Il Diario del '71 e del '72, quinta raccolta poetica di Eugenio Montale, fu pubblicato nel 1973 da Mondadori e contiene novanta componimenti. Il libro non è suddiviso in sezioni, e le poesie si susseguono senza un motivo continuativo determinato.
I temi dell'opera
Montale pubblica il Diario del '71 e del '72 due anni dopo Satura, mentre le raccolte precedenti avevano visto passare tredici-quattordici anni di pausa tra l'una e l'altra. Nel febbraio del 1971 Montale aveva dichiarato: "Non si tratta di intervalli programmati [...]. Non credo sia possibile che appaia un mio quinto libro. Ciò dovrebbe avvenire nel 1985. Non è augurabile né a me né agli altri".. Quanto dichiarato in questa autointervista, all'uscita di Satura, non è un depistaggio perché in effetti l'autore, che spesso aveva espresso dubbi sulla prolificità della propria ispirazione, compose il Diario, tranne otto poesie, a partire dalla primavera del '71 e già a fine luglio la prima metà della raccolta (45 poesie), l'intero Diario del '71, era pronta, tanto che Scheiwiller la pubblicò in occasione del Natale dello stesso anno. Anche il Diario del '72 ha una genesi breve, divisa in due tempi: il primo da gennaio a marzo; il secondo, dopo una malattia, da settembre a fine ottobre.
Nel Diario del '71 e del '72, Montale si allontana dal tono polemico che aveva trovato posto già nelle prose degli anni '50 e '60 per poi mostrarsi a pieno in Satura. I temi di cui si compone l'opera spaziano da riflessioni dell'autore sulla poesia stessa (A Leone Traverso, L'arte povera, La mia musa, Il poeta, Per una nona strofa, Le Figure, Asor, A caccia), alla polemica contro l'opportunismo dei suoi tempi, espressa nel genere della lettera in versi (dalle Botta e risposta di Satura a, soprattutto, la Lettera a Malvolio, uno dei componimenti fondamentali dell'opera, polemicamente indirizzato a Pier Paolo Pasolini), i testi che Montale popola di piccoli eventi quotidiani osservati dalla finestra del suo appartamento milanese e quelli di argomento metafisico-teologico. Esistono anche precisi luoghi del Diario che richiamano Satura e la restante produzione del poeta, come dimostra chiaramente soprattutto Annetta, per esempio con la citazione, tra le altre, de La casa dei doganieri.
La poesia di Montale era stata inoltre caratterizzata, fino ad allora, dalla presenza di ispiratrici femminili che rappresentavano occasioni di salvezza per il poeta.: Irma Brandeis, definita nelle poesie con il nome Clizia, era stata donna-angelo soprattutto nella quarta sezione della seconda raccolta montaliana, Le occasioni. Poi Mosca, soprannome per Drusilla Tanzi, conosciuta nel 1927 e dal 1962 moglie di Montale; G.B.H., misteriosa figura femminile, impiegata di un'agenzia di viaggi. cui è dedicata Trascolorando; Diamantina, identificata da Forti. in una ragazza che lavorava da un gioielliere romano. Queste figure femminili, nel Diario, sono presenti in poche poesie. Nessuna di queste donne, tantomeno la domestica Gina, presente in diverse poesie del Diario, ha la forza per riscattare una realtà negativa, così come si presenta agli occhi del vecchio poeta dal chiuso della sua solitudine.
Struttura Il titolo, oltre a testimoniare la simpatia del poeta per un genere che già in gioventù aveva attirato il suo interesse, testimonia la volontà di presentare l'opera come una serie di annotazioni sparse, che possono nascere sia da movimenti interiori e riflessioni maturate in solitudine, sia da avvenimenti esterni (si veda, ad esempio, Rosso su rosso). La serie di rimandi e di connessioni tra una sezione e l'altra è stata costruita a posteriori, mediante lo spostamento dell'ordine dei componimenti: per esempio p.p.c. chiude la prima sezione anche se non è l'ultimo testo composto nel '71.
La critica Una bipartizione netta tra le prime tre raccolte e le ultime quattro non renderebbe conto della continuità che fa dell'opera poetica montaliana un percorso in sé completo, in cui diverse zone dialogano e si richiamano tra loro anche a distanza di decenni. Il punto di vista qui assunto è limitato ad una raccolta, senza dimenticare che anche per le ultime quattro raccolte, restringendo il campo di osservazione rispetto al complessivo che le prende in considerazione tutte, si possono indicare tratti comuni. Ecco un piccolo quadro di alcune letture critiche dedicate anche al Diario del '71 e del '72.
Per parlare ancora ai suoi contemporanei, Montale capisce che il suo stile deve cambiare, e trova nella poesia satirica il tono che meglio rappresenta la nuova stagione. Nel '71, in un'intervista per l'uscita di Satura, il poeta aveva dichiarato:
«La mia voce di un tempo – si può sempre paragonare la poesia a una voce – era una voce, per quanto nessuno l'abbia detto, un po' ancora ore rotundo diciamo così; anzi dissero che era addirittura molto prosastica, ma non è vero, riletta ora credo che non risulti tale. La nuova invece si arricchisce molto di armoniche e le distribuisce nel corpo della composizione. Questo è stato fatto in gran parte inconsciamente; poi, quando ho avuto alcuni esempi, diciamo, di me stesso, allora può darsi che io abbia seguìto degli insegnamenti che io mi ero dato. Ma all'inizio no, è stata veramente una cosa spontanea»..
Nelle prime tre raccolte Montale aveva utilizzato un linguaggio a volte criptico, con molte allusioni. A partire da Satura, le sue poesie diventano più facilmente comprensibili anche per un lettore che non conosca l'evento biografico che sta dietro il testo poetico.
Lingua dell'uomo e lingua di Dio Angelo Jacomuzzi ha parlato di "elogio della balbuzie"., in riferimento alla fase della poesia montaliana iniziata con Satura. Con questa definizione ha voluto sottolineare una residua fiducia del poeta nel ruolo della poesia, nonostante, in apparenza, una svalutazione di questo ruolo ed una svalutazione di Montale stesso.
La poesia sopravvive in un poeta che registra una diffusa perdita di valori e annota la sua (della poesia) perdita di significato. Non denuncia perché non sono più i tempi di una polemica per cui ci vorrebbe una forza che Montale sembra non avere.
Fin dai primi componimenti, Montale aveva frequentato il polo opposto a quello dei poeti laureati che hanno sempre la risposta pronta. Il suo è un "ritmo stento", che, negli Ossi, viene assunto come programma anche formale. Fino a La bufera e altro, il positivo di Montale sta nella negazione delle formule definitive; può coglierlo chi si eleva dalla massa grazie al barlume che scaturisce dall'angelo-donna, fonte di salvezza. Non è difficile scegliere da che parte stare perché l'ossimoro non è ancora permanente ("Ma dopo che le stalle si vuotarono / l'onore e l'indecenza stretti in un solo patto / fondarono l'ossimoro permanente / e non fu più questione / di fughe e di ripari."., da Lettera a Malvolio), il positivo ed il negativo sono nettamente divisi. Con Satura, ed in particolare con un componimento come Incespicare, si rende palese la necessità del "balbo parlare": "Incespicare, incepparsi / è necessario / per destare la lingua / dal suo torpore. / Ma la balbuzie non basta / e se anche fa meno rumore / è guasta lei pure. Così / bisogna rassegnarsi / a un mezzo parlare".. Secondo Jacomuzzi, se la lingua di Dio è un parlare per intero e l'essere umano tenta, talvolta, di imitarlo, sempre fallendo, al poeta non resta che un parlare a metà, unico modo per arrivare alla conoscenza. La poesia sta tra la lingua di Dio ed il polo opposto, il silenzio assoluto e rendersene conto è un passo avanti che i poeti devono compiere. Il giovane Montale non aveva accettato l'impotenza della lingua; negli anni '60 e '70 polemizza invece con chi non accetta questa impotenza.
Ora che "il vero e il falso sono il retto e il verso / della stessa medaglia"., che non si contrappone più nessuna presenza miracolosa, nessun anello che non tiene alla confusione babelica dei linguaggi, non resta che risvegliare dal suo torpore le astuzie della lingua, quella lingua che per Montale diventa un'arma.
Prosa e poesia nell'ultimo Montale Alberto Casadei si è invece soffermato sugli apporti delle prose montaliane degli anni '50 e '60 alle ultime raccolte poetiche ed ha notato come, soprattutto quando Montale si fa polemico, prosa (articoli apparsi sui giornali e riuniti in Auto da fè ed in Trentadue variazioni) e poesia si avvicinano molto, mentre la poesia mantiene una certa autonomia retorica nell'elaborazione di ricordi o di riflessioni personali. Lo stesso poeta aveva dichiarato: "Oggi la differenza tra la prosa e la poesia si coglie con lo sguardo, non con l'orecchio. Trascrivendo in senso verticale un articolo di Libero Lenti [economista, condirettore di "24 Ore"] si potrebbe ottenerne un'accettabile 'poesia'".. Insomma, una poesia che non si differenzia musicalmente dalla prosa, che conserva l'autonomia di una scansione in versi, ma le cui parole "si adagiano sul retro / delle fatture", ritornando così a quell'arte povera e apparentemente svalutata che è manifesto dell'ultimo Montale.
Quest'arte povera procede per moduli quasi automatici, almeno quando si tratta di componimenti che mettono in ridicolo ideologie lontane dal vecchio poeta o di quelli che si concentrano su motivi metafisico-teologici, spesso condotti per mezzo di formule impersonali, frasi fatte, quasi che queste formule siano state un ritornello interiore molto frequente in quegli anni. Tra poesia e prosa circolano materiali retorici adatti a manifestare quello stile "comico" che è lo sfondo, seppure tra escursioni verso l'aulico, via via più rare, della poesia di Montale da Satura in poi. Quindi, da una parte, giochi di parole che dalle prose transitano nella poesia, dall'altra uno schema compositivo che spesso si ripete uguale e che consta di quattro momenti: presentazione di un'opinione diffusa; posizione del poeta; deduzioni e controdeduzioni; conclusione paradossale o polemica.
Il "comico" di Montale, sempre secondo Casadei, rende l'ideologia espressa negli articoli di giornale qualcosa che si può leggere in modo verticale. Non essendo lo stile satirico adottato in tutti i testi del dopoguerra (non ve ne è traccia in Fuori di casa né nella Farfalla di Dinard), si può dire che si tratta di una scelta elaborata soprattutto poco dopo la metà degli anni '60 per esprimere posizioni polemiche, da Satura ai Diari. A Montale, fin da Satura, è chiaro che non è più possibile praticare una poesia che guarda al sublime, perché sono cambiati i tempi; l'arte è un'arte di massa. Il Vecchio si pone come demistificatore del nuovo linguaggio, dell'ossimoro permanente, e lo fa adottando quel linguaggio, mettendosi sul piano dei suoi "antagonisti".
Nonostante il rinchiudersi in se stesso, il progressivo chiudersi nel proprio appartamento per osservare il mondo monologando tra sé e sé, la poesia dei Diari è ancora, come ha detto Andrea Zanzotto, un "invito a non demordere"..
Il poeta, per l'ultimo Montale, non è colui che deve chiedere "di più" alla grande arte, ma è colui a cui è rimasto appena uno spiraglio, "ad ammonire che qualcosa, forse, "fu""..
L'influenza dannunziana Gli studi di Antonio Zollino hanno invece dimostrato come, oltre il conclamato avvicinamento alla lingua dell'uso, si conservino anche nel Diario del '71 e del '72 usi letterari che guardano alla tradizione. Montale, insomma, occulta riferimenti (costanti, secondo Zollino, in tutte le sue opere quelli a Gabriele D'Annunzio) che testimoniano un non completo svilimento del discorso poetico, che pure si manifesta con un'esibita noncuranza.
L'ultimo Montale e la satira