È noto soprattutto per i suoi studi sulla "nitrosità" del Pulo di Molfetta, che lo hanno reso famoso anche all'estero, tanto da essere citato e apprezzato da molti studiosi italiani ed esteri, tra cui il professor Eberhard August Wilhelm von Zimmermann in una sua pubblicazione..
I suoi lavori scientifici, riguardanti principalmente l'agronomia, la botanica e la meteorologia, non erano solo disinteressati e tesi alla mera conoscenza dei fenomeni naturali, ma, caratteristica comune dei primi lavori scientifici del Regno di Napoli, avevano come obiettivo sviluppare e rendere efficiente l'agricoltura. Fu socio di molte accademie, tra le quali la Società italiana delle scienze. e, per la sua versatilità, fu definito un "dotto enciclopedico"..
Fu anche un ecclesiastico, e ricoprì molti importanti incarichi, tra i quali quelli di arciprete e vicario apostolico... Si interessò, inoltre, di numismatica, collezionando antiche monete e medaglioni, e possedeva anche una collezione di antichi vasi italogreci (detti etruschi)... Per quanto riguarda il suo carattere, invece, è ricordato da molti per il suo spirito caritatevole e la sua modestia, tanto che a volte preferiva non pubblicare i suoi articoli, i quali venivano pubblicati da suoi colleghi, come ad esempio l'abate Ciro Saverio Minervini...
Fu uno dei primi scienziati pugliesi e dimostrò notevoli capacità scientifiche, contribuendo a estirpare "dai bravi pugliesi la vergognosa marca di pigri ed ignoranti".. La sua attività di ricerca era svolta coi metodi moderni dell'osservazione e dell'esperimento, "seguendo le massime del Galilei". "Gradiva perciò leggere le osservazioni altrui, ma piacevagli di esaminare coi proprj occhi l'intero procedimento di esse".
Biografia L'infanzia e l'adolescenza Giuseppe Maria Giovene nacque a Molfetta il 23 gennaio 1753 da Giovanni Giovene e da Antonia Graziosi.. Il padre, in punto di morte, lo affidò al vescovo di Molfetta Celestino Orlandi,. il quale lo istruì fino all'età di 8 anni e, successivamente, studiò presso i padri gesuiti, che allora occupavano il Gran Collegio di Molfetta, fino all'età di 12 anni. Nel 1766 si recò a Roma e fu ammesso al noviziato dei gesuiti, nonostante non avesse l'età prescritta, ma dopo soli otto mesi l'ordine dei gesuiti fu soppresso e i gesuiti furono espulsi. Giovene non poté seguire i gesuiti all'estero a causa di una malattia, nonostante avesse voluto..
Durante la sua infanzia, mostrò di non amare i "giovanili diletti" e preferiva discutere con uomini dotti. Tornato a Molfetta, dopo essersi ripreso dalla malattia, studiò filosofia e matematica nel seminario di Molfetta sotto la direzione del vescovo Celestino Orlandi. Tra l'altro studiò anche diritto, e, già da ragazzo, cominciò a manifestare una predisposizione per le scienze naturali. Si recò a Napoli, quando ancora non era che un chierico, e lì fu raccomandato a Ciro Saverio Minervini. e conobbe persone dotte e famosi naturalisti come ad esempio Vincenzo Petagna. Inoltre amava discutere con gli uomini dotti suoi conterranei, Giuseppe Saverio Poli e Ciro Saverio Minervini.
Il ritorno a Molfetta Nel 1773 ritornò a Molfetta,. e il vescovo di Molfetta che lo aveva istruito, Celestino Orlandi, voleva che diventasse sacerdote della chiesa parrocchiale molfettese di Santo Stefano. Nonostante le resistenze di Giovene, il vescovo alla fine lo costrinse a partecipare al concorso per la selezione del sacerdote parrocchiale, e lo vinse. In quel momento, però, Celestino Orlandi, il suo tutore d'infanzia, morì, e in quel periodo scrisse l'orazione funebre Orazione pei solenni funerali di D. Celestino Orlandi (1775)...
Nel frattempo fu eletto il nuovo vescovo di Molfetta, Gennaro Antonucci, il quale lo volle con sé come suo vicario apostolico, forse per via della sua fama o per la sua esperienza. Nel frattempo, Giovene non disprezzava di aiutare i più poveri, orfani, offrendo loro consulenze legali gratuite a tutela dai soprusi dei più forti. In quel periodo fu anche incaricato di insegnare diritto presso il seminario di Molfetta. Dal momento che, per poter diventare vicari, bisognava essere laureati, si recò a Napoli per adempiere ai doveri, e non perse occasione per discutere coi dotti di arte e storia naturale. Nonostante i suoi numerosissimi impegni, trovava sempre il tempo di dedicarsi alla storia naturale. Divenne anche arciprete della Cattedrale di Molfetta.
L'anno 1799 Durante la Repubblica Partenopea del 1799, l'amico di Giovene Giuseppe Saverio Poli seguì re Ferdinando IV di Napoli in Sicilia, e affidò a Giovene la sua casa, la sua biblioteca, i suoi strumenti e tutto ciò che possedeva. Giovene non poté però impedire la depredazione fatta con la forza da alcuni ufficiali filofrancesi dell'effimera Repubblica Napoletana. A causa di ciò, molti rarissimi reperti di storia naturale, come ad esempio "le tavole in cera dei testacei", finirono all'Accademia delle Scienze di Parigi..
Il vicariato a Lecce e il ritorno La sua fama giunse fino a papa Pio VII, il quale lo scelse per la diocesi di Lecce. Giovene non voleva accettare quell'ulteriore onere, ma il suo rifiuto non fu considerato e divenne così vicario apostolico di Lecce dal 1806 al 1816 circa.. In questo periodo, per sopraggiunte necessità, divenne anche vicario capitolare di Otranto e di Oria e si trovò a governare buona parte delle chiese della Provincia di Lecce..
Nel 1817 tornò a Molfetta, nella speranza di poter godere della quiete, ma gli furono subito assegnati nuovi incarichi. Fu anche vicario apostolico del vescovo di Molfetta Gennaro Antonucci, successore del vescovo Celestino Orlandi.
Accanto allo studio delle scienze coltivò anche la numismatica, raccogliendo monete e medaglioni di ogni tipo, e raccolse anche antichi vasi italogreci (detti etruschi), a quanto pare non per vanità, ma per finalità storiche. Inoltre scrisse anche poesie e utilizzò anche il latino.. Insegnò anche fisica sperimentale, diritto e liturgia sacra nel seminario di Molfetta.
In particolare, Giovene poté avvalersi, durante gli insegnamenti di fisica sperimentale, dei non pochi strumenti forniti dal suo amico Giuseppe Saverio Poli. I suoi studenti tennero anche una dimostrazione nell'ampio cortile del palazzo vescovile e seminario di Molfetta, durante il quale furono condotti esperimenti relativi all'elettricità, all'aria, ai gas, durante i quali fu mostrato l'utilizzo di strumenti pneumatici ed elettrici e che suscitarono la curiosità di persone di ogni ceto. Gli esperimenti condotti dagli allievi di Giovene non erano condotti nemmeno dalle Università degli Studi di quel periodo. Questo contribuì a far crescere il prestigio del seminario..
Ultimi anni Nel 1820 fu anche membro del nuovo Parlamento costituzionale del Regno delle Due Sicilie per alcuni mesi... Anche nell'ultimo decennio della sua vita continuò a tenersi aggiornato e a leggere libri e giornali. In questo periodo, divenne sordo, il che gli rese difficile comunicare con gli altri; inoltre cominciò a soffrire di paralisi alla vescica e gli venne la cataratta al suo occhio sinistro.. Per questo motivo dovette farsi aiutare per conoscere i progressi delle scienze e delle lettere..
Scrisse anche opere di carattere religioso e, inoltre, nell'ultima parte della sua vita, fu esortato dal vescovo di Molfetta Filippo Giudice Caracciolo a scrivere un'opera agiografica su san Corrado di Baviera, patrono della sua città natale Molfetta. Per poter scrivere l'opera, dovette consultare fonti medievali e a tal scopo si recò nell'Italia settentrionale e in Germania.. L'opera, di piccole dimensioni ma assai raffinata, piacque a papa Gregorio XVI, e grazie al suo lavoro, Molfetta ottenne la "sanzione del culto che fin dal secolo 12 si prestava". Il suo libro sul santo divenne noto anche in Germania..
Morì a Molfetta il 2 gennaio 1837. Le sue ultime parole furono: "Lasciatemi in pace col mio Dio".. Con una lettera al suo confessore e amico, il canonico D. Paolo Rotondo, ritrovata dopo la sua morte, proibì ogni fastosità o orazioni funebri di alcun tipo durante il suo funerale. e chiese di essere seppellito nella chiesa di San Corrado. Ciononostante l'elogio funebre fu letto nella cattedrale di Molfetta e fu persino fatto stampare a Napoli dal pronipote Luigi Marinelli Giovene. (il quale ristampò anche la maggior parte delle sue opere in un'opera in più volumi dal titolo Raccolta di tutte le opere del cav. Giuseppe Maria Giovene 1839-1841). Inoltre Giovene stesso scrisse l'epigrafe della sua tomba..
Ricerca scientifica La "nitriera naturale" del Pulo di Molfetta
Il nome di Giuseppe Maria Giovene è indissolubilmente legato alla scoperta della cosiddetta "nitriera naturale" del Pulo di Molfetta. Nel 1783, infatti, l'abate Alberto Fortis si era recato in Puglia per osservazioni naturalistiche e Ciro Saverio Minervini lo raccomandò a Giovene. In quest'occasione, Fortis e Giovene si conobbero,. e quest'ultimo parlò a Fortis di uno sprofondamento del terreno di quella regione, il Pulo di Molfetta, nel quale Giovene credeva che ci fosse il nitro (detto anche salnitro e corrispondente all'odierno nitrato di potassio). Dopo un sopralluogo, Fortis constatò l'effettiva presenza di "nitro naturale" (cioè nitrato di potassio fornito da giacimenti)... Secondo altre fonti, invece, Fortis e Giovene avrebbero unitamente il merito di aver scoperto la nitriera. Secondo quanto scritto dal professor Zimmermann, la scoperta sarebbe da attribuire ad Alberto Fortis, e Giovene avrebbe avuto solo il merito di avergli parlato del Pulo di Molfetta e di averlo accompagnato.
La scoperta consisteva principalmente nell'aver osservato delle "infiorescenze" sulla roccia delle grotte del Pulo di Molfetta, ossia la formazione di una patina biancastra che era il salnitro. Una volta rimossa la patina, essa si riformava dopo un po'. Avevano anche notato che il processo (che oggi chiameremmo "reazione chimica") era influenzato dall'umidità, dalla temperatura e dall'acidità della terra stessa...
La scoperta generò anche attriti; in particolare, la scoperta fu inizialmente messa in dubbio. Successivamente, il chimico Giuseppe Vairo e il suo allievo Antonio Pitaro confermarono la scoperta. Questa indubbiamente generò un danno ai produttori di salnitro artificiale, e alcuni studiosi, verosimilmente sostenuti dai produttori, cercarono di confutare la scoperta. Il salnitro era un ingrediente fondamentale nella produzione della polvere da sparo, e pertanto tali giacimenti rivestivano notevole interesse strategico.. In seguito alla scoperta, i naturalisti di tutta Europa accorsero in gran numero per visitare il Pulo di Molfetta, inviati dalle loro accademie, e tra questi ci fu lo stesso professor Zimmermann, il quale scrisse una pubblicazione nella quale è chiaro l'interesse per uno sfruttamento del salnitro. "il tufo nitroso di Gravina [...] potrebbe rendere [...] più di 6400 libbre di nitro all'anno ove fosse ben trattato" Giovene, inoltre, non perse l'occasione per confrontarsi con gli studiosi con cui veniva in contatto per via della nitriera.
In particolare, in una lettera ad Alberto Fortis datata 7 agosto 1784 e intitolata Osservazioni sulla nitrosità generale delle Puglie, Giovene confutò l'opinione di coloro che credevano che il salnitro del Pulo di Molfetta fosse dovuto agli escrementi di animali che una volta abitavano il Pulo. Inoltre dimostrò anche di essere un valente chimico, e di essere persino più competente dei salnitrai stessi, insegnando loro a correggere l'acidità di quelle terre (contenenti quantità eccessive di acido azotico (?)), aggiungendovi ceneri vegetali..