La nazionale di rugby a 15 femminile dell’Inghilterra () è la selezione di rugby a 15 femminile che rappresenta l’Inghilterra in ambito internazionale.
Attiva dal 1987, opera ufficialmente dal 2012 sotto la giurisdizione della Rugby Football Union ed è la nazionale più vincente del rugby femminile europeo nonché una delle più titolate al mondo, avendo vinto al 2025 tre edizioni della Coppa del Mondo e ventuno del Sei Nazioni, entrambe competizioni alle quali ha sempre ininterrottamente preso parte, cui si aggiungono anche quattro titoli di campione d’Europa.
Al 2025 è anche campione mondiale in carica, avendo vinto in tale anno la sua terza Coppa del Mondo, disputata come Paese organizzatore.
Il commissario tecnico è il neozelandese John Mitchell, in carica dal 2023. Le giocatrici sono note con il soprannome di Red Roses («Rose rosse»). La formazione non ha uno stadio dedicato, anche se sovente è utilizzato lo Stoop di Londra; talora la squadra ha giocato anche allo stadio di Twickenham, la casa storica della nazionale maschile.
Storia Le origini Benché le donne avessero praticato rugby nel Regno Unito fin dalla fine del XIX secolo (esistono resoconti di un incontro tra due rappresentative di e Inghilterra a Liverpool disputatosi nel giugno 1881), fu solo alla fine degli anni settanta del XX secolo, quindi quasi cent’anni più tardi, che il rugby femminile riuscì faticosamente a darsi un abbozzo di struttura sia nelle Isole Britanniche che altrove nel resto d’Europa. Tra le pioniere della disciplina in Gran Bretagna figura Deborah Griffin la quale, nel 1978, decise di coinvolgere alcune compagne d’università dello University College di Londra nella formazione di una squadra che disputasse incontri regolari contro le pari categoria del concittadino King’s College.
Nei successivi 5 anni si aggiunsero altre università da tutta la Gran Bretagna e nel 1983 Griffin si fece promotrice della nascita della Women’s Rugby Football Union (WRFU), organismo di disciplina di tutto il rugby del Paese; qualche anno più tardi, con la separazione dei club non inglesi, la federazione cambiò nome in Rugby Football Union for Women (RFUW) e rappresentò solo il rugby femminile d’Inghilterra (con l’eccezione di un singolo club universitario dal Galles). In tale periodo, tuttavia, la WRFU gestì una nazionale unificata della che disputò 8 incontri tra il 1986 e il 1990 con valore di full international.
Alla data dei primi test della WRFU diverse compagini europee avevano già esordito nel rugby internazionale: e avevano disputato nel 1982 a Utrecht il primo test match femminile di sempre, nel 1985 la stessa Francia aveva tenuto a battesimo l’ a Riccione. Il 1987 fu la volta dell’Inghilterra: a Pontypool, il 5 aprile di quell’anno, una selezione ufficiale della RUFW scese in campo contro le padrone di casa del , anch’esse al loro esordio internazionale. L’incontro, disputatosi davanti a circa 700 persone, terminò 22-4 per le inglesi capitanate da Carol Isherwood.
Il Galles fu l’avversario d’elezione per le successive sei partite dell’Inghilterra che precedettero la : infatti le due compagini si incontrarono altre quattro volte, e nelle rimanenti due occasioni le inglesi incontrarono e batterono e . La stessa Deborah Griffin, già fondatrice della federazione, e altre tre dirigenti dello stesso organismo, nonché sue compagne di squadra, Sue Dorrington, Alice Cooper e Mary Forsyth, a seguito dell’organizzazione, nel 1990, di un evento internazionale in Nuova Zelanda chiamato RugbyFest, decisero di contattare varie federazioni europee dove all’epoca si giocava il grosso del rugby femminile e allestirono in Galles, praticamente senza mezzi economici, la prima edizione della Coppa del Mondo, cui all’epoca l’International Rugby Bord non garantì alcuna ufficialità (salvo conferirgliela a posteriori negli anni duemila).
Nella fase a gironi della Coppa del Mondo le inglesi batterono in sequenza e , e in semifinale la ; in finale andarono incontro alla prima sconfitta della loro storia contro gli per 6-19.
Tre anni più tardi le stesse dirigenti inglesi organizzarono una seconda edizione della competizione nei Paesi Bassi ma, quando l’International Rugby Board comunicò la mancata ufficializzazione, la federazione olandese rinunciò a ospitare la Coppa del Mondo che trovò casa in Scozia. La manifestazione, che partì ad aprile 1994 con perfino meno coperture economiche della precedente, tanto da costringere alcune giocatrici a recarsi a Edimburgo con un giorno di ritardo e saltare il primo incontro per risparmiare sulle spese alberghiere, vide le inglesi dominare la fase a gironi contro la stessa e la , ed eliminare e, in semifinale, ancora la Francia; incontrarono in finale di nuovo le statunitensi, contro cui si presero la rivincita battendole 38-23 e laureandosi campionesse del mondo anche se all’epoca non ancora in via ufficiale.
L’era dell’Home Nations’ Championship Nel 1996 l’Inghilterra, insieme alle altre tre Home Nation , e , diede vita a un torneo analogo al Sei Nazioni maschile, l’Home Nations’ Championship, anch’esso destinato, anni dopo, ad assumere la stessa denominazione del torneo degli uomini a seguito dell’ampliamento a 6 squadre; proprio le inglesi furono le prime vincitrici della neo istituita competizione con il Grande Slam e, l’anno successivo, ottennero lo stesso risultato a punteggio pieno. Ancora nel 1997 l’Inghilterra si recò per la prima volta nell’Emisfero Sud e disputò il suo primo incontro con la , da cui fu sconfitta a Christchurch per 0-67, al 2018 la sua più pesante sconfitta.
Nel l’Inghilterra subì la prima sconfitta nel torneo a opera della , la quale si aggiudicò la terza edizione del Championship. Inoltre in tale anno, alfine, l’International Rugby Board conferì ufficialità alla Coppa del Mondo femminile e organizzò nei Paesi Bassi la sua prima edizione di tale manifestazione: l’Inghilterra giunse fino alla semifinale dove perse 11-44 contro le campionesse uscenti della Nuova Zelanda, e poi sconfisse il 31-15 nella finale per il terzo posto, al 2018 il suo peggior piazzamento nella manifestazione.
Tra il 1999 e il 2008 l’Inghilterra vinse 7 delle 10 edizioni del Cinque e, a seguire, Sei Nazioni, perdendo solo tre incontri su 47 (tutti e tre contro la ); parimenti, nelle tre Coppe del Mondo di inizio millennio la squadra realizzò percorso netto sempre fino alla finale, venendo sconfitta in tutte e tre le occasioni dalla (per 9-19 in Spagna nel 2002, 17-25 in Canada nel 2006 e 10-13 in casa propria nel 2010). Nella striscia di successi consecutivi al Sei Nazioni tra il al , spicca quello del in quanto fu l’unico della serie — e al l’unico delle inglesi in assoluto — a essere stato vinto senza il Grande Slam, perché la squadra subì nella seconda giornata di torneo una sconfitta per 15-16 contro il .
Nel 2010 la RFUW divenne una divisione costitutiva della Rugby Football Union e, nel 2012, il rugby femminile fu integrato completamente nella federazione, con Deborah Griffin incaricata di gestire il biennio di assimilazione.
Anche alla in Francia l’Inghilterra giunse fino alla finale, ma nell’ultimo atto a Parigi trovò il , che peraltro aveva imposto alle inglesi un pareggio 13-13 durante la fase a gironi del torneo, e lo batté 21-9, così portando a casa il titolo mondiale dopo quello di vent’anni prima, nel frattempo divenuto ufficiale.
In preparazione della Coppa del Mondo 2017 la Rugby Football Union avviò un programma di retribuzione delle giocatrici in maniera tale che esse potessero dedicarsi in maniera professionale al rugby; suscitò polemiche quindi, e anche un’interrogazione parlamentare, il preannuncio della decisione di sopprimere il finanziamento dopo la Coppa del Mondo in Irlanda per destinare risorse alla nazionale Seven.
Le inglesi vinsero a punteggio pieno un girone che le vedeva contrapposte a , e , e in semifinale eliminarono la ; al Ravenhill di Belfast trovarono ancora una volta di fronte la che vinse 42-31 al termine di una finale spettacolare in cui le due contendenti marcarono insieme 11 mete (4 inglesi e 7 delle Black Ferns) laddove sommando tutte quelle marcate nelle tre finali precedenti che le avevano viste protagoniste si arrivava solo a dieci. Dal punto di vista mediatico la partita di semifinale delle inglesi contro la catturò un’audience record, per il rugby femminile, di spettatori su France 2; la finale contro la registrò sul canale britannico ITV un picco di spettatori, circa la metà di quanti videro in televisione la finale maschile del 2015 tra e .
Dopo il campionato del mondo la federazione inglese difese la sua decisione di rinnovare il contratto solo a quelle rugbiste che facevano parte del programma della nazionale a sette, ma tentò di rimediare con un gettone di presenza complessivo per i test match di novembre pari a un massimo di sterline a giocatrice, da calibrare a seconda degli incontri disputati; ancora un anno dopo la Coppa del Mondo la RFU, per bocca del suo presidente Steve Brown, comunicò l’intenzione di valutare l’opportunità di estendere il professionismo alle donne fin dalla stagione 2018-19.
Il C.T. Simon Middleton cessò il suo incarico dopo la vittoria nel Sei Nazioni 2023. Il suo posto, dopo un affidamento ad interim all'ex giocatrice Sarah Hunter, andò al neozelandese John Mitchell, al momento della firma del contratto con la RFU ancora impegnato con la nazionale maschile giapponese fino a tutta la .
Sotto la gestione di Mitchell giunsero due ulteriori titoli consecutivi del Sei Nazioni e, infine, il titolo mondiale sfuggito nelle due precedenti occasioni: finalista sconfitta fu di nuovo il , che aveva eliminato in semifinale la , a propria volta sempre vincitrice in tutte le finali contro l'Inghilterra.
Colori e simboli La nazionale femminile condivide gli stessi colori e simboli di quella maschile e, più in generale, del rugby internazionale inglese. Il simbolo è la rosa rossa della casa di Lancaster, uno dei due rami dei Plantageneti che regnarono sull’Inghilterra tra il XII e il XV secolo. Anche il simbolo utilizzato dalla Rugby Football Union for Women fu una rosa rossa (da cui anche il soprannome di Red Roses per le giocatrici della squadra, benché di forma leggermente diversa, raffigurando una rosa tea con i petali chiusi; dopo l'integrazione nella RFU comunque la squadra adottò il simbolo usato da tutte le altre squadre nazionali.
Maglia e pantaloncini della prima uniforme sono completamente bianchi, e i calzettoni sono blu marino; i colori della seconda uniforme hanno variato spesso, e i più recenti sono una tenuta completamente blu marino. Sponsor tecnico degli equipaggiamenti è, dal , la britannica Umbro, fornitrice fino a tutto il ; Umbro succede alla connazionale Canterbury of New Zealand, fornitrice per 8 anni essendo succeduta nel 2012 alla statunitense Nike.
Statistiche
Le statistiche che seguono tengono conto dei risultati a tutto il Sei Nazioni 2018.
L’Inghilterra ha disputato 260 incontri internazionali, vincendone 215, pareggiandone 3 e perdendone 42. Di tali 42 sconfitte, 17 vengono dalla (affrontata complessivamente 26 volte, unica squadra contro la quale l’Inghilterra abbia saldo negativo) e 14 dalla (a fronte di 28 vittorie); la Francia è anche l’avversaria incontrata più volte in assoluto, 42, mentre contro la l’Inghilterra subì la sconfitta con il maggiore scarto, 0-67 nel 1997, in occasione della sua prima partita contro le Black Ferns. Le altre 11 sconfitte sono a opera di (3), , e (2 ciascuna) e e (una ciascuna).
In dieci edizioni di Coppa del Mondo la nazionale inglese vanta la singolarità di avere subito sconfitte solo dalla , eccezion fatta per la finale della prima edizione del 1991 in cui a vincere furono gli ; le neozelandesi hanno vinto sei volte contro le inglesi, nella semifinale del 1998 e nelle finali del 2002, 2006, 2010, 2017 e 2022. Tutte le sconfitte sono giunte nelle fasi a eliminazione.