Produzione pittorica sviluppatasi nell'arco del secolo XVI in area piemontese, prevalentemente nei centri di Casale Monferrato, Alessandria, Vercelli, Cuneo, Torino, Asti, Tortona e Varallo.
Dal tardogotico al Rinascimento Martino Spanzotti
La pittura in area piemontese nel Cinquecento si apre con la figura prolifica del casalese Martino Spanzotti, giunto a Chivasso già nell'estate del 1502, dopo aver eseguito per la chiesa di San Francesco a Casale uno dei suoi ultimi capolavori. Con lo Spanzotti, attivo già a Vercelli con una bottega dove nel 1491 si andava formando il Sodoma, l'area torinese sembra finalmente conoscere un linguaggio figurativo del tutto nuovo rispetto a quello ancora legato, sullo scorcio del secolo XV, alla cultura tardogotica. Spanzotti infatti cercherà di coniugare motivi foppeschi con quelli mutuati dalla pittura dell’Italia centrale, e profonde saranno le sue speculazioni sulla luce e le geometrie di Piero della Francesca. Nella chiesa torinese di San Domenico realizzerà degli affreschi, dove questa fusione formale troverà esplicazione magistrale. Poi a Ivrea altri affreschi in San Bernardino. Tra il 1507 e il 1511 viene a consolidarsi il rapporto tra il pittore e il duca sabaudo, e nella nuova bottega chivassese dello Spanzotti comincia a fermentare quella che sarà la personalità più importante, per almeno circa trent'anni, nell'area occidentale del Piemonte: Defendente Ferrari.
Defendente Ferrari e Gerolamo Giovenone La prima opera di Defendente a Torino è il polittico con le Storie di Santi Crispino e Crispiniano, in Duomo, datato intorno al 1505-1507, opera che dimostra come fosse difficile diffondere in questa città, così fortemente legata alla antica tradizione figurativa, le conquiste stilistiche raggiunte dallo Spanzotti, al punto che le tavole centrali ripropongono modelli tardogotici oramai consolidati, dove le figure, riccamente abbigliate si incastrano perfettamente nell'oro sfavillante e nell'azzurro astratto che definiscono gli spazi delle tavole.
Il 1507 è un anno particolarmente ricco di novità per la pittura locale, basterebbe ricordare il fatto che a Torino giunge un polittico raffigurante una Deposizione e Santi, realizzato dal pittore leonardesco Bernardino de’ Conti; tuttavia, tali novità non riescono a sostituire del tutto la vecchia maniera. Defendente Ferrari a ogni modo amplia la sua cultura figurativa non soltanto su questi modelli, ma anche e soprattutto guardando all'arte prodotta di là dalle Alpi. Ne sono testimonianza un'Adorazione dei Magi (Torino, Galleria Sabauda), una Natività notturna (Torino, Museo Civico). Le sue prove di originalità si possono vedere espresse nelle diverse predelle che vanno a contornare i suoi polittici, piccoli riquadri dove il pittore esprime tutta la sua vena narrativa non disdegnando di raffigurare i più minuti particolari. Ma sono le grandi pale d'altare le opere con cui Defendente verrà conosciuto, impreziosendo altari di chiese e confraternite in un’area relativamente vasta che va da Torino a Biella e poi ancora alla valle di Susa. Da queste opere si evince il tentativo da parte dell’artista di coniugare il naturalismo della pittura nordica, analitico e lenticolare, con una pittura più orientata verso un ideale universalistico e sintetico delle forme. È il caso della Assunta per i Mercanti di Lana del 1516 (oggi conservata a Ciriè presso la Confraternita del Santo Sudario).
Accanto alla attività di Martino Spanzotti e Defendente Ferrari si svolgerà poi quella altrettanto incisiva di Gerolamo Giovenone, anch'egli artista centrale per gli sviluppi della pittura piemontese cinquecentesca in senso squisitamente rinascimentale.
Gli anni della svolta Gaudenzio Ferrari e i suoi seguaci
Nel corso della prima metà del XVI secolo in Piemonte è Vercelli, comunque, il centro di maggiore produzione e quello indubbiamente più interessante per le qualità stilistiche raggiunte. Vercelli infatti legherà il suo nome a quello di uno dei protagonisti incontrastati della pittura piemontese del Cinquecento: Gaudenzio Ferrari. Gaudenzio porterà aria nuova nel vercellese dimostrando un’apertura verso la ricca produzione figurativa dell’Italia centrale. Sin dagli inizi della sua attività in questa città, manifesterà una profonda conoscenza della tradizione figurativa milanese di matrice strettamente zenaliano-bramantiniana, ma allo stesso tempo mediterà a fondo sulla pittura di Perugino, da poco giunto, intorno al 1496-99, alla Certosa di Pavia. Il desiderio di studiare la pittura dell’Italia centrale spingerà Gaudenzio a compiere poi un viaggio a Roma, in compagnia di Eusebio Ferrari; soggiorno che sarà ricco di stimoli e riflessioni per l’artista e per il suo seguace. Tutte queste esperienze caratterizzate dall'attento studio sui testi dei predecessori così come dei suoi contemporanei produrranno i loro frutti mirabili già nel polittico vercellese di Sant’Anna (1508-1509).
L’attività di Gaudenzio prosegue anche in terra novarese in un periodo circoscritto agli anni che vanno dal 1514 al 1521. Le delicate narrazioni gaudenziane avranno ripercussioni sulla cultura figurativa locale, andando a influenzare personalità come Sperindio Cagnoli e Fermo Stella. Allo stesso periodo risale la grande impresa del Sacro Monte di Varallo, dove il Ferrari mette in atto la sua genialità scenografica facendo dialogare pittura, scultura e architettura in modo così mirabile da prefigurare quasi le grandi imprese sceniche del barocco romano. Tra il 1529 e il ’34 sarà poi la volta della felice impresa degli affreschi in San Cristoforo a Vercelli con Storie della Maddalena e Storie della Vergine, e qui la pittura di Gaudenzio vira verso soluzioni oramai lombarde, come dimostra la geometrizzazione dello spazio e delle figure che richiama la razionalità di Bramantino.
Le novità coloristiche e formali gaudenziane introdotte a Vercelli impressioneranno, oltre che lo stesso Eusebio Ferrari, anche Gerolamo Giovenone. Questi realizzerà un trittico con la Madonna in gloria con Santi e donatori intorno al 1516 per la chiesa di San Paolo, lavoro che vede il pittore barcollare tra Defendente e Gaudenzio in una originale soluzione capace di fondere il gusto nordico con quello filolombardo. Se la mandorla di luce che emana dalla sagoma della Madonna lega Giovenone a un lessico un po’ rétro, le figure dei santi e dei donatori, coi loro visi dolci e le pose matematicamente studiate, tradiscono forti debiti nei confronti del maestro del Sacro Monte di Varallo. La riflessione sul colore e sulle sue potenzialità espressive e simboliche, che qui va sviluppandosi trovando una qualche definizione nei vermigli e negli azzurri delle vesti o addirittura negli ori luminosi che qua e là ravvivano le figure, proseguirà anche a Mortara, dove Giovenone realizzerà una Madonna con Bambino e Santi per San Lorenzo (oggi conservata presso l’Accademia Carrara di Bergamo), dove il pittore assorbirà alla perfezione la lezione del Gaudenzio oramai lombardo.
Gandolfino da Roreto Sorprendente invece risulta essere l’esperienza di Gandolfino da Roreto. La vicenda artistica di questo magnifico maestro, puntellata da una serie numerosa di trittici e pale, si snoda con disinvoltura in lungo e in largo, comprendendo un’area geografica che va da Asti ad Alessandria e al Monferrato. Di cultura vasta e articolata, aggiornandosi sulle novità della pittura ligure, Gandolfino guarda con attenzione anche i cremonesi, puntando lo sguardo in modo particolare su Boccaccio Boccaccino. A Quargnento lascerà una Madonna con Bambino e Santi nella chiesa di San Dalmazzo, contrassegnata da un notevole colorismo. Poi nel Duomo astigiano dipingerà una Madonna in trono e Santi (1516), dove lo sguardo si perde nelle pieghe dei panneggi multicolori. Le vesti delle figure sembrano gemme policrome incastonate in un gioiello di pregevole fattura e i loro bordi dorati, che seguono la flessuosità delle stoffe, luccicano al pari del metallo delle chiavi, del calice e della spada. L’umanità dei visi fa da contrappunto all'astrattezza dell’angelo musico, figura che sembra ritagliata da una tavola fiamminga e direttamente inserita in questo ambiente ma con rettifiche lombarde. Il cielo luminoso sullo sfondo conferma che siamo oramai in pieno Rinascimento. L’allievo di Gandolfino, Oddone Pascale, tenterà di prolungare la lezione del maestro, ma con esiti non sorprendenti. In taluni casi il Pascale scivola nel più stucchevole manierismo realizzando macchine teatrali che si sforzano ingenuamente di essere originali, ma si capisce che la forza di Gandolfino è ormai un vecchio ricordo.
Il primo manierismo Bernardino Lanino e altre personalità
Altra figura notevole a Vercelli è quella del delicato Berardino Lanino. Dalla Madonna degli Aranci, dipinta da Gaudenzio per la chiesa di San Cristoforo, Lanino fa derivare una sua Madonna con Bambino e Santi (pala di Ternengo, 1534; conservata nella Galleria Sabauda di Torino). Qui, le figure dai corpi morbidi occupano tutta la superficie della tavola in una sorta di horror vacui che esclude paesaggi e architetture. Le mani, le teste e i panneggi sono sufficienti a scandire lo spazio e a indirizzare l’occhio di chi guarda da un punto all'altro della composizione secondo un andamento lineare che ha il suo fulcro nel corpo vivace ed elegante del Cristo bambino.
Lanino diventa il protagonista incontrastato della scena vercellese in un’esperienza artistica che si snoda in un arco temporale pari a cinquant'anni. Lo studio attento e meditato sulle opere di Gaudenzio genererà nella produzione di questo pittore frutti veramente notevoli e originali. La tavola con la Madonna con Bambino e Santi della Chiesa parrocchiale di Borgosesia (Vercelli) è un trionfo di figure e di colori dove la lezione gaudenziana si traduce in una attenzione tutta particolare al dato sentimentale, trovando il suo apice nell'angelo musico ai piedi della Vergine, i cui riccioli fulvi, malinconici come fronde d’autunno, ben si accordano con il languore di quegli occhi fanciulli. Negli anni Quaranta il pittore è a Biella e qui orna gli altari della chiesa di San Sebastiano.
Negli stessi anni in cui Lanino diffondeva il suo gusto, figure come Macrino d’Alba, i fratelli Vopi, Caroto e il fiammingo Grammorseo contribuivano, in un modo o nell'altro, a rinnovare la pittura piemontese nella prima metà del secolo. L’originale cifra stilistica del Grammorseo si evince in un Battesimo di Cristo (Torino, Galleria Sabauda), dove in una atmosfera tutta nordica apparentemente fredda si inseriscono figure dal sapore bramantinesco e dove il corpo del Cristo segue una linea a serpentina di chiara ascendenza leonardiana. Le rocce sullo sfondo, traforate al centro, creano un arco ideale: la nicchia che circoscrive lo spazio del battesimo; esse hanno un aspetto greve e a tratti minaccioso che contrasta però con la gaiezza delle figure in primo piano.
Nella Madonna con Bambino e Santi del vercellese Palazzo Arcivescovile, Grammorseo indugia ancora sul linguaggio leonardiano giungendo a esiti quasi grotteschi.
Sebastiano Novelli e Ottaviano Cane