Considerato da Alberto Savinio, suo fraterno amico, «uno degli adulti più geniali che avesse conosciuto», nonché «pittore fra i più intelligentemente moderni, architetto genialissimo che crea la casa dell'uomo dalle sue necessità interne, costruttore di macchine, inventore, uomo leonardesco», s.n.p..
Gli anni della formazione Galassi frequenta l'Accademia di Belle Arti della sua città, pur non diplomandosiAlberto Giorgio Cassani, Enrico Galassi. L'artista "fuorilegge", in «La Piê», LXXXI, n° 1, gennaio-febbraio 2012, pp. 26-31: 30, nota 3.. In particolare segue il corso di mosaico, da poco istituito il 10 febbraio 1924, anche se, in alcuni articoli a stampa della fine degli anni venti, criticherà l'impostazione tradizionale dell'insegnamento di Giuseppe Zampiga. Interessato fin da giovane a diverse tecniche artistiche, studia la ceramica a Faenza e nello studio di Luigi VaroliCfr. ibid., p. 26.. L'adesione, giovanissimo, alle camicie nere sarà motivo della successiva damnatio memoriae che lo colpirà nella sua città dopo la sua morte. Nel 1927 partecipa al "Primo raduno degli artisti di ogni parte" a Ravenna e, a seguito di un evento tragico dovuto a un rapporto sentimentale finito male, sarà costretto a lasciare la sua città d'origine.
Trasferitosi in Versilia, luogo per lui d'"elezione", conosce Lorenzo Viani, cui si legherà in amiciziaEnrico Galassi, Diario della nostalgia. Una notte con Viani, in «Il Giornale d'Italia», 4 e 5 dicembre 1970; Enrico Galassi, Né per te né per me, xilografie originali di Lorenzo Viani, Pescia, Stamperia Artidoro Benedetti, 1932 [?]., si dedica alla pittura e, nel novembre 1931, con una presentazione di Filippo de Pisis, tiene la sua prima personale alla "Galleria del Milione" di MilanoCfr. Ernesto Nathan Rogers, Mostre milanesi, in «Le Arti Plastiche», X, n° 19, I dicembre 1931, s.n.p. [ma p. 2] e Pietro Maria Bardi, Eugenio Galassi al Milione, in «L'Ambrosiano», 30 novembre 1931.. Nel 1932 partecipa alla III Mostra del Sindacato regionale fascista della LombardiaCfr. Vincenzo Costantini, Cronache milanesi. Mostra del sindacato lombardo, in «Emporium», LXXV (1932), p. 183. ed espone, di nuovo con una personale, con presentazione in catalogo di Carlo Carrà, alla Galleria di Roma di quel Pietro Maria Bardi che diventerà suo caro amicoCfr. P[ietro] M[aria] B[ardi], La pittura di Galassi, in «Meridiano di Roma», 21 febbraio 1937, p. III., e che lo inviterà, inutilmente, nel dopoguerra, a trasferirsi in BrasileCarlo Carrà, Giovani: Enrico Galassi, in «L'Ambrosiano», 28 settembre 1932, p. 3: «oggi è moderno chi ha il coraggio di rifarsi al punto di partenza»..
Il periodo del "surrealismo metafisico" Proprio nel momento in cui Galassi si sta facendo strada come una promessa della pittura italiana, secondo uno stile che Alberto Sartoris definirà "surrealismo metafisico"Cfr. Alberto Sartoris, Enrico Galassi, in «Fabula: Cuadernos de literatura y arte», noviembre-diciembre 1938, pp. 247-248., l'artista ravennate abbandona momentaneamente la pittura per dedicarsi alla poesia e all'architettura. Pubblica la raccolta di poesie Né per te né per me, per i tipi di Artidoro Benedetti«Il torchio a mano, le stanzette bianche di calce ed i caratteri di piombo che uscivano dal loro alveare guidate con amore di anacoreta. Da Artidoro uscivano pagine purissime», Enrico Galassi, Diario della nostalgia. Una notte con Viani, cit., corredata dalle xilografie di Lorenzo VianiPescia, 1932 [?]., e progetta, da puro dilettante nella materia, in località Poveromo (Forte dei Marmi) la sua casa-studio "I Ronchi" del 1934 (poi "La Tripolina" e oggi "La Romanina") che Gio Ponti loderà sulle pagine della rivista «Domus»Villa al Forte dei Marmi, in «Domus», L'arte nella casa, VIII, n° 88, aprile 1935, pp. 30-32. Ponti scriverà (ibid., p. 30): «quando l'opera di questi architetti improvvisati è libera da pregiudizii, da vanità stilistiche e sociali, gli architetti di professione hanno sempre qualcosa da imparare, e ciò li aiuta a scogliersi [sic!] essi pure da quei pregiudizi programmatici che assai spesso vincolano inconsapevolmente la loro creazione ed il loro mestiere». L'articolo non è firmato e, dunque, probabilmente opera del Direttore Ponti..
Recatosi in questo periodo a Parigi, vi rincontra De Pisis che gli risveglia la passione per la pittura. A questo proposito scrive Rosanna Ruscio: «Quando alla metà degli anni Trenta riprese a dipingere, dimostrò di aver raggiunto una maggiore libertà espressiva: la spazialità metafisica dei suoi quadri apparve allora più dilatata, i colori accesi, il tocco liquido, e alcuni dei suoi temi preferiti - quali le camere da musica e i giardini incantati - vennero trasposti in una dimensione sognata»cfr. Enrico Galassi, Diario della nostalgia. C'era una volta De Pisis, in «Il Giornale d'Italia», 15 e 16 ottobre 1970 e Enrico Galassi, Diario della nostalgia. Parigi, in «Il Giornale d'Italia», 19 e 20 ottobre 1970.. Questo risvegliato interesse per la pittura sfocia in alcune importanti mostre: la prima alla II Quadriennale di Roma (1935), la seconda a Londra, su allestimento di Marguerite Caetani, e ben due personali a distanza di un mese l'una dall'altra, la prima, nel febbraio 1937 alla galleria della Cometa di Anna Laetitia Pecci Blunt, con testo di presentazione di Libero De Libero, la seconda di nuovo alla Galleria del Milione di Milano nel marzo successivo, recensita positivamente da Carlo Carrà, che parla, per i dipinti esposti, di «un legame compatto di toni e di valori chiaroscurali» e di una «nervosa e quasi selvaggia sensibilità»Carlo Carrà, Mostre d'arte. Enrico Galassi, in «L'Ambrosiano», 17 marzo 1937, p. 3. Cfr. anche R. Ruscio, voce Galassi, Enrico, cit., p. 347..
Gli anni romani e l'attività da architetto dilettante Dopo un altro viaggio a Parigi, inizia a soggiornare stabilmente a Roma, e a inserirsi nell'ambiente artistico culturale della capitale, stringendo amicizia, in particolare, con Renato Marino Mazzacurati, suo vicino di studio in via Margutta 48, e con l'amico di una vita Alberto Savinio. È in questo periodo che progetta altre quattro case al mare in Versilia: il corpo su pilotis della casa di Irene De Guttry (1936-1937); la casa di Savinio, negli stessi anni (1936-1937 o 1937-1938), che lo scrittore amerà a tal punto da citarla in numerosi suoi scrittiAlberto Savinio, [Tommaso Campanella], prefazione a Tomaso Campanella, La Città del Sole, Roma, Colombo, 1944, pp. 5-18, in Id., Scritti dispersi 1943-1952, A cura di Paola Italia, Con un saggio di Alessandro Tinterri, Milano, Adelphi, 2004, pp. 57-67: 66; L'orologio, in «Corriere d'informazione», 15-16 dicembre 1948, ibid., pp. 979-982: 980; Un'ora a Catania, in «L'illustrazione del Medico», n° 93, marzo 1949, pp. 9-11, ibid., pp. 1043-1048:1043-1044; Senza mare davanti l'intelligenza non cammina, 1949, ibid., p. 1171-1176:1171; La batisfera nella vasca da bagno, in «Corriere della Sera», 6 ottobre 1949, in ibid., pp. 1198-1202.; le case di Ornella Kechler Ferrari e del fratello Carlo Alberto Ferrari di Valbona (1936-ante 1939 e per ii quale curerà venti anni dopo la ristrutturazione degli appartamenti romani di Piazza di Spagna) e la casa di Giuseppe Prezzolini, poi Vallecchi ed ora Romoli (1937-1938 ca.)Cfr. Paolo Rusconi, Galassi architetto di Casa Savinio, in Ascolto il tuo cuore, Versilia?. Alberto Savinio al Poveromo, scritti di Enzo Siciliano, Ruggero Savinio, P. Rusconi, Zeno Birolli, Bocca di Magra, Edizioni Capannina, 2001, pp. 19-33.. Così Savinio descriverà il progetto di Galassi: «La mia casa Galassi l'ha disegnata a forma del più casalingo degli animali: a chiocciola. Galassi è stato a Ibiza, che è la più piccola delle Baleari. [...] A Ibiza le case portano davanti alla fronte un gran muro pieno, che le guarda dai grandi venti del largo. Nella mite foresta del Poveromo i grandi venti del largo non arrivano, ma davanti alla mia casa Galassi ha alzato ugualmente un gran muro pieno e curvato a S, e questo muro, nonché guardarmi dai grandi venti metafisici, segna perentoriamente la lettera iniziale del mio nome»La mia casa, in «Corriere della Sera», 1º settembre 1946, in Id., Scritti dispersi 1943-1952, A cura di Paola Italia, Con un saggio di Alessandro Tinterri, Milano, Adelphi, 2004, pp. 408-413: 410.. Nel 1939 proprio Savinio dipinge forse l'unico ritratto di Galassi, dal titolo Arlecchino (e distrutto nel bombardamento di Milano), che paradossalmente non mostra il volto dell'amico, ma un semplice ovale di rombi multicolori, «un omaggio al "camaleontismo" dell'amico ravennate, nonché al rinnovato interesse per le tessere colorate del mosaico, di cui proprio lo studio in via Margutta costituisce un primo laboratorio di ricerca».
La riscoperta del mosaico come espressione artistica moderna Capace di intuire le potenzialità di luoghi semi-sconosciuti (come il Poveromo in Versilia), Galassi "scopre" nei primi anni Quaranta l'isola del Giglio e vi va ad abitare, assieme alla moglie americana, Melissa Reid, sposata civilmente a Roma il 29 settembre 1942, e alla figlia primogenita Alice (detta "Babina"), in una vecchia torre di Cala Cupa e in alcuni spazi dell'ex lazzaretto, da lui ristrutturati «in stile modernista». A distanza di un ventennio dagli studi alla Scuola del Mosaico ravennate e dalle sue riflessioni scritte in articolo sul «Corriere Padano», Galassi intuisce le potenzialità di un mosaico che si rinnovi sulla base dell'arte del suo tempo, un mosaico, dunque, «concepito non come decoro architettonico ma come opera artistica indipendente». Il frutto di due anni di ricerche confluiscono in una mostra di ventidue mosaiciSu cartoni di Mino Maccari, Giuseppe Capogrossi e Marino Mazzacurati. alla Galleria Ferruccio Asta & C. di Milano, nel maggio 1942. Nel foglio di presentazione scritto dall'amico Savinio si legge: come da bambino, a Sant'Apollinare Nuovo a Ravenna il piccolo Enrico «estraeva le tessere colorate e brillanti dei musaici feriti, le appiccicava nella creta e componeva per gioco delle figurazioni secondo la sua fantasia», così adesso «questo mosaico-gioco, Enrico Galassi lo continua ancora e sempre lo continuerà, lui che essendo artista-nato, sa che l'arte è un gioco da dei, timorosi di lasciarsi prendere dalla noia di quaggiù»Alberto Savinio, Enrico Galassi, Milano, Galleria Ferruccio Asta & C., 6-20 maggio 1942, s.n.p.. L'amore – e la nostalgia – per l'infanzia, uniscono Galassi e Savinio, come si può vedere da una riflessione più tarda dello stesso Galassi, parlando di canzoni popolari: «Nell'abbandonarvi al sentimento puro che queste opere [...] emanano, avvertirete freschezza, pace, dolcezza che vi faranno ancora una volta sentire felici e spensierati come fanciulli o, se preferite, come poeti»Enrico Galassi, in Un secolo di canzoni. Fogli volanti, a cura di Francesco Rocchi e con la collaborazione di Libero Bigiaretti et alii, s.l., Parenti Editore, 1961, pp. IX-X: X.. Come intuisce sempre Savinio, nei suoi mosaico Galassi rifà, da vero piccolo demiurgo, ogni volta il mondo: «Di quest'arte, Enrico Galassi ha riscoperto il carattere favoloso; e col gioco delle tessere, come un coboldo, come un paziente alchimista, egli ricompone sulla superficie della terra e alla luce del sole, il "tesoro" fatto di immagini strane, bellissime e sciolte dalla logica e dagli umani "perché", che la Terra nasconde nel suo tenebroso cuore»A. Savinio, Enrico Galassi, cit., s.n.p.. Gli anni precedenti la liberazione di Roma sono intensissimi per Galassi. Nel 1943 espone due opere in una collettiva alla Galleria Minima Il Babuino, a Roma, assieme a Giorgio De Chirico, Giorgio Morandi, Savinio, Gino Severini e Mario Sironi.