Dialettica negativa (titolo originale: Negative Dialektik) è un saggio di teoria critica scritto dal filosofo tedesco Theodor Adorno. La prima edizione italiana è uscita nelle edizioni Einaudi nel 1970.
Introduzione L'intento di Adorno nella sua Dialettica negativa è di liberare la dialettica dalla sua natura affermativa. Liberare la dialettica da Hegel attraverso una critica al fondamento, e restituire il primato al pensiero legato al contenuto. Il suo antisistema si costruisce grazie a una logica consequenziale che non cerca fondazione ma solo una giustificazione. In risposta all'affermazione di Ludwig Wittgenstein secondo cui "su ciò di cui non si può parlare si deve tacere", Adorno sostiene come compito e sfida della filosofia, proprio l'indagine intorno a ciò di cui non si può parlare, in questo modo egli intende mostrare il carattere antifilosofico della famosa sentenza wittgensteiniana contenuta nel Tractatus logico-philosophicus. Occorre allora comprendere il carattere dialettico di questa contraddizione, districare il paradosso di una filosofia che vuole aprire l'aconcettuale attraverso il concetto, senza per questo renderlo simile, senza uguagliarlo a sé stesso. La contraddizione, in questo senso, è il non identico rispetto all'identità, ed è l'indice della non-verità dell'identità. Per Adorno il concetto è sempre in rapporto con l'aconcettuale, la realtà, ciò che bisogna estinguere è l'autarchia del concetto. Operare con i concetti ma portarli sempre verso il non-identico.
La consapevolezza del carattere costitutivo del non-concettuale nel concetto scioglie la coazione dell'identità. La conoscenza non possiede mai completamente i suoi oggetti e dunque resta sempre in rapporto con l'eterogeneo. Per questo secondo Adorno bisogna giungere tramite il concetto oltre il concetto stesso. Il pensiero conferma questo movimento in quanto è già in sé, prima di ogni contenuto specifico, una negazione, una resistenza contro ciò che ci viene imposto. La critica non liquida il sistema ma spiega di volta in volta le cose da trattare ricorrendo al modo in cui divennero tali. L'attenzione viene allora rivolta al momento singolo nella sua connessione immanente con gli altri. Si nega così il concetto di limite e si assicura a livello teorico che qualcosa resti sempre fuori, poiché l'essenza dinamica (aconcettuale) e l'essenza statica (concettuale) del sistema sono in conflitto.
A differenza che in Hegel, secondo il quale il fenomeno è semplicemente un esempio del suo concetto, per Adorno se il pensiero si estraniasse realmente nella cosa allora l'oggetto stesso inizierebbe a parlare sotto lo sguardo costante del pensiero. La negazione per Adorno è la forza che fa saltare l'indissolubile identità di pensiero e oggetto. Pensare filosoficamente è dunque pensare per modelli, una enciclopedia razionale, discontinua, che contiene elementi di autocritica del pensiero e di critica del sistema. Occorre dunque una dialettica che non resti incollata all'identità ma che si apra al contenuto temporale della verità. Ciò che intendeva superare i dogmi grazie alla certezza di sé è divenuta una conoscenza in cui non accade più nulla. Adorno ammette come Hegel che il primato del soggetto (Spirito) sull'oggetto sia fuori discussione, ma critica la logica hegeliana in quanto espelle da sé l'essente determinato. Vi è dunque bisogno di più soggetto poiché il soggetto, privato della sua sovranità diventa la forma di riflessione dell'oggettività.
L'oggettivazione elimina la qualità ma Adorno ripete che bisogna distinguere ancora nel concetto ciò che sfugge al concetto. Ciò che sfugge è il momento mimetico della conoscenza, l'affinità segreta tra conoscente e conosciuto e la loro differenziazione. L'individuo diventa soggetto nella misura in cui si oggettiva per mezzo della sua coscienza individuale ma ne sfugge attraverso l'autoriflessione. Il pensiero è capace dunque di riconoscere criticamente il carattere coattivo che gli è immanente. Per Adorno solo i concetti possono realizzare ciò che il concetto impedisce. La dialettica negativa si costruisce dunque nel rapporto critico con sé stessa e con la tradizione filosofica precedente.
Il bisogno ontologico Il primo avversario è dunque Heidegger. La sua ontologia non si lascia fissare a contenuti determinati e la sua inafferrabilità si trasforma in inattaccabilità. L'atteggiamento spirituale permanente di Heidegger, del “ritorno a” pone semplicemente la domanda più in alto della risposta e per Adorno un pensiero che non si afferma come origine non dovrebbe nascondere il fatto che non produce, bensì riproduce solo ciò che già possiede come esperienza.
Per Adorno dunque Heidegger assorbe la filosofia kantiana attribuendole un contenuto ontologico: uomo, tempo ed essere diventano fenomeni primari dell'esperienza umana. La dialettica negativa esige che l'oggettività sia sempre mediata soggettivamente ma Heidegger per sfuggire alla gabbia della sua soggettività sacrifica la relazione con il concetto discorsivo, momento imprescindibile del pensiero.
Per guarire il concetto di Essere dalla ferita della sua concettualità, la scissione tra pensiero e pensato, Heidegger definisce l'Essere solo tramite sé stesso, cadendo così nella semplice ripetizione del nome. Evita la contingenza del materiale non rinunciando alla concretezza promessa dalla parola 'esistenza'. Sostituendo la parola pensiero (Gedanken) a quella di 'filosofia', la trasforma in un mero gesto rituale, dice Adorno: la sua verità è il suo ammutolirsi.
Il soggetto, che nell'idealismo fonda la conoscenza, viene ora eliminato come un irritante ornamento. Contro il momento limitante e confondente della soggettività, l'ontologia presenta l'assoluta nullità della sua parola suprema come un positivo. L'Essere viene compresso a un punto e si trasforma in categoria elevata alla formula suprema.
Occorre invece una ricezione critica dell'Essere. La coscienza non dell'identità della cosa con il suo concetto ma della frattura tra essi. Ciò che si spacciava come immediato si scopre dunque come reificato. Mediazione e immediatezza sono solo momenti e dunque non costituiscono totalità. Ma d'altronde nessun progetto ontologico può evitare di assolutizzare singoli momenti isolati dal resto. Adorno sostiene dunque la necessità di una critica della ragione per mezzo della ragione e non la sua bandita o eliminazione. Con il divieto di pensare dunque il pensiero sanziona ciò che meramente è.
La parola 'Essere' acquista il suo senso e la sua apparenza di assolutezza grazie al modo della sua espressione e ciò è reso possibile dall'effetto di alone della parola Essere. La dottrina dell'Essere viene riformulata come dottrina del pensiero che priva l'Essere di tutto ciò che sarebbe altro dal puro pensiero.
Adorno sostiene che la cogenza transoggettiva viene affidata ad un atto di soggettività ponente ma la coscienza che vi si nega viene squalificata come “dimenticanza dell'essere”. La riduzione dell'oggetto a mero materiale ne succhia via la sua propria dinamica; in quanto squalificato viene bloccato, privato di ciò di cui soltanto si potrebbe predicare il movimento. In Heidegger la vita viene polarizzata in totalmente astratto e in totalmente concreto mentre per Adorno questa sarebbe solo nella tensione tra i due.
Forse il bisogno ontologico esprime solo la necessità di non essere sepolti da una dinamica storica contro cui Heidegger si sente completamente impotente. Il soggetto in Heidegger attende un ordine vincolante dall'esterno, eteronomo, che ne fissi il suo fallimento: Incapace di esperire qualcosa che non sia già compreso nel repertorio della uguaglianza costante, scambia l'immodificabilità nell'idea di un eterno, quella del trascendentale.
Dunque occorre una critica immanente, occorre volgere contro l'ontologia la sua propria forza. Il pensiero senza concetto non è, e la filosofia dell'Essere fallisce proprio quando quell'Essere, che avremmo come vero compito di pensare, si chiude a ogni determinazione di pensiero. L'altra faccia della repressione in atto è la maledizione del soggetto pensante, l'oggettivismo di Heidegger.
La copula 'è' non può essere autonoma e per il suo stesso senso si realizza unicamente nella relazione tra soggetto e oggetto. Ogni tentativo dunque di pensare lè' conduce da un lato all'essente e dall'altra al concetto e solo perché acceca la conoscenza dei momenti appare al di là dei momenti. Ogni tentativo di pensare l'Essere conduce a mediazioni cui l'Essere, secondo Heidegger, dovrebbe essere sottratto, ma contro la sua volontà l'essente si afferma all'interno dell'Essere. Heidegger revocando la coscienza, tratta l'inesprimibile in modo immediato, anzi ne fa l'assoluto immediato, bloccandolo. Questa è, per Adorno, la miseria di un pensiero che tenta di porsi al di là del tempo grazie all'assurdità di un oggetto assolutamente astratto.
Heidegger si ferma dunque dopo il primo passo della dialettica della filosofia del linguaggio. Egli vuole ristabilire il potere del nome, ma per Adorno, sulla scia di Karl Kraus, il linguaggio è in continuo divenire nella tensione tra espressione e cosa. Il problema dell'Essere si trasforma dunque in divieto di andare oltre sé stesso, oltre quella tautologia in cui l'Essere manifestandosi non dice altro che essere. In quanto trascende la coscienza l'Essere heideggeriano non può essere né essente né concetto ma per Adorno un fenomeno va oltre sé stesso solo grazie alle sue determinazioni. Ciò che resta indeterminato può essere solo ripetuto in continuazione.
Dopo aver scacciato con la forca l'essente questo si ripresenta nel discorso sulla differenza ontologica. L'Essere non può essere determinato, perché ciò lo coinvolgerebbe nella dialettica soggetto-oggetto, e dunque l'unica risposta possibile è quella della ontologizzazione dell'ontico. L'essente diventa essenza e l'essente equivale al modo d'essere dell'Essere. Ogni essente viene ricondotto al suo concetto ontico facendo scomparire ciò che ne fa un essente rispetto al concetto.
In Hegel il primato del soggetto si costruisce sul fatto che il non-identico può essere determinato solo come concetto (ridotto all'identità) e in tal modo viene messo dialetticamente da parte come ontologicamente ontico. Non c'è identità senza il non-identico e su questo Hegel non si sofferma. La categoria di esistenza in Heidegger svolge la medesima finzione.
L'esistenza è autoritaria in quanto la verità si dà solo nella costellazione di soggetto-oggetto e non può essere ridotta al soggetto o all'Essere. Ciò che di vero vi è nel soggetto, sostiene Adorno, si dispiega nella relazione con ciò che esso stesso non è, e non nell'arrogante affermazione del suo essere così o del suo esserci. In questo panorama di guerra permanente l'esistenza viene consacrata senza il consacrante lasciando sul campo una mera affermazione: affermazione di potere.
Concetti e categorie Ora parliamo di concetti e categorie. Abbiamo visto come il pensiero non può scrollarsi di dosso il contenuto materiale e come il concetto non può essere separato dall'io essente. Kant non notava la dialettica soggetto-oggetto mentre Hegel per assicurarsi il primato del soggetto inizia la logica con l'essere e non con il qualcosa. La critica all'ontologia d'altronde non mira a una nuova ontologia, nemmeno a quella del non-ontologico, ma mette in luce il primato del concetto.
Visto che ogni concetto cede di fronte all'essente determinato, la filosofia non può più aspirare alla totalità; mentre in Kant il predominio del concetto voleva restare costante di fronte ai suoi contenuti e quindi si è messo i paraocchi per non vederli, in Adorno risulta indispensabile occuparsi dei contenuti materiali, del non-concettuale, in quanto questo modifica il concetto. Non occorre dunque andare oltre il tempo e lo spazio ma bisogna restare nel tempo e nello spazio.