Il settore primario in Giappone è costituito dalle attività economiche dell'agricoltura, della selvicoltura e della pesca, nonché dall'industria estrattiva dell'economia nazionale, ma insieme esse rappresentano soltanto l'1,3% del prodotto interno lordo. Solo il 12,4% del suolo del Giappone è adatto alla coltivazione, e l'economia agricola è fortemente sovvenzionata.

La principale coltura è il riso, ma si coltivano anche barbabietole, canna da zucchero, patate, patate dolci e frumento. Il tè si coltiva nelle isole di Kyūshū, Shikoku e Honshū meridionale, mentre Aomori è rinomata per le mele. Più della metà del territorio giapponese è occupato da foreste, dalle quali si ricava una discreta produzione di legname.

L'allevamento si concentra soprattutto su bovini, suini e bachi da seta, mentre la pesca rappresenta un fiore all'occhiello dell'economia nazionale per quantità di pesce sbarcato, in particolare sardine, sgombri e salmoni.

Storia

L'agricoltura, la selvicoltura e la pesca dominarono l'economia giapponese fino agli anni 1940, ma in seguito andarono declinando fino a divenire scarsamente rilevanti (vedi agricoltura nell'Impero giapponese). Alla fine del XIX secolo (periodo Meiji), questi settori avevano rappresentato più dell'80% dell'occupazione. L'occupazione in agricoltura diminuì nel periodo prebellico, ma il settore era ancora il più grande datore di lavoro del paese (circa il 50% della manodopera) alla fine della Seconda guerra mondiale. Essa diminuì ulteriormente al 23,5% nel 1965, all'11,9% nel 1977 e al 7,2% nel 1988. L'importanza dell'agricoltura nell'economia nazionale continuò in seguito il suo rapido declino, con la quota della produzione agricola netta sul PIL ridottasi infine tra il 1975 e il 1989 dal 4,1% al 3%. Alla fine degli anni 1980, l'85,5% degli agricoltori giapponesi erano impegnati anche in altre occupazioni al di fuori dell'agricoltura, e la maggioranza di questi agricoltori a tempo parziale guadagnavano la maggior parte del loro reddito da attività non agricole.

Il periodo di grande crescita economica che interessò il Paese negli anni 1950 lasciò gli agricoltori assai indietro sia rispetto al reddito sia alla tecnologia agricola. Per tali ragioni essi furono attratti dalla politica di controllo alimentare del governo, in base alla quale erano garantiti alti prezzi del riso e gli agricoltori erano incoraggiati ad aumentare la produzione di qualsiasi coltura di loro scelta. Gli agricoltori diventarono così produttori di massa di riso, trasformando perfino i loro orti in campi di riso. La loro produzione lievitò a oltre 14 milioni di tonnellate alla fine degli anni 1960, un risultato diretto della più vasta superficie coltivata e dell'aumentata resa per unità di superficie, dovuta al miglioramento delle tecniche di coltivazione.

Si svilupparono tre tipi di nuclei familiari agricoli: quelli impegnati esclusivamente in agricoltura (14,5% dei 4,2 di famiglie agricole nel 1988, in calo dal 21,5% nel 1965); quelli che ricavavano più di metà del loro reddito dalla coltivazione (14,2%, in calo dal 36,7% nel 1965); e quelli impegnati principalmente in lavori diversi dall'agricoltura (71,3%, in aumento dal 41,8% nel 1965). Via via che sempre più famiglie si rivolgevano ad attività non agricole, la popolazione contadina diminuì (in calo da 4,9 milioni nel 1975 a 4,8 milioni nel 1988). Il tasso di decremento rallentò alla fine degli anni 1970 e negli anni 1980, ma l'età media degli agricoltori salì a 51 anni entro il 1980, dodici anni più alta del dipendente industriale medio. Storicamente e ancora oggi, il numero delle donne agricoltrici supera quello degli uomini agricoltori.. I dati del governo per il 2011 mostravano che le donne guidavano più dei tre quarti delle nuove imprese agricole. Il trend è confermato dai dati più recenti del 2015, secondo i quali la percentuale di donne in posizioni di responsabilità sul totale dei dipendenti delle imprese agricole oscilla tra il 39,3% e il 46,0% per le aziende di diretta proprietà e tra il 40,9% e il 63,1% per le imprese a conduzione familiare..

Gli ultimi dati disponibili confermano queste tendenze verso una maggiore professionalizzazione e industrializzazione dell'attività agricola giapponese. Nel 2015, le imprese agricole a conduzione familiare erano 1,33 milioni rispetto a 1,96 milioni nel 2005 (-32%). Tuttavia, tra il 2010 e il 2015 era aumentato il numero di imprese con un valore delle vendite superiore a 50 milioni di yen (all'epoca, circa 382.750 euro). Contemporaneamente, il numero di imprese agricole in forma societaria nel 2015 era aumentato del 220% in 10 anni (da 8.700 a 18.857), mentre la loro quota sul totale delle vendite di prodotti agricoli è salita dal 15% al 27%..

Per quanto riguarda la manodopera agricola, il numero di occupati in maniera prevalente in imprese agricole a conduzione familiare era sceso tra il 2005 e il 2015 del 22% (da 2,24 milioni a 1,74 milioni). Il numero di addetti a tempo pieno era però salito del 60% (da 61.094 a 99.393), mostrando una decisa trasformazione da manodopera familiare a manodopera dipendente. Contestualmente, il numero di dipendenti a tempo pieno nelle imprese agricole di tipo societario era raddoppiato (da 52.888 a 104.285), e il 47% degli stessi aveva 44 anni o meno, segnando dopo anni un importante ingresso di giovani in agricoltura. Tale novità è confermata dalla crescita del numero di nuovi entranti in agricoltura (65.030 nel 2015, +13% rispetto all'anno precedente), tra i quali il numero di coloro che avevano meno di 49 anni era 23.030, il più alto dal 2007.

Agricoltura

La caratteristica più impressionante dell'agricoltura giapponese è la scarsità di terra coltivabile. I 49.000 chilometri quadrati in coltivazione costituivano appena il 13,2% della superficie terriera totale nel 1988. Tuttavia la terra è soggetta a coltivazione intensiva. Le risaie occupano la maggior parte della campagna, sia sulle pianure alluvionali, sui pendii terrazzati, che nelle zone umide e nelle baie costiere. I terreni coltivabili diversi dalle risaie si dividono le terrazze e i pendii più bassi e sono piantati a frumento e orzo in autunno e a patate dolci, ortaggi e riso secco in estate. La consociazione delle colture è comune: tali colture sono alternate con fagioli e piselli. Altre importanti piante alimentari sono la barbabietole e la canna da zucchero, mentre nel sud del paese sono presenti le maggiori piantagioni di tè; tra le colture fruttifere hanno notevole importanza gli agrumi, le ciliegie e le mele, la cui produzione si concentra principalmente nella prefettura di Aomori.

L'agricoltura giapponese è stata definita come un settore "malato" perché deve lottare con una varietà di vincoli, come la disponibilità rapidamente decrescente di terra arabile e i redditi agricoli in calo. Il problema dell'eccedenza di riso fu ulteriormente aggravato dagli ampi mutamenti nelle diete di molti giapponesi durante gli anni 1970 e 1980. Anche una grave perdita del raccolto di riso verificatasi in quel periodo non ridusse le scorte accumulate di più del 25% della riserva. Nel 1990, il Giappone era autosufficiente al 67% per i prodotti agricoli e copriva intorno al 30% dei suoi fabbisogni di cereali e foraggi.

Il tasso di concentrazione dei terreni agricoli tra gli agricoltori professionali era aumentato tra il 2001 e il 2011 per poi rallentare. Nel 2014 era ripreso ad aumentare e da allora sta crescendo in maniera costante. Nel 2015, la percentuale di proprietà agricole con una superficie uguale o superiore a 10 ha (ad eccezione di quelle nello Hokkaidō) era salita dall'11% al 27% in dieci anni. In particolare, la quota delle aree di proprietà di aziende agricole di tipo societario era cresciuta nello stesso periodo dal 2,5% al 7,2%, confermando il processo in atto di consolidamento della proprietà agricola, promosso anche da specifiche politiche del governo giapponese..

La produzione agricola totale è andata diminuendo dopo il suo picco di 11.700 miliardi di yen nel 1984, ma aumentava a 8.800 miliardi di yen nel 2015, un aumento di 400 miliardi di yen rispetto all'anno precedente a causa dell'incremento dei prezzi dei prodotti agricoli. Il reddito agricolo prodotto saliva a 3.300 miliardi di yen, una crescita di 500 miliardi di yen rispetto all'anno precedente, raggiungendo per la prima volta in 8 anni la soglia dei 3.000 miliardi di yen..

Allevamento

L'allevamento di bestiame è, nel contesto dell'economia giapponese, un'attività di importanza secondaria. La domanda di carne di manzo crebbe negli anni 1900, e gli agricoltori spesso passarono dall'industria casearia alla produzione di manzo di alta qualità (e alti costi), come il manzo di Kobe. Durante tutti gli anni 1980, la produzione nazionale di carne di manzo soddisfaceva oltre il 2% della domanda. Nel 1991, come risultato delle pesanti pressioni degli Stati Uniti, il Giappone pose fine alle quote sulle importazioni di patate nonché di agrumi. Le mucche da latte sono numerose nello Hokkaidō, dove il 25% degli agricoltori gestisce aziende casearie, ma le mucche da latte sono allevate anche a Iwate, nel Tōhoku e vicino a Tokyo e Kōbe. I bovini da carne sono concentrati perlopiù nello Honshū occidentale e nel Kyūshū. I maiali, i più antichi animali domestici allevati per l'alimentazione, si trovano dappertutto. Quella di maiale è la carne più popolare.

La maggior parte del manzo importato viene dall'Australia, poiché il manzo degli Stati Uniti e del Canada fu bandito dopo i primi casi di encefalopatia spongiforme bovina (la cosiddetta "mucca pazza") in quei paesi. Quei bandi furono poi tolti nel 2006.

Il numero delle aziende zootecniche in Giappone è in diminuzione, principalmente a causa del crescente numero di allevatori che si ritirano per l'età avanzata e della scarsità dei loro successori. Nonostante ciò il numero di animali per allevamento è in crescita.. Agli inizi del Novecento il Giappone era inoltre il più grande produttore mondiale di seta grezza, ma la produzione di bozzoli di bachi da seta è diminuita drasticamente passando da circa 400.000 tonnellate prodotte da 2,21 milioni di bachicoltori nel 1929 ad appena 130 tonnellate prodotte da 349 bachicoltori nel 2016.

Per quanto riguarda i prodotti, la produzione di latte crudo nel 2015 era salita dell'1,0% rispetto all'anno prima a 7,41 milioni di tonnellate grazie all'aumento della resa di latte per mucca a pascolo libero, sebbene il numero di mucche allevate a pascolo libero stia calando. Sempre nel 2015, la produzione di carne di manzo era scesa del 5,4% in confronto all'anno precedente a 475.000 tonnellate a causa della riduzione del numero di bovini da carne allevati. I prezzi delle transazioni dei vitelli sono stati alti. Le produzioni di carne suina e di uova sono generalmente rimaste invariate negli anni recenti. Tuttavia la produzione di polli aveva raggiunto un livello record grazie all'accresciuta consapevolezza in campo salutistico (1.517.000 tonnellate).

Selvicoltura