Le porte di Catania costituivano le vie d'ingresso alla città etnea attraverso la sua cinta muraria. Tali ingressi vennero realizzati in epoche diverse e la maggior parte venne demolita o andò perduta a seguito dell'eruzione dell'Etna del 1669. Molte le aperture di epoca rinascimentale attribuibili al progetto del Ferramolino del 1550. Di esse l'unica ancora integra è la Porta di Carlo V, anticamente detta delli Canali.
Storia
Poco si conosce dell'antica fortificazione che cingeva la città di Katane, antico nome greco di Catania, anche se non mancano prove della sua esistenza, nelle gouaches di Jean-Pierre Houël e in diversi ritrovamenti a seguito di scavi archeologici del Teatro greco-romano e lungo il tratto nord di via del Plebiscito. Tale fortificazione dovette avere degli accessi di cui ad oggi non si è ancora trovata traccia.
In epoca tardo-antica le mura dovettero essere in grave stato di abbandono, se per le fonti riguardanti le prime incursioni islamiche della Sicilia (IX secolo) la città viene descritta sprovvista di difese. Questo dato ci fa supporre che gli antichi ingressi dovettero ormai essere crollati o di sicuro non più manutenuti. Le documentazioni archeologiche hanno confermato tuttavia la presenza di un kastron bizantino di cui alcune porzioni sono visibili in alcune parti della città (la più estesa delle quali è sita alle spalle del teatro greco-romano): una delle porte che vi si apriva, è stato supposto, dovette essere la Porta di Mezzo, usata da Federico II di Svevia per umiliare i catanesi sconfitti durante la rivolta del 1227-1231.
Con l'avvento dei Normanni in città, nel 1072, viene eretta la nuova cattedrale (1094), concepita come Ecclesia Munita, cioè chiesa fortificata, ovvero una sorta di incastellamento atto a sorvegliare la costa e il porto vecchio, detto Saraceno. La presenza di tale fabbrica e dello stesso porto fa supporre l'esistenza di una porta che conducesse all'interno della città dal versante marino, quasi certamente presso lo stesso porticciolo. Del periodo normanno ci perviene la prima descrizione della fortezza di Catania, nel cosiddetto Libro di Ruggero. In esso si definiscono forti le mura della città e si accenna alla presenza di un alto edificio su cui era montato la statua dell'Elefante, che potrebbe essere stata una torre o la stessa Porta di Eliodoro da cui la medesima statua prese nome in dialetto.
Tuttavia, è tra XIII e XIV secolo, con gli Aragonesi, che abbiamo conoscenza della realizzazione di una robusta fortificazione che proteggesse la città, già oggetto di interessi politici al tempo di Pietro III d'Aragona e ancora al tempo del pronipote Federico IV di Aragona. Di questo periodo probabilmente sono alcune delle più antiche porte della città, di cui ancora al 20 aprile 1833Sebastiano Ittar, Pianta topografica della città di Catania, Catania 1833. esistevano resti o memoria.
Alla metà del XVI secolo, su disposizione di re Carlo V d’Asburgo, la città si dota di un nuovo sistema difensivo basato su bastioni e nuove cortine, realizzato tra il 1553 e gli anni 1560. In questo sistema difensivo vennero ricavati diversi accessi, tra cui nel 1553 la Porta dei Canali. Tuttavia, a seguito dell'eruzione del 1669, la città rimase sprovvista di difese nel lato sud e divenne necessaria l'edificazione di un nuovo tratto murario che cingesse la zona colpita dalla lava. Dopo diversi tentativi, nel 1672 venne completato, per volere di Claude Lamoral II di Ligne, un piccolo fortilizio isolato dal resto della cortina muraria, chiamato per il suo aspetto Fortino, in cui esisteva una sola apertura, la Porta di Ligne, attualmente chiamata Fortino Vecchio e sita in via Sacchero, nel quartiere che dal forte prende il nome. Nel 1695 venne ricavata la Porta Uzeda nel tratto di mura a sud, prossimo alla Cattedrale e prospiciente il porto. Tuttavia, a seguito del sisma del 1693, il sistema difensivo civico ormai cessava la sua esistenza e nelle mura si aprirono diversi varchi per agevolare l'accrescimento della città. I bastioni erano diventati ingombranti ricordi del passato e vennero riciclati come abitazioni, mentre le porte superstiti vennero demolite per l'ampliamento di alcune strade.
Porte della cortina muraria Prima dell'eruzione del 1669 All'alba dell'eruzione del 1669 le porte civiche esistenti erano una dozzina, la maggior parte delle quali posteriori al 1560. Di queste, appena 4 giunsero al 1833, sopravvivendo a colate laviche e terremoti, ma a loro volta il numero venne ridotto, nel corso del XIX secolo, per opera umana.
Porta della Decima
Secondo quanto riportato da Sebastiano Ittar nella sua Pianta topografica della città di Catania, la Porta della Decima era nota anche come Porta Siracusa e nasceva in sostituzione dell'antica Porta Ariana. La sua esistenza è certa già nel Medioevo, in quanto al di sotto di tale ingresso, nel 1232, vi passarono i catanesi ribelli al re Federico II in umiliazione sotto un arco di spadePer approfondire vedi l'approfondimento delle vicende del 1231.. Qui, dato il nome, avveniva il pagamento della decima, ossia un decimo del raccolto che veniva versato come tributo al sovrano. Ancora integra nel 1833, venne demolita per lastricare l'antistante piazza San Giuseppe, oggi titolata piazza Carmelo Maravigna.
Porta di Carlo V
Nota in passato come Porta delli Canali, prendeva il nome dall'omonima fontana sulla quale si affacciava, è l'unica porta superstite della cinta cinquecentesca. La grande apertura, realizzata con largo uso di blocchi lavici ben squadrati provenienti probabilmente da un non ben identificato monumento antico, fa verso all'arte classica di cui sono evidenti citazioni le lesene a capitello tuscanico e il registro metopale che esse reggono. Il tutto é sovrastato da una lapide marmorea, incisa in caratteri e lingua latina, che esprime il desiderio di Carlo V di dotare di mura la città di Catania, donde l'attuale nome. Un tempo aperta e ben visibile, a seguito della ricostruzione settecentesca venne inglobata da una fabbrica del sovrastante Seminario dei Chierici. La monumentale Fontana dei 36 Canali, da cui prese in passato il nome, venne realizzata nel 1621 dietro un preciso piano di abbellimento e decoro voluto da don Francesco Lanario Duca di Carpignano: sulle mura di fronte alla porta e sopra di essa vi era una sorta di tribuna, adornata con pitture che raffiguravano la storia del dio fluviale Amenano, distrutta poi dall'eruzione del 1669. Oggi una fontana ben più ridotta, la Fontana dei Sette Canali, rimane a ricordo di quella maggiore in piazza Alonzo di Benedetto, non distante dalla Porta di Carlo V. La posizione e la presenza della lapide commemorativa, nonché l'interesse del Lanario di abbellire questo tratto di mura, fanno pensare che la porta fu destinata per essere la principale apertura a sud, in sostituzione della Porta del Porticciolo e della Porta della Decima.
Porta de Vega
Nota anche come Porta Saracena e riedificata nel 1553, sostituiva una porta più antica - la Porta del Porto - e prendeva il nome dal viceré Juan de Vega, cui fu dedicata. L'altro appellativo si deve invece al Porto Aragonese, detto anche Porticciolo o Porto Saraceno, appunto, in quanto ritenuto eretto dai musulmani durante la loro dominazione in Sicilia (X secolo). Nel XVIII secolo fu oggetto di discordia tra l'Arcidiocesi e la famiglia Paternò Castello, entrambe le parti confinanti con la porta e interessate al suo controllo. Essa venne demolita nel corso del XIX secolo per l'ampliamento della viuzza che da essa giungeva al porto, oggi via del Porticello.
Porta di Ferro Questa porta deve il nome alla grata metallica che la chiudeva, la quale fu ottenuta, secondo la tradizione, col bottino di Tunisi a seguito della vittoria riportata, nel 1535, da parte di Carlo V e della flotta di Andrea Doria sul pirata Barbarossa. La tradizione, si suppone, dovette essere commemorata da una lapide di fondazione andata perduta però insieme alla porta. Venne detta anche Pontone, con chiaro riferimento nautico. Risale al 1555 e sorgeva dov'è oggi l'omonima via, alla Civita. Stando all'Ittar essa si sostituiva alla Porta del Porto. La sua sorte venne decretata con l'ampliamento della strada che porta il suo nome.
Porta di Sardo Eretta sulla cortina muraria medioevale a ovest, nel tratto di via Giuseppe Garibaldi che s'appresta all'incrocio con la via del Plebiscito, venne ricavata col piano di fortificazione cinquecentesco. Mai completata, venne abbattuta nel 1792 per ampliare la stessa via Garibaldi. Deve il nome al feudo del Sardo, ricco terreno a occidente della città, che da il nome ad una via nella stessa zona.
Porta della Consolazione Probabilmente medioevale, si apriva poco oltre il Bastione di San Giovanni. La sua distruzione avvenne con l'eruzione del 1669 la cui colata entrò da questa porta per fermarsi parecchi metri all'interno, presso la piazza Santi Cosma e Damiano, oggi titolata piazza Niccolò Machiavelli.
Porta del Sale Eretta come parte del sistema difensivo del fossato di Castello Ursino nel corso del XVI secolo, anch'essa venne demolita totalmente dall'eruzione secentesca. Non è chiara l'esatta ubicazione, quasi certamente nella zona occidentale di piazza Federico II di Svevia. Qui avveniva il deposito, il controllo e la tassazione del sale destinato al castellano, il quale a sua volta ripartiva il minerale ai cittadini. La colata che la inghiottì giunse a riempire per intero il profondo fossato.
Porta del Porto Certa la sua presenza nel Medioevo, nasceva per garantire un accesso alla città dal piccolo Porto Aragonese. L'accesso era sotto la giurisdizione della famiglia dei Platamone, arricchitasi proprio grazie alle concessioni portuali. Venne abbattuta insieme al tratto di mura su cui si affacciava per la realizzazione della nuova cortina cinquecentesca; quest'ultima circondava il quartiere di Civita il quale, in espansione, vedeva nel vecchio tratto di mura un pesante limite. La sua incerta ubicazione dovette essere non lontana dall'attuale piazza Duca di Genova.
Porta della Lanza Di porte con questo titolo ne esistettero 2. La prima, di età non definita, dovette essere forse di epoca aragonese, aprendosi sulle mura di tal periodo; la seconda sostituì la prima nel XVI secolo, eretta non lungi e crollata a seguito del terremoto del 1693. I pochi resti residui furono abbattuti per l'ampliamento della strada Lanza (poi via dei Quattro Cantoni, quindi via LincolnGiuseppe Rasà Napoli, Guida alle chiese di Catania, Catania 1900, ristampa anastatica a cura di Lucio Cammarata, Tringale editore, Catania 1984, p. 196, nota 2.), cioè l'attuale via Antonino di San Giuliano, in omaggio del vicario generale, il Duca di Camastra, Giuseppe LanzaBernardo Gentile Cusa (barone), Piano regolatore pel risanamento e per l'ampliamento della città di Catania, Catania, Galatola, p. 47 (on-line)..
Porta Stesicorea La porta assunse il nome di Stesicorea in quanto la tradizione vuole che si affacciasse sul Sepolcro di Stesicoro: non lungi da tale porta dunque era l'antica necropoli civica. Situata nel Campo che da essa prese il nome, come testimoniato da Lorenzo Bolano nel Chronicon urbis CatinaeIn uno dei frammenti del Chronicon pervenutoci, l'Autore scrive, in merito all'Anfiteatro di Catania che pariter quod in Campo Stesichoreo ubi nunc Stesicorea porta, Iacis vulgo nuncupata, cernitur., venne ribattezzata popolarmente Porta di Jaci dalla città di Aci, indicante, a partire dal XIV secolo, l'odierna Acireale. La porta appare nelle più antiche planimetrie addossata all'anfiteatro romanoVedi tra le altre F. Hogenbergh, G. Braün, Civitates Orbis terrarum, Colonia Agrippinae 1575, V, tav.69., pertanto potrebbe essere stata ad esso coeva.
Porta del Re