La rivolta del 1516 interessò il Regno di Sicilia negli anni compresi tra il 1516 e il 1523 e si concretizzò in una complessa trama di congiure e rivolte che interessarono il panorama politico siciliano in occasione della assunzione al trono di Carlo d'Asburgo e del conseguente cambio dinastico, dai Trastámara agli Asburgo di Spagna.
Il contesto storico
Alla morte di Ferdinando il Cattolico la contrastata successione al trono del nipote Carlo fu accompagnata in Sicilia (e altrove nei regni iberici) da una complessa trama di congiure e rivolte che interessarono il panorama politico siciliano in particolare negli anni compresi tra il 1516 e il 1523.
Nella ricostruzione della sequenza degli avvenimenti sono state isolate tre fasi distinte:
nel 1516 la rivolta contro il viceré Ugo di Moncada; nel 1517 la congiura e rivolta di Gianluca Squarcialupo; nel 1523 la congiura dei fratelli Imperatore.
Queste vicende affondano le loro radici negli anni dell’ascesa di Ferdinando al trono d’Aragona nel marzo del 1474 e vanno inquadrate entro dinamiche di più vasto respiro che ineriscono lo stato politico e istituzionale anche dei regni di Aragona e Castiglia. Ferdinando infatti, intenzionato a ridimensionare il potere che alcune famiglie nobili avevano acquisito negli anni precedenti, adottò fin da subito una serie di misure finalizzate ad ottenere un maggiore controllo sulla vita politica del Regno di Sicilia: per realizzare il suo progetto ricorse all’uso politico della giustizia.
Colpito dall’avversione del sovrano fu primamente il potentato dei Ventimiglia, conti e marchesi di Geraci. L’occasione fu offerta da un fatto criminale del quale si erano resi colpevoli i due cugini Carlo ed Enrico Ventimiglia: il processo che ne scaturì fu celebrato nel 1475 e offrì a Ferdinando la possibilità di colpire anche altri personaggi della grande feudalità siciliana e del seguito dei Ventimiglia. La sentenza prevedeva la condanna a morte dei due rei i quali, fuggiti all’estero, furono messi al bando e i loro beni sequestrati. Nel 1480 giunse il perdono per Enrico, il quale intanto succedeva nel marchesato, a un prezzo piuttosto elevato: entro due mesi avrebbe dovuto pagare, pena l’annullamento della remissione, una forte composizione pecuniaria che mirava a dissestare finanziariamente i Ventimiglia per ridurne il peso sulla scena politica siciliana, a vantaggio di altre famiglie feudali.
Dagli anni ottanta del XV secolo, a causa della stagione di processi contro alcuni esponenti del baronaggio siciliano inaugurata da Ferdinando nel 1485 la tensione nell’isola si acuiva. La contrapposizione tra i Ventimiglia e la corona polarizzava in modo sempre più nitido lo scontro politico attorno alle due importanti famiglie dei Ventimiglia e dei Luna: l’una e l’altra capaci di raccogliere attorno a sé schieramenti di cui facevano parte componenti sia dell’aristocrazia isolana sia dell’oligarchia urbana.
Intanto nella capitale si era aperta la lotta per l’occupazione delle primarie cariche municipali che vide nell'arco di pochi anni i Bologna conquistare posizioni nevralgiche nel governo cittadino. L’isolamento di altri esponenti del patriziato urbano, come gli Squarcialupo e gli Imperatore, provocherà in seguito le loro rivendicazioni.
Una generale ondata di malcontento era stata alimentata, oltre che dalle dure punizioni inflitte a importanti esponenti della nobiltà isolana e dall’umiliazione in termini di prestigio personale e potere finanziario alla quale erano stati costretti, anche dal gravoso impegno militare che la politica ferdinandea esigeva, che si traduceva in un maggiore coinvolgimento del regno in termini finanziari. Così nel 1505 il Parlamento premeva sul governo affinché si realizzasse una più equa ripartizione del carico fiscale tra le comunità del regno: veniva quindi a tale scopo avviato il primo censimento di anime e beni realizzato in Sicilia.
Alla morte di Isabella di Castiglia nel 1504 la successione in Castiglia di Ferdinando fu messa in dubbio dalle pretese di Filippo il Bello, marito di Giovanna: il clima, che i re cattolici avevano cercato di rasserenare, tornava ad arroventarsi, mentre si stringevano attorno al gruppo felipista coloro che erano stati danneggiati dalla politica ferninandea.
In occasione del Parlamento del 1511 si tornò a discutere circa il riparto delle quote contributive: in quella occasione si schierarono al fianco del viceré Moncada gli stessi personaggi che lo sosterranno più tardi nel 1516 (Giovanni Vincenzo de Luna, Giovanni Branciforte, Simone Bologna). La maggiore resistenza venne dalle universitates, alle prese con crescenti difficoltà finanziarie. Le necessità finanziarie determinate dall’occupazione di Tripoli nel 1510 avevano imposto anche nel Regno di Sicilia l'affannosa ricerca di introiti, conseguiti anche attraverso confische, prestiti e vendite di schiavi e bottini di guerra.
Il malcontento coinvolse anche il Santo Uffizio, in ragione dei privilegi di cui i suoi ufficiali godevano: l’introduzione dell’Inquisizione spagnola in Sicilia, venne guardata con sospetto e l'ostilità della chiesa siciliana e delle oligarchie locali fu forte. In particolare, non venne accolta con favore l’emanazione del decreto di espulsione degli ebrei: in quell'occasione molti ebrei siciliani, incoraggiati da un clima politico generalmente positivo nei loro confronti, optarono per la conversione al cristianesimo. Diversi ebrei scelsero invece la via dell’esilio; ma tra il 1494 e il 1500 molti di loro fecero ritorno nell’isola come convertiti alla cristianità. Questo rimpatrio fu incoraggiato dalle autorità, che accordarono loro protezione e agevolazioni. L’interesse nei loro confronti fu determinato sia dalla preoccupazione per le gravi ricadute economiche che l’espulsione avrebbe provocato, sia dall’ostilità capillarmente diffusa nei ceti privilegiati siciliani verso l’Inquisizione spagnola, percepita come una presenza straniera imposta coattivamente.
Benché il decreto di istituzione dell'Inquisizione in Sicilia risalisse al 1481, la sua nascita effettiva è da ricondurre al 1500. Nel primo decennio di attività la pressione del Tribunale non fu eccessivamente pesante, ma negli anni compresi tra il 1510 e il 1516 essa si fece più energica e penetrante. In questi anni il viceré di Sicilia Ugo di Moncada dimostrò apertamente il suo favore nei confronti di tale istituzione. Diversa la posizione assunta dal Parlamento del 1514, che protestò apertamente nei confronti dell’attività inquisitoriale.
I protagonisti e i fatti Un Secondo Vespro È questa dunque l'articolata e complessa congiuntura politica in cui il Regno apprende della morte di Ferdinando il Cattolico avvenuta il 23 gennaio 1516, che apriva nei regni iberici il problema della successione.
Tumulti e congiure scoppiarono anche in Castiglia e Aragona, offrendo alla fazione che già alla morte di Isabella si era schierata con Filippo il Bello l’occasione di accrescere il proprio prestigio: in Castiglia essa metteva in discussione la reggenza del cardinale Francisco Jiménez de Cisneros; in Aragona veniva messa in dubbio la continuità del mandato degli ufficiali. A Napoli l’abilità politica del viceré Cardona aveva evitato il peggio.
In Sicilia la morte del sovrano era stata tenuta nascosta dal viceré Moncada e diffusa a febbraio da Pietro Cardona, conte di Collesano, ritornato in Sicilia dalla Spagna. Il Collesano ripropose in questa occasione la tesi – subito avallata dal gruppo che faceva capo a Simone Ventimiglia – secondo la quale, una volta deceduto il sovrano, il viceré in carica dovesse ritenersi decaduto, anche se in verità due prammatiche emanate da Giovanni II d'Aragona nel 1465 e nel 1478 avevano esplicitamente disposto in senso contrario. Nonostante il Sacro regio consiglio, organo collegiale competente in materia, avesse espresso nel febbraio 1516 un parere favorevole al viceré Moncada (la cui carica era ordinaria e non straordinaria), sul piano politico la protesta continuò e precipitò. Il Moncada, uomo di Ferdinando, era odiato da molti, e i dissidenti, tra i quali figuravano - oltre al Collesano e al Ventimiglia - anche Federico Abbatellis, conte di Cammarata, Matteo Santapau, marchese di Licodia, e altri baroni, radunati a Palermo, ampliarono ambiziosamente il loro programma politico e lo diffusero.
Linee guida della protesta furono le rivendicazioni di maggiori e più ampie libertà e privilegi:
privilegi del Regno, ossia le antiche libertà politiche; privilegi fiscali, ossia la libertà dalle tasse.
Punti salienti del programma politico della grande feudalità isolana erano i seguenti:
liberazione del Regno dalla condizione, nella quale si trovava da alcuni decenni, di assoggettamento ai sovrani aragonesi, non essendo ancora sopite - ad un secolo di distanza dal compromesso di Caspe - le velleità autonomistiche nei confronti della Corona d'Aragona né svanita la memoria dell'epoca aurea di Federico III; esautorazione del viceré, sostenendo la tesi che al momento della morte del re doveva considerarsi decaduto, e insediamento di un presidente gradito ai siciliani al quale affidare l’amministrazione del Regno; abolizione del regio donativo, delle gabelle e della nuova imposta sul grano; convocazione di un Parlamento che avrebbe dovuto offrire il Regno in dono a Carlo (si trattava di un richiamo alle modalità pattizie con cui dopo il Vespro i siciliani avevano donato la corona a Pietro d'Aragona), a condizione che fossero aboliti i donativi e le gabelle illegittimamente imposti; eliminazione dell’Inquisizione e della tassa per la crociata; assegnazione a italiani di prelazie e dignità.
I rivoltosi volevano fissare su basi più equamente bilanciate il patto con la monarchia e si richiamavano in particolare al tempo dei due Martini, quando il patto tra re e comunità - sottoscritto da re Pietro all’epoca del Vespro - venne rinnovato con maggiore consapevolezza e definito nei suoi contorni istituzionali e rappresentativi. Si reclamava sostanzialmente un ritorno al passato. La polemica si concentrava su temi di natura costituzionale.
Si tratta di programma articolato, che avrebbe potuto ottenere sul terreno delle imposte l’ampio favore popolare, mentre i gruppi dominanti avrebbero tratto vantaggio dal nuovo ordine in termini di occupazione di cariche e di uffici. Un'occasione propizia per la feudalità regnicola - in particolare per quella colpita dalla repressione ferdinandea e piegata nelle proprie ambizioni politiche - per recuperare il suo ruolo politico egemonico nel governo del Regno di Sicilia, a scapito dei togati da una parte e degli hombres de negocios dall’altra, la cui influenza presso la corona era fortemente cresciuta negli ultimi anni.
Il ceto togato però fece quadrato attorno a Ugo di Moncada e i consiglieri confermarono unanimemente la legittimità della sua permanenza nella carica di viceré di Sicilia. I baroni concordarono con il viceré la celebrazione di una seduta del Parlamento siciliano per il 10 marzo, ma il 7 marzo arrivò da Bruxelles un dispaccio di Carlo con la conferma del Moncada, e l’8 marzo la folla palermitana, sobillata dagli uomini di Federico Imperatore, un patrizio a capo di una fazione cittadina, assalì il palazzo vice-regio costringendo il Moncada alla fuga; stessa sorte toccò all’inquisitore. Parte del governo cittadino della capitale si schierò contro il viceré, ma da Messina e da altre città della costa orientale arrivarono attestazioni di lealismo: città mercantile con interessi commerciali e finanziari in Fiandra, Messina vedeva di buon occhio la successione di Carlo, e offrì rifugio e protezione al viceré.