I verbi arabi (, fiʿl; pl. , ʾafʿāl), come nelle altre lingue semitiche, sono, come poi l'intero vocabolario di queste lingue, basati su sequenze di due, tre, quattro o anche cinque (ma solitamente tre) consonanti dette radici (trilittere o quadrilittere a seconda del numero di consonanti). La radice porta il significato di base del verbo, ad esempio k-t-b 'scrivere', q-r-ʾ 'leggere', ʾ-k-l 'mangiare'. Cambiamenti nelle vocali fra le consonanti e l'aggiunta di prefissi e suffissi esprimono funzioni grammaticali come la persona, il genere, il numero, il tempo, il modo e la diatesi.
Caratteristiche Il verbo arabo presenta le seguenti caratteristiche: tre tempi (passato, non-passato; il futuro è formato aggiungendo la particella sawfa o sa al non-passato) due diatesi (attivo, passivo) due generi (maschile, femminile) tre persone (prima, seconda, terza) tre numeri (singolare, duale, plurale) sei modi, solo per il non-passato (indicativo, congiuntivo, apocopato, imperativo, e, solo in arabo classico, energico I e II) diciannove forme; il sistema derivazionale permette di esprimere varie funzioni derivate come l'intensività, la causatività, la reciprocità, la riflessività, la frequentatività ecc. Per ogni forma esiste anche un participio attivo e uno passivo (entrambi aggettivi, declinati normalmente per genere, numero, caso e diatesi) e un nome verbale (declinato per caso; inoltre, quando è lessicalizzato, può essere declinato per numero) La debolezza è una proprietà inerente di un dato verbo che dipende dalle particolari consonanti di una radice verbale, dando origine a cinque tipi principali di debolezza con due o tre sottotipi ciascuna.
I grammatici arabi usano solitamente la radice desemantizzata f-ʿ-l come forma generica per esprimere un dato elemento di un paradigma verbale. Ad esempio, yutakātabu 'gli viene scritto da (qualcuno)' viene generalmente espresso con yutafāʿalu, specificando la forma generica di un verbo sano passivo in VI forma, alla terza persona singolare maschile del non-passato indicativo.
Il numero massimo possibile di forme verbali derivabili da una radice - senza contare i participi e i nomi verbali - è di circa 13 forme persone/numero/genere per 9 combinazioni tempo/modo, compreso il futuro sa (dato che i modi sono attivi solo nel non-passato e l'imperativo ha solo 5 delle 13 voci), per 17 combinazioni forma/voce (dato che le forme IX e XI–XV esistono solo per un piccolo numero di radici stative e la VII forma non può solitamente formare il passivo), per un totale di . Ognuno di questi ha il suo paradigma e ciascuno di questi paradigmi ha varie forme, a seconda dell'eventuale debolezza della radice con cui è formato
Categorie flessive Ogni verbo lessicale viene espresso da quattro temi, due per ciascuna diatesi. Di questi, uno (il passato) è usato per il passato, mentre l'altro (il non-passato) è usato per il presente e il futuro, e si coniuga anche in modi diversi dall'indicativo, come il congiuntivo, l'apocopato e l'imperativo. I temi del passato e del non-passato sono talvolta detti rispettivamente perfettivo e imperfettivo, basandosi su un'errata interpretazione tradizionale che vede nei due temi l'espressione dell'aspetto piuttosto che del tempo; sebbene ci sia ancora disaccordo sull'interpretazione dei temi in base al tempo o all'aspetto, l'opinione dominante attuale ritiene che essi rappresentino il tempo, talvolta di natura più relativa che assoluta. Esistono inoltre alcuni usi insoliti dei temi in alcuni contesti che una volta erano considerati distinzioni di aspetto, ma sono oggi ritenuti semplici costruzioni idiosincratiche che non rientrano efficacemente in nessun paradigma aspettuale.
Al tema del passato si aggiungono suffissi per indicare la persona, il numero e il genere, mentre nel tema del non-passato si aggiunge una combinazione di prefissi e suffissi. In sintesi, i prefissi specificano la persona, mentre i suffissi indicano il numero e il genere. Per entrambi i temi esiste un totale 13 forme che esprimono la persona (prima, seconda, terza), il numero (singolare, duale, plurale) e il genere (maschile, femminile).
Esistono sei modi distinti per il non-passato: indicativo, imperativo, congiuntivo, apocopato (o iussivo), energico I ed energico II. I modi sono generalmente indicati da suffissi. Quando non esiste un suffisso numerale, le terminazioni sono -u per l'indicativo, -a per il congiuntivo, nessuna per l'imperativo e l'apocopato, -anna per l'energico I e -an per l'energico II. Quando sono presenti suffissi numerali, i modi sono distinti da forme diverse dei suffissi (ad esempio, ūna per l'indicativo maschile plurale e -ū per il congiuntivo/imperativo/apocopato maschile plurale), oppure non sono affatto distinti. L'imperativo esiste solo per le seconde persone e si distingue dall'apocopato per la mancanza del normale prefisso di seconda persona ta- / tu-.
La terza persona maschile singolare del passato serve come forma di citazione per identificare il verbo, in modo simile all'infinito in italiano; l'arabo non possiede un modo infinito confrontabile con quello delle lingue europee. Ad esempio, il verbo che significa 'scrivere' è spesso citato come kataba, forma che in realtà significa 'egli scrisse'. Ciò significa che il tema del passato è katab-, mentre il corrispondente tema del non-passato è -ktub-, come in yaktubu 'egli scrive'.
Tempo Ci sono tre tempi in arabo: il passato o perfetto ( al-māḍī), il non-passato o imperfetto ( al-muḍāriʿ) e il futuro. Il futuro in arabo classico si forma aggiungendo o il prefisso sa o la parola sawfa davanti al verbo al non-passato, ad esempio sa-yaktubu o sawfa yaktubu 'egli scriverà'.
In alcuni contesti, i tempi indicano distinzioni aspettuali piuttosto che temporali. Così si utilizzano i tempi dell'arabo: il passato ha spesso (ma non sempre) il significato di un passato perfettivo, ossia esprime il concetto di 'fece' opposto a 'faceva'. Quest'ultimo si esprime utilizzando il passato del verbo kāna 'essere' combinato con il non-passato o il participio attivo, ad esempio kāna yaktubu o kāna kātibun 'scriveva', 'stava scrivendo'. Esistono alcuni verbi speciali detti "verbi composti" che possono esprimere l'aspetto grammaticale dell'incoativo, del durativo ecc., ad esempio badaʾa yulfitu nnaẓara significa "iniziò ad attirare l'attenzione", in cui badaʾa porta il significato di "iniziare a fare qualcosa (nel passato)" i due tempi passato e non-passato possono essere utilizzati per esprimere il tempo relativo (o in un'altra prospettiva, l'aspetto grammaticale) quando seguono altri verbi in una serializzazione verbale. In questo tipo di costruzione, il tempo non-passato indica simultaneità temporale con il verbo principale, mentre il tempo passato indica anteriorità rispetto al tempo principale; oppure, alternativamente, il tempo non-passato indica l'aspetto imperfettivo mentre il passato quello perfettivo. In tutte le forme tranne la I c'è una sola possibilità per il tema del passato e del non-passato di una data radice. Nella I forma, invece, vari verbi hanno diverse realizzazioni. Esempi: a yau 'scrivere' a yau 'guadagnare' a yau 'leggere' a yau 'girare' a yau 'crescere, diventare grande' Da notare che la seconda vocale può essere una qualsiasi fra a, i, u nei temi del passato e del non-passato. La vocale a ricorre nella maggior parte dei tempi passati, mentre la i solo in alcuni (in particolare intransitivi), mentre u si trova solo in alcuni verbi stativi (ad esempio, il cui significato è 'essere X' o 'diventare X' dove X è un aggettivo). Il modello più comune è: passato: a; non-passato: u o i passato: a, non-passato: a (quando la seconda o terza consonante radicale è una "gutturale", cioè una fra ʾ, ʿ, h, ḥ) passato: i; non-passato: a passato: u; non-passato: u
Modo L'arabo ha tre modi ( ḥālāt, una parola che significa anche "casi"; sg. ḥāla), le cui forme sono derivate dal tema imperfettivo: il modo indicativo ( marfūʿ), terminante in u, il congiuntivo ( manṣūb), terminante in a, e l'apocopato o iussivo ( maǧzūm), senza terminazioni. Nell'arabo meno formale e nei dialetti parlati le vocali finali dell'indicativo e del congiuntivo non sono pronunciate, rendendoli identici all'apocopato. L'imperativo ( ṣīġat al-ʾamr) (positivo, solo per le seconde persone) si forma togliendo il prefisso verbale all'apocopato, ad esempio qaddim 'presenta!'. Se ciò che risulta inizia con due consonanti seguite da una vocale (a o i), si aggiunge all'inizio della parola una ʾalif waṣla vocalizzata in i, ad esempio iġsil 'lava!' o ifʿal 'fa'!'; se la vocale del non-passato è u, anche la ʾalif è vocalizzata in u, ad esempio uktub 'scrivi!'. L'imperativo negativo si forma con l'apocopato.
L'eccezione alla regola appena descritta è il verbo in IV forma. In questi verbi l'apocopato viene sempre prefissato da una ʾalif hamza vocalizzata in a, ad esempio ʾarsil 'manda!', ʾaḍifQuando un verbo termina in vocale, nell'imperativo questa è sostituita dalla corrispondente vocale breve. 'aggiungi!'.
Il congiuntivo si usa nella proposizioni subordinate introdotte da certe congiunzioni. L'apocopato si una nella negazione, nell'imperativo negativo e nella forma esortativa li + apocopato. Ad esempio, 2ª pers. masc. sg.: non-passato indicativo tafʿalu 'tu stai facendo' congiuntivo ʾan tafʿala 'che tu faccia' apocopato lā tafʿal il significato dipende dal prefisso che si aggiunge; in questo caso significa 'che tu non faccia!' energico I tafʿalanna il significato dipende dal prefisso che si aggiunge; se il prefisso è li- significa 'devi fare' energico II tafʿalan ha meno enfasi rispetto all'energico I, il significato dipende dal prefisso che si aggiunge; se il prefisso è li- significa 'dovresti fare' imperativo ifʿal 'fa'!'.
Diatesi Il verbo arabo possiede due diatesi ( sīġāt 'forme', sg. sīġa), attiva ( ṣīġat al-maʿlūm) e passiva ( ṣīġat al-maǧhūl). La diatesi passiva si esprime cambiando la vocalizzazione. Ad esempio: attivo faʿala 'egli fece', yafʿalu 'egli fa' passivo fuʿila 'fu fatto', yufʿalu 'viene fatto' Come si vede, le due diatesi sono scritte allo stesso modo; cambia solo la vocalizzazione.
Participio Ogni verbo ha un corrispondente participio attivo e molti possiedono un participio passivo. Ad esempio, muʿallim 'insegnante' è il participio attivo della II forma della radice ʿ-l-m ('sapere'). il participio attivo della I forma è fāʿil, mentre il passivo è mafʿūl. le forme II–X prendono il prefisso mu- e terminazioni nominali in entrambi i participi. L'unica differenza fra i due è la vocale fra le ultime due consonanti della radice, che è -i- per l'attivo e -a- per il passivo (ad esempio, II forma attivo mu-faʿʿil, passivo mu-faʿʿal).
Nome verbale (maṣdar) Oltre al participio, esiste un nome verbale (in arabo maṣdar, pl. maṣādir, letteralmente 'fonte'), talvolta detto infinito, simile all'infinito italiano e a nomi deverbativi di vario tipo (ad esempio, "corsa" e "il correre" da "correre"; "obiezione" e "l'obiettare" da "obiettare"). Come mostrato dagli esempi in italiano, il suo significato si riferisce sia all'atto di fare qualcosa (spesso attraverso estensione semantica) sia al suo risultato. Una delle sue funzioni sintattiche è quella di complemento verbale per altri verbi e il suo uso corrisponde in questo caso all'infinito italiano (mi ha impedito di correre oppure ha iniziato a correre). la formazione della I forma è irregolare nella II forma è tafʿīl. Ad esempio: taḥḍīr 'preparazione' è il nome verbale in seconda forma di ḥaḍara ('essere presente'). la III forma spesso forma il nome verbale con il femminile del participio passivo, così per sāʿada, 'egli aiutò', produce il nome verbale musāʿada. Ci sono anche alcuni nomi verbali del tipo fiʿāl: ǧāhada, 'egli si sforzò', porta a ǧihād 'sforzo (per una causa o uno scopo)'