La storia di Sulmona copre un vasto arco temporale, dalle origini neolitico-italiche dalla rifondazione dei Peligni, dallo sviluppo nell'epoca romana alla decadenza medievale, dalla rinascita del prestigio grazie a Federico II di Svevia la fece diventare capitale del "Giustizierato d'Abruzzo" al pieno Rinascimento, quando fu nominata "Siena degli Abruzzi", e fino al disastroso terremoto del 1706 e al successivo sviluppo nel secondo '800 fino ad oggi.

Prime notizie

Non si hanno precise notizie sulla fondazione della città, fatto sta che il poeta Ovidio nel IV libro dei Fasti parla della mitica fondazione della città da parte di Solimo, compagno d'armi di Enea, che costruì la città nel 1100 a.C. circa (ossia poco dopo il 1166 a.C., ipotetica data della distruzione di Troia, e della marcia di Enea verso l'Italia), e su questo è concorde anche lo storico sulmontino Enrico De Matteis. Il mito di Solimo è riportato anche da Silio Italico nei PunicaSilio Italico, Punica (II).. Tuttavia Solimo è un personaggio mitico, e non ci si può fidare completamente dei racconti di Ovidio e Silio Italico, anche perché la leggenda del fondatore Solimo è presente anche a Lanciano (Chieti), ossia la città di Anxa sarebbe stata fondata 2000 anni prima di Cristo dal compagno di Enea. Le uniche certezze si hanno nel momento in cui gli Italici conquistarono e colonizzarono il Sannio abruzzese, stabilendosi anche nell'area della conca Peligna, dove prima nella Preistoria esisteva un lago, poi prosciugato. Nella vasta piana attorniata dalle montagne, venne fondata la città nel luogo dove oggi sorge l'impianto urbano medievale-barocco, che divenne capitale dei PeligniPlinio il Vecchio, Naturalis historia (III.12)., e siamo intorno al IV secolo a.C., quando la città è in pieno sviluppo e viene citata anche nelle tarde testimonianze (almeno 2 secoli più tardi) dagli storici romani, tra i quali Tito Livio (I secolo a.C.), in riferimento ai primi scontri con Roma e poi alle grandi battaglie delle guerre sannitiche.

Secondo Sesto Pompeo Festo, le origini di Sulmona risalirebbero ai Liburni, i quali per mezzo di Pelico Nipote, conquistando le contrade presso il territorio sotto il Morrone, avrebbero creato il nome di questa zona. Invece secondo i pareri più accettati, Ovidio compreso, gli Italici giunsero nel territorio sulmonese con la discesa dei Sabini che dopo aver sconfitto gli Umbri essendosi consacrati a Marte, iniziarono il pellegrinaggio del "ver sacrum", facendosi guidare da un Toro.

Immediatamente la città, attraversata dalla via Corfinium-Aequum Tuticum, divenne un punto strategico lungo il passaggio della vicina via Tiburtina-Valeria che da Aterno (Pescara) portava a Roma passando attraverso la forca di Koukulon (Cocullo) nella Marsica, attraverso i Monti Carseolani, fino a Tivoli. Tale percorso viene citato anche da StraboneStrabone, Geografia (V)..

Epoca italica: i Peligni

Nella valle Peligna i principali centri erano Sulmona, Corfinium e Superaequum (Castelvecchio Subequo-Castel di Ieri), e Tito Livio parla per la prima volta della città quando vi stazionò Annibale durante la seconda guerra punica, per arrivare a Partenope passando per l'Abruzzo. Immediatamente i Peligni si guadagnarono la nomea di fortissimorum virorum Marsorum, dato che erano in contatto con quest'altra tribù; in seguito divennero confederati della Repubblica, insieme agli altri Italici

Nel III secolo a.C. si combatterono le tre guerre sannitiche, ma Sulmona non fu teatro degli scontri. Lo divenne nel 90 a.C., quando la vicina città di Corfinium fu scelta come luogo simbolo della "lega italica", resistenza degli Italici contro Roma; divenne la capitale di un nuovo stato chiamato "Italia" (dal nome osco Viteliù). In quest'anno scoppiò la guerra sociale contro Silla, poiché il senato romano non aveva concesso la cittadinanza agli Italici e agli Etruschi, nonostante questi popoli da anni fossero costretti a pagare dazi e a fornire uomini per l'esercito dell'Urbe. Nell'89 le sorti della guerra andarono a vantaggio dei Romani, ma i tribuni Papirio e Plauzio reputarono che sarebbe stato prudente concedere la cittadinanza, ed i Peligni furono ascritti alla tribù Sergia. Tuttavia in questo momento storico c'è una controversia tra gli storici tardi, come dimostra anche Panfilo Serafini, se Sulmona in questo periodo sarebbe stata distrutta completamente da Silla, poiché nella guerra tra il dittatore e Caio Mario i soldati sulmonesi presero le parti di quest'ultimo. Serafini sostiene che la Sulmona distrutta, di cui parlava anche lo storico romano Floro, non fosse quella abruzzese, ma una città con nome simile posta tra Castro dei Volsci e Velletri. Silla non avrebbe distrutto una città così grande e popolosa, utile per scopi economici. La città inoltre era anche molto fedele a Gneo Pompeo, che combatté nella guerra tra Silla e Mario; ma i capi del partito Luerezio e Azio che governavano la città, impedivano qualsiasi ribellione dei sulmonesi all'esercito pompeiano. Lo stesso Giulio Cesare nel De bello civili ricorda che quando spedì Marco Antonio in città con l'VIII Legione, i sulmonesi aprirono calorosamente le porte, mentre Azio e Leuterio si suicidavano per non finire prigionieri.

Dunque in questo periodo molto teso, durante la guerra sociale, alcune città italiche si fecero corrompere dall'oro romano per non essere distrutte e saccheggiate, me così fece anche Sulmona. Al contrario Corfinio fu la roccaforte degli ultimi guerrieri italici che desideravano la libertà, e fu espugnata l'anno seguente e distrutta, con lo sfregio del cambiamento del nome in Pentima, poi Valva, dal nome del contado circostante.

Periodo romano

Nel I secolo a.C. a Sulmona nacque il famoso poeta Publio Ovidio Nasone, della gens dei Nasoni, che dette notevole fama e prestigio alla città di provincia, tanto che ancora nei secoli successivi e nei giorni nostri, perfino nello stemma civico, si ricorrerà al famoso verso dei Tristia "Sulmo mihi patria est", abbreviato in SMPE. Si tratta di un simbolo d'orgoglio del poeta, accolto anche dalle generazioni successivi di sulmonesi. Di Ovidio non si conserva molto nella città, e non si riesce a definire con precisione la presenza di due edifici del I secolo a.C. presenti in città, ossia una cosiddetta "villa di Ovidio" presso Fonte d'Amore, o la presenza di una casa patrizia, o di un sepolcro, presso la chiesa di Santa Maria della Tomba, il cui nome lascia intendere la fondazione del tempio cristiano sopra una preesistente costruzione.

Da qui il problema dei reperti antichi riaffiorati in determinati punti della città: a causa delle varie ricostruzioni, anche per causa dei terremoti, la città di Sulmona dentro le mura conserva poco del patrimonio romano, se non alcuni mosaici pavimentali conservati nel Museo civico della Santissima Annunziata, insieme ad oggetti domestici, utensili vari eccetera. Reperti ritrovati fuori Porta Romana lasciano intendere che la città, riedificata nel I secolo secondo gli schemi romani, si estendesse fuori le mura, e che per mezzo della via Corfinium-Aequum Tuticum che la attraversava, si ricollegasse alla via Tiburtina Valeria in direzione della Marsica o del mare Adriatico. L'antico perimetro urbano del castrum romano è ancora oggi ben visibile, composto di assi ortogonali, a differenza delle strade storte e sinuose dei borghi edificati attorno alla primitiva cerchia muraria nel XIV secolo. Il perimetro murario era compreso più o meno tra Via discesa Porta Romana e via Circonvallazione Orientale a nord, poi andando verso ovest, via Giovanni Quatrario, via Porta Molina, via Panfilo Mazara, Corso Ovidio, vicolo del Vecchio, via Morrone, via Vella, Circonvallazione Orientale. Il cardo maximus era il Corso Ovidio, e il Di PietroIgnazio Di Pietro, Memorie storiche della città di Solmona, Bologna, Arnaldo Forni Editore, 1971, p. 11. precisa come comprendesse i sestieri di Porta Iapasseri, Porta Bonomini, Porta Filiamabili, Borgo San Panfilo, Porta Romana, Porta Molina e Sestiere Porta Manaresca.

La villa di Ovidio, alle pendici del Monte Morrone, è in opus reticulatum, tipica del I secolo d.C., un muraglione lungo 70 metri, alto 8 e formato con 12 zone sovrapposte. La leggenda vuole che la villa appartenesse ad Ovidio in ricordo dei carmi che il poeta da giovane dedicava a Corinna, presso la cosiddetta "Fonte d'Amore", ancora oggi esistente, e decorata da un'iscrizione che fa riferimento all'opera ovidiana. I pavimenti musivi dentro le mura sono riaffiorati presso le case di via Sardi, via Umberto I, via Quatrario, via Regina Elena (1912). Un sensazionale contributo alla riscoperta delle proprie radici italiche, fu dato nella metà dell'800 anche dall'archeologico locale Antonio De Nino, che scoprì vari siti nella zona Peligna, ma anche presso la Marsica, nella valle Subequana e nella zona dell'antica Aufidena di Alfedena, cuore dei Sanniti. Il più importante monumento archeologico ancora oggi abbastanza intatto e leggibile è il santuario di Ercole Curino alle pendici del Morrone, sotto l'eremo di Sant'Onofrio al Morrone. Negli scavi sono leggibili l'area circondata dal perimetro murario, il luogo delle preghiere e dei sacrifici, e il tempietto vero e proprio con decorazioni a mosaico. Una statuetta bronzea di Ercole a riposo è stata trasferita nel Museo Archeologico Nazionale d'Abruzzo a Chieti.

Nel 147-148 d.C., come testimonia una moneta di Antonino Pio, avvenne nella vallata un terremoto.

Medioevo

Origini del cristianesimo

La città romana, benché oggi scomparsa, godette di grande prestigio a partire dal governo dell'imperatore Augusto, e sebbene l'architettura non lo dimostri, ci sono vari reperti, come le varie statuette, le lapidi, i bassorilievi, e appunto la statua di Ercole a riposo, che segna l'apice dell'arte scultorea locale nell'epoca imperiale. Nel III secolo d.C. la città, come tutto l'impero, iniziò a decadere, e in questo periodo iniziò ad affermarsi il cristianesimo. Il vescovo San Feliciano di Foligno è documentato nel 237 in città, e ciò è testimoniato anche dalla festa patronale del vicino comune di Introdacqua, di cui il santo è patrono insieme a Sant'Antonio di Padova. Tuttavia il cristianesimo in città penetrò molto tempo prima, come testimonia una lapide dedicata al neofita "Petieio Habentio" di 23 anni, recante il monogramma di Cristo, risalente alla fine del II secolo. Alcuni affermano che San Feliciano fondò la diocesi, istituendo la cattedrale episcopale presso la chiesa di Sant'Andrea (oggi scomparsa), m l'affermazione non regge. Infatti questa chiesa che sorgeva presso Porta Romana, fu edificata nel XII secolo, e benché andò distrutta nel 1706, di essa si conserva una lanterna di questo periodo, dapprima posta in via Quatrario, e oggi conservata nel Museo civico.

L'evangelizzazione in città continuò con Panfilo di Sulmona e Pelino di Brindisi, rispettivi santi per cui furono edificate a Sulmona la Cattedrale di San Panfilo, e a Corfinio la Basilica Valvense, entrambe sedi della diocesi. San Panfilo visse tra il 600 e il 700 d.C., figlio di un pagano che lo ripudiò quando si convertì al cristianesimo. La leggenda vuole che in occasione della fondazione della diocesi, Panfilo fosse sottoposto da Dio a una prova: scendere da un carro a ridosso di un dirupo. L'impresa era impossibile, e il carro rischiava di precipitare, ma gli angeli apparvero in cielo e gli zoccoli dei buoi e le ruote affondarono nel terreno, conducendo lentamente Panfilo sano e slavo a valle.