definitiva solo due settimane, la guerra vide un'intensa attività bellica da parte dei due contendenti. Sul fronte occidentale, lungo quello che è l'attuale confine tra India e Pakistan, le due parti si affrontarono in una serie di scontri su una gran varietà di teatri, dalle montagne del Kashmir alle paludi del Rann di Kutch passando per le foreste del Punjab e i deserti del Rajasthan, con alterne vicende e senza che uno dei contendenti riuscisse a imporsi sull'altro; a est, invece, la schiacciante superiorità numerica delle forze indo-bengalesi segnò il destino della guarnigione pakistana del Pakistan orientale, attaccata da tutti i lati e infine travolta. La presa di Dacca il 16 dicembre e la resa delle forze pakistane a est segnarono la fine del conflitto, ufficialmente terminato il 17 dicembre con la stipula di un cessate il fuoco.
La composizione del conflitto richiese diversi mesi di negoziati, conclusi infine dalla firma dell'accordo di Simla il 2 luglio 1972; il Bangladesh ottenne una piena indipendenza come Stato sovrano, mentre il conteso confine indo-pakistano nella regione del Kashmir venne fissato lungo la cosiddetta "Linea di controllo" rispettata ancora oggi.
Antefatti I due Pakistan La proclamazione il 15 agosto 1947 della fine del dominio coloniale del Regno Unito sull'Impero anglo-indiano, e la conseguente spartizione di quest'ultimo in due distinte comunità statali rispettivamente a maggioranza indù e a maggioranza islamica, fu foriera di problemi. La definizione dei confini delle due nuove compagini statali, in particolare nella contesa regione del Kashmir, degenerò in scontri armati tra le opposte fazioni ed esodi delle rispettive popolazioni, scacciate con la forza dalle terre dove abitavano; le forze armate dei neonati India e Pakistan si affrontarono apertamente in due sanguinosi conflitti, nel 1947 e poi ancora nel 1965, con continue scaramucce e schermaglie durante i periodi di pace.
Vi era poi un altro grave problema lasciato in eredità dalla spartizione dell'Impero anglo-indiano. Se lo Stato a maggioranza indù (ovvero l'India) era stato concepito come territorialmente compatto, lo Stato a maggioranza islamica (ovvero il Pakistan) fu costituito come due masse distinte e non contigue (appunto il Pakistan occidentale e il Pakistan orientale), separate da chilometri di territorio indiano. La separazione territoriale delle due metà del Pakistan finì con il riflettersi anche nel campo politico ed economico: fin dalla sua origine, nel Pakistan occidentale vennero a concentrarsi le sedi del potere politico e militare, mentre il Pakistan orientale, composto dalle zone dell'antica regione del Bengala abitate in maggioranza da musulmani, divenne una provincia negletta e largamente trascurata dal governo centrale. Sebbene la popolazione della metà orientale fosse più numerosa di quella occidentale (75 milioni di abitanti contro 55 milioni nel 1970), i bengalesi esprimevano solo il 16% del gruppo dirigente del Pakistan e solo il 5% degli ufficiali dell'esercito nazionale; solo il 30% degli investimenti del governo di Islamabad era destinato alle regioni orientali, sebbene con le sue coltivazioni agricole il Pakistan orientale contribuisse al 75% delle esportazioni complessive della nazione; la lingua urdu, parlata nelle regioni occidentali, era imposta come lingua ufficiale anche nella metà orientale, dove la massa della popolazione parlava il bengalese..
Il periodo successivo alla guerra indo-pakistana del 1965 vide un netto peggioramento della situazione. La guerra, conclusasi sostanzialmente con un nulla di fatto, lasciò il Pakistan in uno stato di forte crisi economica, acuita dalle sanzioni inflitte tanto ai pakistani quanto agli indiani dai loro tradizionali partner commerciali, il Regno Unito e gli Stati Uniti d'America; le piazze si riempirono di manifestanti, guidati nell'ovest dal Partito Popolare Pakistano (PPP) di Zulfiqar Ali Bhutto, di ispirazione socialista e favorevole a una struttura centralista dello Stato, e nell'est dalla Lega Popolare Bengalese (o Lega Awami) di Sheikh Mujibur Rahman, che propugnava la richiesta di una maggiore autonomia per il Pakistan orientale. I tentativi del presidente Ayyub Khan, un generale al potere con metodi autoritari fin dal 1958, di calmare la situazione tramite compromessi al ribasso scontentarono gli ambienti militari, che nel marzo 1969 promossero un colpo di stato incruento ai suoi danni: pur sospendendo la costituzione e proclamando la legge marziale, il nuovo presidente, il generale Yahya Khan, si fece promotore di un estremo tentativo di riconciliazione politica promulgando una serie di riforme dell'apparato statale in senso più democratico e federale, fino a prevedere l'indizione per la fine del 1970 delle prime elezioni politiche generali della storia del Pakistan..
La rivolta del Bangladesh
Le elezioni pakistane furono posticipate al 7 dicembre 1970 a causa dell'abbattersi, sulle regioni orientali, del ciclone Bhola del novembre 1970, che con circa vittime fu ricordato come il più violento ciclone tropicale della storia; la disastrosa gestione dell'emergenza da parte delle autorità centrali pakistane favorì inevitabilmente la causa autonomista della Lega Awami di Mujibur Rahman, che ottenne una schiacciante vittoria elettorale nel Pakistan orientale, mentre all'ovest fu il PPP di Bhutto a imporsi. Il risultato della consultazione consegnò agli autonomisti della Lega Awami una maggioranza assoluta nel parlamento nazionale pakistano, ma né il PPP né il presidente Yahya Khan si dimostrarono disposti ad accettare un simile esito; mentre le consultazioni politiche a tre si rivelarono incapaci di portare una soluzione condivisa, il Pakistan orientale fu scosso da scioperi, manifestazioni ed episodi di disobbedienza civile che degenerarono in sanguinose violenze reciproche tra le comunità bengalesi e degli immigrati "occidentali" presenti nella regione. Lo stato di prossima insurrezione che si respirava nel Pakistan orientale fece il gioco degli ambienti militari, che da tempo preparavano una soluzione violenta della crisi politica..
Dopo la proclamazione della legge marziale nel Pakistan orientale e l'attribuzione di pieni poteri al comandante della guarnigione militare locale, il generale Tikka Khan, nella notte tra il 25 e il 26 marzo 1971 le truppe pakistane lanciarono l'operazione Searchlight: nel tentativo di decapitare in un solo colpo l'élite culturale e politica bengalese, i militari attuarono un'ondata di arresti contro gli esponenti della Lega Awami e i sospetti elementi separatisti nelle amministrazioni pubbliche e nelle forze armate locali; lo stesso Mujibur Rahman venne fatto prigioniero dalle forze speciali pakistane nella sua casa di Dacca.. L'azione portò allo scoppio di una guerra aperta, combattuta senza esclusione di colpi: gli elementi bengalesi delle forze armate e di polizia si ammutinarono in massa, e già il 26 marzo il maggiore Ziaur Rahman proclamò ufficialmente l'indipendenza del Pakistan orientale come "Repubblica popolare del Bangladesh"; un Governo provvisorio del Bangladesh sotto Tajuddin Ahmad fu poi istituito il 17 aprile seguente da membri della Lega Awami riparati a Calcutta sotto la protezione dell'India, mentre i reparti ammutinati furono riorganizzati nel movimento del Mukti Bahini ("Forza di Liberazione") sotto il comando del generale Muhammad Ataul Gani Osmani, scatenando in tutto il paese una guerriglia contro le truppe pakistane..
Entro il maggio del 1971, prima che la stagione del monsone ponesse un forzato stop alle operazioni su vasta scala fino ad ottobre, le forze pakistane si assicurarono con la forza il controllo dei principali centri abitati e delle linee di comunicazione più importanti, mentre nelle campagne imperversavano i guerriglieri del Mukti Bahini; la guerra di liberazione bengalese si caratterizzò per un livello di brutalità altissimo, con un numero di vittime alla sua conclusione stimato tra le e 1,5 milioni, al punto da sollevare nei confronti dei pakistani l'accusa di aver consapevolmente attuato un vero e proprio genocidico del popolo bengalese. Almeno 10 milioni di profughi bengalesi si riversarono in India, ponendo in seria difficoltà le autorità locali che già avevano molti problemi a garantire livelli di vita accettabili per la loro stessa popolazione; l'afflusso di profughi musulmani rischiò inoltre di alterare il delicato equilibrio etnico-religioso nello Stato indiano del Bengala Occidentale, già teatro di disordini e guerriglie negli anni 1960, minacciando di far degenerare la situazione all'interno della stessa India.
L'intervento indiano Il governo del primo ministro indiano Indira Gandhi, al potere dal 1966, era preoccupato per le tendenze radicali di sinistra messe in luce dal governo provvisorio bengalese, ma la prospettiva di sfruttare la situazione per vibrare un duro colpo al Pakistan fu più forte. Lo stato di perenne ostilità con il Pakistan, che si sommava al lungo contenzioso con la Cina per la definizione del confine tra i due paesiContenzioso già degenerato in una guerra aperta tra India e Cina nell'ottobre - novembre 1962., obbligava Nuova Delhi a mantenere in piedi un vasto e costosissimo apparato militare (comprensivo di un programma per la realizzazione di armi nucleari avviato nel 1966), sottraendo notevoli risorse finanziarie ai vasti programmi di miglioramento sociale progettati da Gandhi; la possibilità di trasformare il Pakistan orientale da avamposto nemico in uno Stato indipendente, piccolo e grato all'India per l'aiuto fornito, consentiva di migliorare questa complessa situazione strategica. L'esodo biblico delle popolazioni bengalesi, e la brutalità della repressione attuata dai pakistani, fornivano poi i giusti elementi propagandistici per giustificare un intervento diretto dell'India nel conflitto..