Il succorpo di Sant'Erasmo è una cappella situata all'interno della cattedrale dei Santi Erasmo e Marciano e di Santa Maria Assunta di Gaeta, corrispondente alla sua cripta. Importante esempio di architettura barocca napoletana, rappresenta, all'interno della cattedrale di Gaeta, l'unico ambiente unitario nello stile e immutato nella sua conformazione originaria. Il succorpo custodisce le reliquie dei santi Erasmo di Formia e Marciano di Siracusa, patroni della città di Gaeta.
Storia L'incorpo medievale
Nell’842 il vescovo di Formia Giovanni III, a causa delle incursioni saracene, volle traslare le spoglie mortali dei martiri Erasmo, Innocenzo e Probo dal luogo di sepoltura originario (sul quale era poi sorta la cattedrale di Sant'Erasmo) alla chiesa di Santa Maria del Parco nella più sicura Gaeta (nell'870 circa venne trasferita a Gaeta anche la sede vescovile). Esse vennero murate all'interno di un pilastro e ivi rimasero fino quando furono ritrovate dal vescovo Bono, attestato dal 919;V. von Falkenhausen, Tra Roma e Napoli: Gaeta nel primo medioevo (VIII-XII secolo), in per commemorare tale avvenimento, gli ipati Giovanni patrizio imperiale e Docibile II suo figlio coniarono una medaglia (o un sigillo) in piombo considerata la più antica medaglia coniata a Gaeta. Venne appositamente costruita per accogliere le reliquie una cappella ipogea denominata "incorpo", situata sotto l'area meridionale della chiesa, all'interno del cui altare insieme alle spoglie dei santi Erasmo, Innocenzo e Probo (poste all'interno di un unico sarcofago) vennero poste anche quelle di san Marciano di Siracusa (giunte a Gaeta probabilmente nel X secolo). Nel 918 furono rinvenute in Santa Maria del Parco, all'interno dell'altare dedicato alla santa, le spoglie mortali della martire Eupuria in seguito ad un evento miracoloso.
A partire dal 978 la cattedrale venne ampliata e fu consacrata il 22 gennaio 1106 da papa Pasquale II e dedicata a santa Maria Assunta e a sant'Erasmo (doppia intitolazione attestata dal 995) e probabilmente anche a san Marciano e san Probo. Alla metà del XIII secolo l'edificio fu oggetto di un importante intervento di ampliamento che lo portò ad acquisire una pianta a sette navate e probabilmente un orientamento invertito rispetto a quello originario, con l'abside a nord anziché a sud. Nel 1049 invece era stata portata a termine l'edificazione del battistero, dedicato a San Giovanni in Fonte, situato a ridosso del lato settentrionale della chiesa, a lato del campanile.
L'incorpo di Sant'Erasmo, in quanto luogo di particolare devozione popolare nei confronti del santo, era posto sotto il patronato del magistrato civico di Gaeta cui spettava la nomina di due procuratori, dei quali l'uno scelto tra i nobili, l'altro tra i mercanti, che a partire dal 1515 furono quattro (due nobili, un mercante e un borghese). Tali procuratori poi, insieme ai giudici della città, a loro volta nominavano i deputati per l'organizzazione della festa di Sant'Erasmo (la cui memoria liturgica è il 2 giugno) che aveva grande concorso di popolo proveniente anche dalle località circostanti Gaeta anche per la "caccia al bufalo", manifestazione derivata dalla corrida, introdotta sotto la dominazione spagnola della città (1504-1734) e soppressa nel 1862. Fino alla metà del XVI secolo le entrate della cappella erano costituite dal contribuito annualmente versato dal magistrato civico per la festa di Sant'Erasmo, dalle offerte dei privati e dalle multe inflitte ai trasgressori degli statuti di Gaeta; successivamente fu destinataria di ingenti elargizioni pubbliche delle quali la prima fu nel 1559 da parte del vescovo Antonio Lunello cui seguì nel 1560 una della città, con conseguente istituzione di una rendita annua da versare in più rate.
L'edificazione del succorpo
Nel 1569 il vescovo Pedro Lunello tentò di intromettersi nel controllo della cappella alla ricerca di fondi pubblici per costruire un nuovo coro per la cattedrale per adeguarla alle direttive del Concilio di Trento che, tra le altre, prevedeva un aumento del numero dei canonici (avvenuto a Gaeta nel 1547); tale azione non fu affatto gradita da parte del magistrato civico che anzi revocò i finanziamenti precedentemente promessi; le divergenze tra vescovo e città furono superate nel 1584 probabilmente in seguito all'inserimento nel progetto di un rifacimento dell'incorpo.
Per la costruzione del nuovo coro e del sottostante cappella di Sant'Erasmo furono demolite alcune case retrostanti la cattedrale, che insistevano sul sito dell'antico battistero di San Giovanni in Fonte che già nel 1569 risultava da tempo non più esistente; la muratura del corpo di fabbrica fu portata a termine nel 1586. Nuovo impulso per il completamento dell'opera fu dato da Alfonso Laso Sedeño, divenuto vescovo di Gaeta nel 1587; i lavori furono finanziati dal comune a più riprese a partire dal 1589. Nel 1594 il vescovo ordinò che venisse fatta una ricognizione canonica delle reliquie conservate nell'incorpo che ebbe luogo il 24 ottobre alla presenza delle autorità cittadine e del priore di San Domenico che presiedette il rito; da questa emerse che all'interno di due casse erano accolte le spoglie rispettivamente dei santi Erasmo, Probo ed Innocenzo e di san Marciano. Nel 1597 venne benedetta la nuova abside dal vescovo di Fondi Giovanni Battista Comparini (dal momento che la sede gaetana era vacante per il trasferimento di Alfonso Laso Sedeño a quella cagliaritana), mentre la sottostante cappella di Sant'Erasmo (popolarmente chiamata "succorpo") rimase incompiuta. Il nuovo vescovo di Gaeta Giovanni de Ganges, al quale già nel 1598 (pochi mesi dopo il suo insediamento) il magistrato civico aveva negato di poter visitare il succorpo per evitare ingerenze nell'amministrazione dello stesso, nel 1600 «ritenendo di averne la giusta autorità, chiese ufficialmente ai procuratori della cappella di Sant'Erasmo di consegnargli i libri contabili» e, di fronte ad un nuovo rifiuto da parte dell'amministrazione cittadina, scomunicò i procuratori stessi. Nuovi tentativi per assumere il controllo del succorpo furono fatti dal vescovo l'anno seguente, il quale sortì come unico effetto la concessione grazie ad un breve apostolico di papa Clemente VIII del 2 maggio 1603 di poter celebrare nella cappella una messa in occasione della festa di Sant'Erasmo. Il succorpo inoltre, per disposizione del magistrato civico, veniva officiato ogni mercoledì da un canonico della cattedrale.
Il rifacimento seicentesco
Il succorpo venne completato nel 1607, anno in cui vi furono traslate le reliquie. Il risultato non venne reputato soddisfacente dal magistrato cittadino tanto che già nel 1608 chiese di poterne innalzare la volta al vescovo Pedro de Oña, O. de M., il quale rifiutò sia per i cattivi rapporti con l'amministrazione cittadina (dovuti anche alle sue ambizioni di controllo della cappella di Sant'Erasmo), sia perché tale operazione avrebbe comportato il rifacimento del soprastante presbiterio inaugurato appena 11 anni prima. Pedro de Oña alla sua morte (avvenuta nel 1626 avrebbe voluto farsi inumare all'interno del succorpo, ma ciò gli fu negato dal magistrato civico. Nel 1609 vennero demoliti i due altari ad essa più prossimi all'abside che custodivano i resti dei santi Casto e Secondino (altare di destra) e di sant'Eupuria (altare di sinistra) che furono provvisoriamente collocati nel succorpo all'interno di una cassa in piombo; in particolare, le reliquie della santa erano state oggetto di un rinvenimento miracoloso all'interno dell'antica cattedrale di Santa Maria del Parco nel maggio 918.
I lavori di rifacimento del succorpo non iniziarono che nel 1617 e il 1º aprile dello stesso anno venne formata una commissione che soprintendesse alle operazioni. Nel marzo 1618 venne finanziata la demolizione di alcune case annesse al campanile per permettere l'ampliamento della piazza antistante che consentisse un più semplice accesso alla cappella. Venne inoltre distrutto l'originario pavimento del presbiterio cinquecentesco per consentire l'innalzamento di oltre un metro della volta del succorpo.
Nel 1619 fu affidata a Jacopo Lazzari, scultore e marmoraro fiorentino attivo a Napoli, la decorazione della muratura interna dell'ambiente; l'anno successivo la struttura doveva essere terminata anche se ancor priva di gran parte delle sue decorazioni, in quanto il 9 aprile vi furono solennemente trasportate le reliquie demolendo l'altare dell'incorpo che le accoglieva. Esse furono posizionate entro due sarcofagi romani del III-IV secolo: nel primo vennero collocati un sarcofago più piccolo contenente le spoglie dei santi Erasmo, Probo e Innocenzo ed un'urna marmorea con quelle di san Marciano, nel secondo invece un altro sarcofago di minori dimensioni con le spoglie dei santi Casto, Secondino ed Eupuria. Poiché nell'altare del succorpo non vi era posto per le reliquie di sant'Albina, queste furono situate sotto la mensa dell'altare maggiore della cattedrale. Spettava alla città la nomina e l'erogazione dello stipendio ad un sacerdote con funzione di cappellano del succorpo, con assegno annuo per il sacrestano della cattedrale affinché ogni notte alle ore 3 suonasse con una piccola campana il coprifuoco Dopo il trasferimento delle reliquie dei santi nella nuova cappella, l'incorpo fu convertito in sepoltura per i canonici della cattedrale e, con la costruzione della nuova facciata neogotica della basilica (inizi del XX secolo) esso venne dotato di un accesso indipendente. Dionisio Lazzari, figlio di Jacopo (morto nel 1640), a partire dal 1644 si occupò del completamento delle sei nicchie, delle quali il padre ne aveva realizzate soltanto quattro, destinate ad accogliere le statue dei santi (che in origine dovevano essere in marmo), entro il 1655 della realizzazione della balaustra in marmi policromi e della costruzione della doppia scalinata e del vestibolo d'accesso nel 1650 circa; nel 1666 nel vestibolo venne posta un'iscrizione frutto del voto fatto dalla città di Gaeta per essere scampata all'epidemia di peste del 1656. Il pavimento venne commissionato nel 1661 a Giuseppe Gallo al quale fu poi intimato di rifinirlo in breve tempo in quanto la sua realizzazione era stata reputata mediocre. Tra il 1662 e il 1664 Giacinto Brandi dipinse la volta e la pala d'altare (che andò a sostituirne una precedente, ritenuta mediocre). Nel 1670 Dionisio Lazzari si occupò del rifacimento del paliotto marmoreo dell'altare, mentre nel 1689 venne completata la decorazione della scalinata d'accesso con la fascia in marmi bicromi intarsiati; nel 1701 venne messo in opera il monumentale cancello in bronzo.
L'apparato decorativo argenteo
A partire dal febbraio 1676 iniziò il finanziamento annuo del comune di Gaeta (ricavato da alcune tasse, dapprima da quella sulla neve e poi da quella sul pane) dell'apparato decorativo scultoreo in argento. La realizzazione di quest'ultimo (consistente nelle statue dei sei santi sepolti nel succorpo, nel paliotto dell'altare e in altri arredi) proseguì per tutto il secolo successivo ed ebbe particolare impulso durante l'episcopato di Gennaro Carmignani, C.R. (1738-1770). L'intero apparato (ad eccezione delle statue di Sant'Erasmo e di San Marciano) andò perduto in seguito alla requisizione del 1798 da parte del Regno di Napoli, che le fuse ricavandone 130 kg per coniare monete.