Nekrassov è un dramma in otto quadri scritto da Jean-Paul Sartre nel 1955, nel quale l'autore, coadiuvato da dialoghi brillanti e a tratti surreali, critica la stampa anticomunista e, per mezzo di essa, il governo che la foraggia. All'epoca, tra il 1952 e il 1956, Sartre era un fiancheggiatore del PCF, appoggio che gli avrebbe tolto di lì a poco, in seguito all'occupazione dell'Ungheria da parte delle truppe sovietiche.
La trama Primo quadro
Una sera, presso le rive della Senna, una coppia di mendicanti, Robert e Irma, vede un uomo gettarsi nel fiume. Robert si dirige allora sul posto per recuperare la giacca lasciata dal suicida, quando si accorge che l'uomo lotta per tenersi a galla. Dopo una breve discussione con la moglie se sia meglio intervenire o restare a guardare, Robert svolge una corda arrotolata intorno a un palo d'attracco e la getta all'aspirante suicida, il quale inizialmente non la raccoglie, ma poi, vinto dall'istinto di sopravvivenza, la afferra. Ormai salvo, l'uomo, il quale risponde al nome di Georges de Valera ed è un abile truffatore con la polizia alle calcagna, si scaglia contro i due mendicanti, rei di non averlo lasciato morire, al che viene esortato a rituffarsi in acqua con la garanzia che, stavolta, nessuno si sarebbe intromesso tra lui e il suo desiderio di farla finita. «Tentate di capirmi» — spiega Georges ai suoi interlocutori — «avevo la fortuna straordinaria di passare su un ponte e, insieme, di essere disperato. È difficile ripetere una tale coincidenza». Deciso a farsi animo, cerca pertanto di convincere Robert e Irma a morire con lui, giacché «in tre la morte è una gita di piacere» e loro due sono caduti così in basso che buone ragioni per continuare a vivere non ne possono avere. Nel mentre prosegue l'assurdo confronto verbale tra Georges e la coppia, s'odono colpi di fischietto che annunciano l'arrivo della polizia.
Georges, scorto il misero abito di ricambio di Robert, si toglie i suoi vestiti eleganti, indossa i poveri cenci e, all'apparire dell'ispettore Goblet, si dichiara figlio dei mendicanti per allontanarsi, non visto, subito dopo. Così, quando l'ispettore, che insegue Georges senza alcuna convinzione, persuaso della sua genialità e della propria mediocrità, adocchia sul selciato un paio di pantaloni e li riconosce per quelli del truffatore, è troppo tardi: de Valera è fuggito chissà dove. Davanti a Irma e Robert, involontariamente complici di un tale malfattore, si aprono le porte del carcere, ma i due si prendono per mano e si lanciano nel fiume.
Secondo quadro
La scena si sposta nell'ufficio di Jules Palotin, il vanesio e irruente direttore del giornale filo governativo Soir à Paris, che discute con la segretaria di certe sue fotografie da attaccare alle pareti. Giunge Renè Sibilot, il responsabile della quinta pagina dedicata alla propaganda anticomunista. L'uomo si lamenta col direttore del suo stipendio di 70.000 franchi al mese, insufficiente per le cure della moglie malata, al punto che egli si trova costretto ad attingere «all'oro di Mosca», cioè ai guadagni della figlia, anch'ella giornalista, ma schierata a sinistra. Il lavoro richiede fantasia, tatto, sensibilità, uno spirito profetico, tutte doti che Sibilot sostiene di possedere, e tuttavia come trovare «l'epigramma vendicativo, la frecciata al vetriolo, la parola che non perdona», come «dipingere l'Apocalisse» che minaccia il mondo, se la paga non è adeguata? Palotin, affatto impressionato, rammenta a Sibilot che il suo lavoro è una missione, che lui combatte «per amore dell'amore contro gli imbecilli che vogliono tardare la fraternizzazione delle classi impedendo alla borghesia di assimilare il proletariato», un compito così nobile che andrebbe assolto persino senza stipendio.
Liquidato Sibilot, Palotin discute con Tavernier e Périgord del titolo da mettere in prima pagina. Non sono accaduti fatti eclatanti e le idee scarseggiano. Jules chiede un titolo che diffonda inquietudine e timore, perché in prima pagina l'allerta deve restare alta, «le guerre si avvicinano», non si allontanano. A togliere dall'impasse Palotin e i suoi uomini, sono due notizie diffuse quasi in contemporanea: il nuovo smacco subito dalla polizia ad opera del super ricercato Georges de Valera e la scomparsa del ministro degli Interni sovietico, Nikita Nekrassov. Palotin non ha dubbi sul fatto da privilegiare e, sbattuto de Valera in quarta, in prima titola: "Nekrassov scomparso. Il ministro sovietico degli Interni avrebbe scelto la libertà". A corredare l'articolo, una foto di Nekrassov, la cui caratteristica più evidente è una benda da pirata sull'occhio destro.
Il presidente del giornale, Mouton, informa Jules dei grandi progetti del ministro degli Interni per Soir à Paris, che potrà pubblicare foto a colori e avere l'esclusiva delle offerte di lavoro, se riuscirà a spostare voti nel dipartimento della Senna e Marna, in occasione delle imminenti elezioni parziali.Si tratta delle elezioni per il rinnovo del Senato. In questa circoscrizione il candidato governativo, la signora Bounoumi, è alla pari con il candidato comunista, cosicché per evitare il ballottaggio è necessario convogliare sulla prima i voti del radicale Perdrière, un anticomunista di ferro, non intenzionato però a fare un passo indietro. Costui, infatti, non condivide la posizione della Bounoumi a favore del riarmo tedesco in funzione antisovietica, avendo patito, durante la seconda guerra mondiale una deportazione di quasi un anno nel campo di concentramento di Buchenwald. Palotin dovrebbe quindi sferrare una violenta campagna di demonizzazione dell'URSS per far capire ai simpatizzanti di Perdière, nella stragrande maggioranza lettori di Soir à Paris, che «la sopravvivenza materiale della Francia dipende dall'esercito tedesco e dalla supremazia americana».
Jules è sotto assedio, la sua carriera è a rischio se non riuscirà a soddisfare le richieste del Ministro e di Mouton. Infuriato, convoca Sibilot e gli dà un ultimatum: per l'indomani dovrà presentarsi con un'idea tanto «strepitosa» da poter mettere a tappeto il Partito Comunista in quindici giorni, altrimenti verrà licenziato.
Terzo quadro
Georges, per sfuggire alla polizia che lo insegue, entra da una finestra aperta in un appartamento. Poiché starnuta rumorosamente, a causa dell'infreddatura che ha preso gettandosi in acqua, accorre nella stanza una giovane donna, Véronique. La ragazza non mostra di temere l'intruso e lo affronta a viso aperto. È una cronista del giornale comunista Libérateur, si occupa di politica estera ed è reduce da una dimostrazione in cui ha subito una carica da parte della polizia, ragion per cui decide di proteggerlo quando l'ispettore Goblet bussa alla porta di casa per domandare se ha visto il fuggitivo. Anche suo padre è giornalista, scrive per Soir à Paris, e sta per tornare dal lavoro, mentre lei sta per andarci. Véronique dichiara a Georges che proverà ad ammansire suo padre in modo da consentirgli di restare per la notte, purché se ne stia buono e in silenzio.
Sibilot entra in casa e, affranto, espone alla figlia il suo dilemma. Timidamente le chiede se lei non abbia un'idea, se non possa passargli qualche informazione sui suoi «amici comunisti». Vèronique non si lascia commuovere, fa sfogare suo padre e poi gli dice di non badare a un mendicante, nascosto nella sua stanza e che lei vuole salvare dalla polizia. Sibilot acconsente, puntualizzando però di non contare su di lui se la polizia dovesse venire a cercarlo. Véronique tranquillizza Georges ed esce.
Il povero Sibilot non riesce a meditare con la dovuta calma, infastidito dai continui starnuti che provengono dalla camera di sua figlia. Al limite della sopportazione, telefona alla polizia e riferisce che un individuo si è introdotto nel suo appartamento. A queste parole, Georges esce allo scoperto e comincia a lavorarsi Sibilot, tanto da prospettargli alla fine la salvezza nella forma di un'idea sul comunismo che egli, in quanto geniale imbroglione onnisciente, è in grado di dargli. La polizia, che sta per arrivare, potrà confermare il suo non comune ingegno truffaldino.
La polizia, nella persona dell'ispettore Goblet, persuaso com'è che mai potrà mettere le mani addosso a quell'«anguilla» di de Valera, non si dà neppure la pena di perquisire la casa. A Sibilot parla del suo lavoro di agente della Mondaine — il corpo della polizia in smoking che opera tra la gente dei quartieri alti —, umiliante per chi è di tutt'altra condizione sociale, e gli assicura che Georges è un artista della truffa e un mago del travestimento. Sibilot, non sapendo cosa inventarsi per annichilire il comunismo, accetta a questo punto l'aiuto di de Valera, cui darà in cambio asilo e qualche vecchio vestito.
Quarto quadro
Il giorno dopo, Sibilot si presenta con Georges nell'ufficio di Palotin. Non sa che piano abbia de Valera e teme le conseguenze del raggiro. Perciò quando rivela a Jules che la sua idea è l'uomo cui si accompagna, un funzionario sovietico, tende a minimizzarne l'importanza nella speranza di farsi mandar via, sennonché Georges interviene dicendo che lui e Sibilot andranno da France Soir, il giornale rivale. Jules lo prega di restare e Georges, messosi una benda nera sull'occhio destro, viene riconosciuto come Nekrassov con un grido tale che de Valera si vede costretto a inventarsi l’esistenza di sette comunisti armati fuori dalla stanza, sebbene non ne farà al momento i nomi. Sibilot sviene. Come prova della sua identità, Georges adduce la mancanza di qualsiasi prova, in quanto sarebbe stato stupido, volendo passare la cortina di ferro, portarsi dietro documenti compromettenti. All'obiezione di Jules, che il ministro russo è stato segnalato a Roma,A tal proposito, Sartre fa dire a Palotin in risposta alla notizia riferitagli da Périgord: «A Roma? È fregato: cadrà nelle mani della Democrazia Cristiana»., de Valera replica che falsi Nekrassov saranno probabilmente visti in diversi paesi, ma la verità è che l'unico e terribile Nekrassov è lui. In fondo Jules vuole credergli, perché si trova nella necessità di dover lanciare uno scoop sensazionale, così caccia su due piedi Sibilot quando questi, tornato in sé, sconfessa le parole di Georges.
De Valera può ora procedere con la sua azione mistificatoria, e ingigantirla. Fa convocare a Jules il Consiglio d'amministrazione del giornale e, nell'attesa, gli regala un saggio di quello che sa, ovvero conferma le false rivelazioni fatte da Soir à Paris, nell'ambito della propaganda anticomunista, come l'esistenza di un «piano C» per occupare la Francia, comprensivo di una lista di centomila francesi da fucilare. Jules è sbigottito nel venire a sapere che le fandonie scritte corrispondano a verità, ma non può certo mettere in dubbio davanti al suo interlocutore l'attendibilità di notizie da lui stesso pubblicate. Nekrassov ha imparato a memoria i primi ventimila nomi: ci sono tutti i deputati dell'Assemblea nazionale, compresi i comunisti, e molti giornalisti, l'intero organico di Soir à Paris, non escluso il direttore. Entra il Consiglio (Nerciat, Lerminier, Charivet, Bergerat), capitanato da Mouton (indicato a Georges da Jules come un suo personale nemico), e anch'esso riconosce subito Nekrassov. Tutti, eccetto Mouton, apprendono con orgoglio di essere nella lista dei centomila. Mouton chiede inutilmente spiegazioni sul motivo per cui non gli sarà fatto l'onore di essere fucilato: Nekrassov non ne ha idea. La mancata condanna a morte sottintende che egli è un traditore della patria, che collabora con i sovietici, al che Mouton accusa Nekrassov di essere un impostore. La negata solidarietà dei suoi uomini, disposti a credere a uno sconosciuto piuttosto che a «vent'anni d'amicizia», è un duro colpo per Mouton, che, nell'atto di andarsene, promette di tornare con le prove della sua innocenza.