Le proteste contro Donald Trump si sono verificate negli Stati Uniti d'America, in vari paesi del continente europeo e in altre parti del mondo a partire dal suo ingresso nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali del 2016.
Le innumerevoli manifestazioni di dissenso hanno espresso la loro netta opposizione inizialmente alla retorica e il populismo messo in campo dal candidato del Partito Repubblicano e subito dopo alla sua vittoria nella competizione, alla cerimonia inaugurale e relativo insediamento del presidente degli Stati Uniti d'America e infine anche alle varie azioni intraprese dal neo-presidente.
Alcune di queste proteste hanno preso la forma di "walk-out", rottura di contratti d'affari, petizioni, raduni, dimostrazioni e marce. Mentre la maggior parte di esse si è svolta in un clima del tutto pacifico, in certi casi la condotta assunta è stata impugnata e quindi sanzionata in quanto esplosione di atti di vandalismo oltre che tentativi di aggressione fisica contro i sostenitori di Trump.
Un numero minoritario di manifestanti sono anche stati accusati di aver fomentato disordini civili. La più vasta protesta organizzata in termini numerici è avvenuta il giorno successivo alla sua inaugurazione, quando milioni di persone si sono presentate il 21 gennaio del 2017 nel corso della "Women's March" per lanciare slogan e testimoniare il proprio dissenso, diventando così la più grande protesta giornaliera dell'intera storia degli Stati Uniti d'America.
Cronologia Caso della jogger di Central Park Nell'ottobre 2002, a seguito dell'ammissione di Matias Reyes quale autore della violenta aggressione sessuale contro la 28enne Trisha Meili al Central Park di Manhattan il 19 aprile 1989, una folla si radunò sotto la Trump Tower per protestare contro Donald Trump che dall'epoca del fatto indicò pubblicamente gli autori del crimine in cinque ragazzi afroamericani, comprando anche pagine di giornali per chiederne la pena di morte.
Durante la prima campagna elettorale Protesta di Chicago: 2.500-3.000; Protesta di Los Angeles: da 1.000 a 3.000; Protesta di New York: 1.500-2.000.
Periodo di transizione Pre-inaugurazione: più di 100.000; Women's March on Washington: più di 500.000 a Washington; da 2 a 4 milioni negli Stati Uniti; da 4 a 5 milioni nel mondo. Vittime complessive: 1 morto, più di 81 feriti e più di 1041 arresti.
Campagna presidenziale del 2016 Una serie di proteste contro la stessa candidatura in generale e le prese di posizione assunte da Trump in particolare si sono verificate già nel corso della campagna elettorale, essenzialmente in occasione di manifestazioni politiche pubbliche.
Raduni politici Durante la campagna presidenziale del 2016 gli attivisti hanno organizzato manifestazioni di dissenso all'interno dei raduni politici dei sostenitori del candidato Repubblicano, a volte con richieste ed inviti espliciti perché venissero impediti con la forza; i partecipanti hanno iniziato a partecipare ai raduni mostrando cartelli e interrompendo gli eventi in programma.
Vi sono stati occasionali episodi di abusi verbali e/o violenza fisica, sia contro i manifestanti che contro i sostenitori di Trump. Mentre la maggior parte degli incidenti si sono conclusi con semplici contraddittori tra le due parti e accuse contro il candidato, ad alcune persone è capitato di venire fermate per accertamenti dagli agenti dell'United States Secret Service.
L'interruzione su larga scala degli incontri previsti ha costretto Trump a far cancellare una manifestazione prevista a Chicago l'11 di marzo per gravi motivi di sicurezza pubblica.
Il 18 giugno successivo venne compiuto un tentativo di assassinare il concorrente presidenziale; il perpetratore Michael Steven Sanford, un cittadino britannico, è stato condannato a un anno di carcere per aver cercato di impossessarsi dell'arma da fuoco di un poliziotto in servizio. Secondo quanto riferito avrebbe confessato ad un agente dell'FBI che era partito dalla California in direzione di Las Vegas con l'esplicita intenzione di realizzare il proprio piano per uccidere Trump.
I manifestanti hanno tentato talvolta di entrare nei locali dei luoghi d'incontro o di svolgere attività appena al di fuori di essi; le interazioni ostili con i sostenitori del candidato hanno potuto verificarsi sia prima che durante o dopo gli eventi; a volte si è cercato di salire sul palco dei raduni forzando i blocchi di sicurezza.
In altre occasioni sia i manifestanti anti-Trump che i suoi "supporters" sono diventati violenti aggredendosi a vicendaSullivan, Sean - The Washington Post Retrieved on February 27, 2017; una tale condotta ha ricevuto una recisa condanna bipartisan. MoveOn.org, People for Bernie, the Muslim Students' Association, Assata's Daughters, the Black Student Union, Fearless Undocumented Alliance e Black Lives Matter erano tra le organizzazioni che hanno sponsorizzato o promosso le proteste durante il "Chicago Trump rally" dell'11 di marzo.
Vi sono inoltre state diverse segnalazioni di scontri sia verbali che fisici tra le due parti nel corso dei vari eventi della campagna di Trump in varie parti del paese.
Bufale sulle proteste A seguito di uno scontro avvenuto nel giugno del 2016 tra manifestanti e sostenitori di Trump a San Jose, una foto della giovane attrice Samara Weaving ricoperta di lividi e insanguinata è stata ampiamente diffusa sui social media sostenendo di mostrare una vittima della violenza scatenata dai liberal anti-Trump.
La foto in realtà mostrava Weaving truccata per il suo nuovo ruolo nella serie comedy-horror Ash vs Evil Dead. Commentando in seguito l'accaduto ella non ha mancato di sottolineare che dal momento che non possedeva la cittadinanza non poteva neppure votare per nessuno dei due candidati.
Una bufala del tutto simile è stata quella inerente alla pretesa di mostrare una 15enne supporter di Trump picchiata a sangue da un gruppo di contestatori - sempre a San Jose - per la cui foto si è utilizzata un'immagine dell'attrice Luisa Rubino tratta dalla telenovela intitolata La Rosa de Guadelupe. Rubino ha dichiarato a un intervistatore che in realtà non supportava affatto Trump "perché sono messicana e sostengo la comunità latina".
La verifica dei fatti compiuta dal sito di controllo PolitiFact.com recensisce una storia separata denominata "Donald Trump Protester Speaks Out: I Was Paid $3,500 To Protest Trump's Rally" in quanto "fabbricata al 100%, come riconosce il suo stesso autore". Paul Horner, scrittore per un sito web di Fake news, si è assunto la piena responsabilità per l'articolo e ha dichiarato di aver pubblicato lui stesso l'annuncio ingannevole.
Reazioni di Trump Nel prosieguo della sfida elettorale Trump è stato variamente accusato di provocare toni implicitamente aggressivi durante i propri raduni; mentre i suoi rivali interni lo hanno incolpato di aver favorito un clima di violenza e un'"escalation" di tensione nel corso degli eventi programmati. In un primo momento il candidato non ha condannato in modo chiaro gli atti di violenza che si sono verificati in molti dei suoi raduni e, pare che almeno in alcuni casi, li ha invece incoraggiati di fatto.
Già nel novembre del 2015 Trump si lasciò sfuggire, di un manifestante di Birmingham (Alabama), che "forse avrebbe dovuto essere malmenato, perché era assolutamente disgustoso quello che stava facendo". A dicembre la direzione generale della campagna elettorale ha caldamente invitato i partecipanti a non "danneggiare in alcuna maniera" i manifestanti, ma piuttosto di allertare gli ufficiali d polizia presenti in loco; il tutto tenendo i propri cartelli ben alti sopra la testa e urlando "Trump! Trump! Trump!".
Il candidato è stato criticato inoltre per ulteriori istanze di fomentare un'atmosfera favorevole alla violenza attraverso molti dei suoi più estemporanei commenti; ad esempio a una folla raccoltasi a Cedar Rapids (Iowa) disse che avrebbe pagato le loro spese legali se avessero preso a pugni un manifestante.
Il 23 febbraio del 2016, quando un protestatario è stato espulso da una manifestazione svoltasi a Las Vegas, Trump ha avuto l'occasione di dichiarare: "Io amo i bei vecchi tempi - sai cosa accadeva a ragazzi come loro quando erano in un posto come questo? D'essere portati via su una barella, gente". Ha infine aggiunto: "Mi piacerebbe proprio dargli un pugno in faccia".
Sicurezza Abbastanza presto nel corso della campagna elettorale l'United States Secret Service si è assunto la responsabilità primaria per garantire la sicurezza del candidato Repubblicano; in alcuni casi, quando lo si è ritenuto necessario, gli uomini impegnati sono stati accresciuti anche dalle forze dell'ordine sia statali che locali.
Ogni qual volta che una sede è stata affittata il relativo raduno seguente si è trasformato in un evento privato i cui gli organizzatori potevano concedere o meno l'accesso senza dover spiegare o dare alcuna motivazione di sorta; l'unica condizione e punto fermo è rimasto quello che "il divieto d'accesso su base esclusivamente razziale era categoricamente proibito".
Tutti coloro che entravano o rimanevano all'interno di tale luogo senza aver preventivamente ricevuto il relativo permesso erano tecnicamente colpevoli e pertanto condannabili per il reato di violazione di domicilio; sia i partecipanti che la stampa potevano sempre venire assegnati o limitati a determinate aree della sede.
Nel marzo del 2016 Politico ha riferito che la campagna di Trump aveva ingaggiato guardie di sicurezza private in borghese col compito di "rimuovere" i potenziali manifestanti e contestatori dai raduni ufficiali. In quello stesso mese un gruppo che si è subito autodefinito Lion Guard è stato formato per offrire un ulteriore margine di sicurezza ai raduni di Trump.
Esso è stato però rapidamente condannato dagli attivisti politici tradizionali in quanto organizzazione marginale paramilitare; il nome assunto proviene direttamente da un tweet in cui il candidato Trump citava Benito Mussolini.
Post-elezioni Dopo essere divenuto il presidente eletto degli Stati Uniti d'America associazioni degli studenti attivisti hanno organizzato proteste sempre più ampie in diverse città USA tra cui New York, Boston, Filadelfia, Chicago, Portland e Oakland; in decine di migliaia vi hanno partecipato cantando e scandendo slogan a squarciagola "Not my president!" (Non è il mio presidente!): esprimendo in tal maniera la propria opposizione alla vittoria di Trump ottenuta nel Collegio elettorale (essendo stato sconfitto nel voto popolare da Hillary Clinton con un margine del 2,1%).
Le proteste si sono svolte anche - allargandosi sempre più - in Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Filippine, Australia e Israele, alcune delle quali sono proseguite per diversi giorni e con la previsione di ulteriori manifestazioni per tutte le settimane e mesi seguentiThe world reacts as Donald Trump takes power by Jason Hanna and Azadeh Ansari, CNN, January 21, 2017.
Nel novembre del 2017 è stata riferita anche la parte avuta dall'interferenza russa nella scadenza elettorale presidenziale; la protesta newyorkese è stata effettivamente organizzata da una "troll farm" e dedicata a fomentare la discordia all'interno della nazione.
Migliaia di utenti di Facebook hanno dichiarato di aver pianificato la partecipazione ad una protesta indetta il 12 novembre dell'anno precedente, organizzata su una pagina del social network intitolata "BlackMattersUS" (gruppo collegato alla Russia e con attivi legami con il Cremlino).