L’Assedio del Castello di San Giorgio (detto anche Assedio di Cefalonia) fu un evento bellico che si verificò dall'8 novembre al 24 dicembre 1500 nell'ambito della seconda guerra turco-veneziana (1499-1503). L'assedio fu condotto da un esercito ispano-veneziano al comando del capitano Gonzalo Fernández de Córdoba e di Benedetto Pesaro che riuscì a conquistare il Castello di San Giorgio, principale fortezza dell'isola.
Antefatti Cefalonia, la maggiore delle Isole Ionie al largo della costa della Grecia, era stata nelle mani dei conti palatini di Cefalonia e Zacinto della famiglia Tocco dal 1358 al 1479, quando fu invasa e catturata dall'Impero ottomano.Setton (1978), pp. 98, 290 Con l'eccezione di un breve periodo sotto il controllo veneziano nel 1482–1483, l'isola rimase in mano agli ottomani sino al 1500.Setton (1978), p. 515 (note 40). Nel 1499 scoppiò la seconda guerra ottomano-veneziana con l'attacco ottomano al porto di Lepanto, nell'entroterra greco, che si arrese il 24 agosto. La guerra proseguì male per Venezia dal momento che gli ottomani spostarono sempre più la loro attenzione in Morea e riuscirono ad occupare Modone il 9 agosto 1500, evento seguito dalla resa dei vicini forti di Korōnī e Navarino.Setton (1978), pp. 515–522
La flotta spagnola giunge a Zante Il 28 ottobre 1500 la flotta spagnola, al comando di Gonzalo Fernández de Córdoba, arrivò al largo di Zante dopo essere salpata il giorno prima da Porto Longo ma causa del forte vento non fu possibile attraccare. Benedetto Pesaro, Capitano Generale da Mar della Repubblica di Venezia, decise di inviare quattro sopracomiti per accogliere nel modo dovuto lo spagnolo, non essendo stato informato del suo arrivo. Questi gli offrirono il comando delle forze veneziane per la riconquista di Cefalonia e gli riferirono che il capitano generale lo avrebbe raggiunto a bordo di una galea non appena il vento si fosse calmato. Durante l'incontro Consalvo disse di essere giunto a Zante senza invito per amore della cristianità, amicizia verso la Serenissima e perché spinto dalle lettere dell'oratore veneziano a Napoli. La sua flotta disponeva di tre caracche genovesi di cui la Camilla (l'ammiraglia) da bottiuna botte veneziana corrispondeva a circa 640 kg o 751,17 litri, un'altra da botti e la Salvega da botti, 54 tra barze e caravelle di cui le più grandi da 600 botti ma la maggior parte da 200-300 botti, 7 galee castigliane, 8-10 fuste catalane, 500 schioppettieri, balestrieri, 25 grandi cannoni di bronzo e decine di minor calibro, il resto fanti e lancieri oltre a viveri per quattro o cinque mesi. Successivamente furono inviati tre sovracomiti in visita al capitano dei francesi, malato di dissenteria. Egli disponeva di due barze grossevelieri da carico a tre alberi del XVI secolo da botti con 600 uomini a bordo. Poiché la paga per i suoi soldati si sarebbe esaurita in meno di un mese, i veneziani si offrirono di coprire le sue spese durante la permanenza sull'isola e gli concessero una galea..
Pianificazione dell'impresa di Modone Il 31 ottobre Consalvo sbarcò sull'isola e dopo aver incontrato il Pesaro i due andarono prima a messa e poi riunirono un consiglio di guerra in una casa a cui parteciparono le più alte personalità spagnole presenti insieme ai provveditori veneziani e ai capitani delle galee. Dopo aver esaminato carte e disegni, si deliberò di catturare la fortezza di Modone, difesa da circa 800 turchi. Si sarebbe effettuata una ricognizione in gondola per verificare lo stato delle difese per poi farvi penetrare di notte soldati attraverso cunicoli sotterranei chiusi da grate arrugginite che la collegavano al mare posti presso il tratto sud-ovest delle mura. Nel caso in cui questa via si fosse rivelata impraticabile, si sarebbe catturato il porto e il borgo con - uomini per poi cercare di entrare nella fortezza nello stesso punto da cui erano penetrati i turchi con la copertura dei balestrieri, degli schioppettieri e dell'artiglieria. Prima però si decise di recarsi a Cefalonia, in primo luogo per raccogliere il legname e il materiale necessario per realizzare i ripari, in secondo perché puntando a ponente non sarebbero messi in allarme i turchi. Il Pesaro inviò immediatamente richieste di munizioni, polvere da sparo, denaro e viveri in Puglia, a Creta e a Corfù e ordinò che fossero riparate alla buona ed equipaggiate al più presto alcune galee grosse e galee sottili che versavano in cattivo stato. La flotta veneziana a Zante, infatti, era costituita da quattro galee grosse, sei galee sottili e due barze, perlopiù vecchie, dal legname marcio e il sartiame usurato, alcune delle quali imbarcavano persino acqua, inoltre il denaro per finanziare l'impresa scarseggiava e alla partenza vi erano viveri solamente per una decina di giorni..
Arrivo a Cefalonia e trattative con il presidio turco Il 1 novembre la flotta ispano-veneziana raggiunse Cefalonia. Il giorno successivo il cancelliere di Luca Querini, provveditore di Corfù, si offrì di condurre le trattative per convincere la guarnigione turca a cedere il Castello di San Giorgio. Suo padre infatti era originario di quelle terre e lui conosceva un fratello del subassì. Il castello si trovava circa tre miglia nell'entroterra, sulla sommità di un colle alto circa 150 m e dai pendii scoscesi ed era pertanto difficilmente aggredibile. Il 4 novembre l'ambasceria raggiunse la fortezza dove fu arrestata ma subito rilasciata per ordine del subassì Gisdar Aga. Il cancelliere gli offrì di arrendersi, promettendo che alla guarnigione sarebbe stato permesso di tornare in sicurezza in Turchia a bordo di alcune galee oppure di continuare a residiere in quelle terre sotto i veneziani, in tal caso egli avrebbe ricevuto un'adeguata provvisione. La sera stessa il fratello del subassì si recò al porto dicendo che i turchi chiedevano venti giorni per poter esaminare la proposta, nel frattempo le due parti avrebbero dovuto scambiarsi un ostaggio. Il Pesaro rifiutò i termini proposti dai turchi e dopo essersi consigliato con Consalvo, "mandò a dir aspre parole" al subassì che non si voleva arrendere. Mentre si conducevano le trattative, Consalvo inviò 10-12 cavalieri e 500 fanti in ricognizione attorno al castello affinché ne studiassero la posizione e le difese e il Pesaro vi associò alcuni stradiotti. Molti soldati al comando di Gorlino da Ravenna sbarcarono al fine di procurarsi il legname di cui la flotta necessitava per l'assedio di Modone..
Consalvo decide di assediare Castel San Giorgio La mattina del 5 novembre giunsero a Cefalonia anche le navi francesi. Il loro capitano fu informato dai veneziani circa l'impresa di Modone e si rifiutò di dare il proprio appoggio poiché il padrone della nave voleva licenza; fu inizialmente convinto a restare con il pretesto che l'operazione sarebbe stata di breve durata ma il giorno dopo lasciò l'isola alla volta di Corfù. Il Pesaro venne a sapere che Consalvo voleva intraprendere quell'impresa poiché, dal momento costi di mantenimento della flotta spagnola erano estremamente elevati, aveva bisogno di catturare al più presto alcune terre per conto della corona spagnola (in particolare il Negroponte e Lesbo) che poi sarebbero state scambiate con altri territori già in possesso della Serenissima. Per riuscirvi, tuttavia, aveva bisogno dell'appoggio dei veneziani, in particolare in merito ai rifornimenti, avendo scarsa dotazione di polvere di sparo e materiale per condurre un assedio.
Il 6 novembre il cancelliere riaprì le trattative ma ancora una volta il subassì si rifiutò di arrendersi. Consalvo allora si mise alla testa dei propri soldati e andò in ricognizione fin sotto il castello, accompagnato da Gorlino da Ravenna e dai suoi. Fece poi sapere al Capitano da Mar di voler catturare quella fortezza prima che la flotta fosse pronta per ripartire alla volta di Modone. Il Pesaro dopo essersi consultato con i provveditori e i capitani delle galee accettò. Nel pomeriggio furono scaricati dalle navi e posti su carri 12 cannoni di grande calibro oltre a 40 di calibro minore, tra cui molti falconetticannone leggero e mobile, versione più piccola del falcone, aveva un calibro di circa 50 mm e sparava palle di ferro da 1-4 libbre (0,3-1,2 kg) poi furono trainati verso il castello..
L'assedio Divisione dei compiti e avvio del bombardamento L'8 novembre il castello fu circondato dall'artiglieria spagnola. Il giorno successivo Consalvo fece erigere l'accampamento e fu raggiunto poco dopo dal Pesaro, dal provveditore della flotta Girolamo Contarini e dal capitano delle galee grosse Giacomo Venier, che non avevano ancora visto il castello; gli espresse l'intenzione di rimanere nell'accampamento mentre i veneziani sarebbero dovuti restare a difesa del porto. Il Pesaro nominò i due quali aiutanti di campo del Consalvo e il provveditore della flotta Girolamo Pisani e il vicecapitano delle navi Marco Orio quali provveditori deputati a dirigere le operazioni al porto, a cui poi aggiunse il capitano della fanteria veneziana Gorlino da Ravenna e Alvise Moscatelli, capitano degli equipaggi delle galee. Il Pesaro assegnò poi nominò i mastri dell'accampamentoAlvise Salamone e Andrea Foscolo, gli addetti al rifornimento delle munizioniBeneto Trum e Gabriele Soranzo, delle vettovaglieMarco Tiepolo e Domenico Capello e della biadaFrancesco Pasqualigo, Alvise da Canal e Paolo Contarini, alla mobilizzazione delle artiglierieFrancesco Arimondo e Angelo Orio, alla realizzazione dei ripariAndrea Bondimier e Silvestro Trum, i capi colonnelloPiero Trevisan, Geronimo Morosini, Sebastiano Moro e Daniele Pasqualigo e gli addetti alla cura dei feriti. Il 10 novembre erano ormai sbarcati sull'isola quasi diecimila soldati spagnoli e 15 cannoni di grosso calibro e decine di falconetti e girifalchibombarde di bronzo del XVI secolo che furono faticosamente posizionati in tre gruppi sulle alture attorno alla fortezza. Verso le nove di mattina l'artiglieria iniziò a tirare giorno e notte contro le mura della fortezza su due lati, tanto che i difensori non potevano sporgersi dalle mura e riuscì in breve a mettere fuori uso una grande bombarda nemica e a causare gravi danni alle mura e ai torrioni. Si avviò inoltre la costruzione dei ripari per gli schioppettieri. I turchi risposero con un tiro molto modesto, secondo i veneziani perché forniti di pochi pezzi d'artiglieria. Il giorno successivo, complice il bel tempo tipico dell'Estate di San Martino, il Pesaro fece sbarcare la maggior parte degli uomini dalle galee grosse e dalle sottili e ordinò all'equipaggio di quelle navi di trainare pezzi d'artiglieria, munizioni, viveri e materiale d'assedio all'accampamento, che distava cinque miglia dal porto..
Diserzioni turche e cedimenti di mura Il 13 novembre Gorlino da Ravenna e Alvise Moscatelli, insieme a molti altri, si portarono fin sotto il terrapieno che i turchi avevano realizzato in seguito al crollo di un tratto delle mura. Qui iniziarono a scavare con grandi zappe cunicoli poi sostenuti con pali di ferro per minare le fondamenta e farlo crollare in vista dell'assalto generale, previsto da lì a due giorni. Sfortunatamente forti piogge costrinsero gli spagnoli e i veneziani a posticipare l'assalto e rallentare le operazioni, sebbene si continuasse a tirare con l'artiglieria. La mattina del 15 novembre si fecero saltare alcune mine all'interno di cunicoli scavati nelle mura della fortezza creando una breccia di 4-5 passi.