Il banditismo sardo è stata una forma specificamente sarda di criminalità contrassegnata dall'alta presenza di uomini del mondo agro-pastorale. L'analisi storica identifica cicli di banditismo in corrispondenza con i mutamenti storici e socio-economici della Sardegna. Puggioni e Rudas, nel loro rapporto alla Commissione Parlamentare d'Inchiesta sui fenomeni di criminalità in Sardegna istituita nel 1969, ipotizzarono che il banditismo non fosse l'espressione della violenta cultura pastorale sarda, ma piuttosto una risposta deviata alla violenza esterna, alla prevaricazione plurisecolare che, subordinando e marginalizzando storicamente ed economicamente l'isola, avrebbe spinto il mondo pastorale verso diverse forme di resistenza alla sua distruzione, tra cui «l'abnorme fenomeno del banditismo».

Caratteristiche I banditi sardi si sono contraddistinti per alcune peculiari attività criminali, tra cui il furto di bestiame (abigeato), il sequestro di persona, la rapina, l’omicidio (anche su commissione) e soprattutto la bardana. La loro vicenda è spesso legata, per contesto e formazione, a quella dei pastori che sono ancora oggi parte determinante della cultura e dell’economia dell'isola. Il loro destino è stato invece legato alla disamistade ("vendetta") e alla latitanza ed è proprio da questo che trae origine il significato del termine bandito.

Il banditismo sardo si distingue da altri fenomeni simili per l’assenza di organizzazioni criminali stabili e gerarchiche. Le bande nascono e si sciolgono secondo necessità e i banditi, la cui istruzione scolastica, salvo alcune eccezioni, è storicamente piuttosto bassa e osservano un codice morale e comportamentale personale che prende spunto da quello tramandato verbalmente, ovvero il codice barbaricino.

Le donne hanno un ruolo fondamentale di protezione e cura dei latitanti, amano e ammirano i banditi, si occupano di proteggere, nascondere e sfamare i sequestrati, partecipano ai gruppi di fuoco. Le donne hanno avuto anche ruoli di regia, sono state esse stesse banditesse, chiedono e pretendono difesa e vendetta, rischiano la vita come i loro uomini.

I banditi non amano le istituzioni statali ma in alcuni casi se ne servono. In diversi momenti della storia alcuni di loro hanno fatto riferimento a una ideologia come a un pensiero politico, ma non ne sono mai stati fautori. Ciò che hanno rubato l'hanno per la gran parte diviso fra loro. Quando il fenomeno si è esteso al di sopra del solito standard questo è avvenuto per motivi economici o di territorio.

Storia La storia del banditismo in Sardegna, così come dei tentativi di repressione da parte delle autorità statali al fine di risolvere il problema, è lunga e complessa e le fonti, come i documenti ufficiali sul tema si concentrano per la gran parte in quell'arco di tempo che va dall'unità d’Italia a oggi. Il primo sequestro a scopo di estorsione che si ricordi avvenne nel periodo iberico e, più specificamente, nel 1477 a Posada, ai danni di un pastore locale.

XVIII secolo Il banditismo sardo così come lo conosciamo oggi non pervade mai contemporaneamente tutte le regioni dell'isola. Nel Settecento si concentra a Nord, nel Logudoro, nella Nurra e nella Gallura. I regnanti (che in questo periodo, a causa della Guerra di successione spagnola, si susseguono l'un l'altro a ritmo accelerato, scambiano i possedimenti con facilità non preoccupandosi della qualità della vita dei sudditi, arrecando così non pochi traumi alle popolazioni) hanno visto da sempre questo fenomeno come un problema molto serio.

Nel 1720 la Sardegna, dopo un plurisecolare periodo iberico e una breve parentesi austriaca, entra nel dominio di Casa Savoia. Il primo viceré, Filippo Guglielmo Pallavicino, barone di St. Rémy, considerò da subito la situazione talmente grave che decise di vietare immediatamente il porto e la fabbricazione delle armi, incluse le armi "bianche". Uno dei primi Pregoni è quello del Viceré Di Costanze che lamenta la corruzione dei giudici sassaresi, colpevoli di proteggere i banditi. Il ruolo del bandito è infatti tutt'altro che malvisto dai locali e anche l'autorità ecclesiastica al fine di proteggerli ordina l'arresto dei più importanti sottraendoli alla giustizia del Re. I fuorilegge venivano utilizzati dai nobili (quando non erano i nobili essi stessi banditi) e dai ricchi per risolvere le più dure e rischiose problematiche. L'autorità giudiziaria e il governo scambiavano continui favori con i banditi che in cambio del loro aiuto ottenevano sconti di pena, amnistie, denaro e titoli nobiliari. I banditi più noti erano al tempo i nobili Delitala di Nulvi, nemici dei Savoia, il cui maggiore esponente fu Donna Lucia Delitala Tedde.

Nel corso del secolo furono adottati provvedimenti di ogni tipo contro i banditi, come l'ordine ai pastori di abbandonare gli ovili in luoghi impervi da raggiungere, il divieto di portare la tipica barba lunga e incolta e l'arruolamento di coloro che avevano avuto problemi con la giustizia in battaglioni speciali da addestrare specificamente in Piemonte.

È del 1766 il pregone del Viceré Francesco Ludovico Costa, esposto oggi sulla facciata di un vecchio palazzo trasformato in Museo del banditismo nel paese di Aggius, a testimonianza dell'importante storia dei banditi galluresi. Il villaggio era considerato "scandaloso ricovero e favore di banditi e facinorosi” e se ne chiedeva la totale distruzione. Il banditismo era considerato una sorta di infestante e le autorità hanno risposto per anni in modo straordinariamente forte attraverso il Marchese Carlo San Martino di Rivarolo che, in tre anni, ottenne 3.000 incarcerazioni, 432 giustiziati alla forca e alla decapitazione, torture, cerimonie pubbliche e macabre messe in scena itineranti, il Viceré Valguarnera che arrestò 300 banditi e nel 1749 fece uccidere 500 persone, e il Ministro Bogino che persuaso inizialmente a utilizzare severamente la forza, pur avendo aggravato le pene e pubblicato la lista dei latitanti (viene ancor oggi citato nel detto in lingua sarda "Ancu ti currat su buginu"), abbandonata l'idea di ottenere migliori risultati contro i banditi, fra le varie riforme a lui ascritte, impose la lingua italiana quale sostituta di quella spagnola.

XIX secolo Aggius e la Gallura sono state una delle culle del banditismo sardo anche durante l'Ottocento. Il paese, descritto dallo storico Enrico Costa nel Muto di Gallura, è noto non soltanto per il sanguinoso scontro fra i Vasa, i Mamia e i Pileri, che sancirono la pace nel 1856, ma anche per il ruolo politico del bandito Pietro Mamia nel tentativo di insurrezione anti-sabauda del 1802 a favore della cosiddetta "Repubblica Sardo-Corsa" che ebbe invero durata brevissima e si concretizzò con la morte, causa tradimento, del giacobino Francesco Sanna Corda presso la torre di Longonsardo. Incomincia nello stesso anno il governo di Carlo Felice, chiamato Carlo Feroce, prima Viceré e poi Re che instaurò in Sardegna un vero e proprio regime poliziesco e militare con tanto di spionaggio, censura epistolare e taglie sugli indiziati.

I primi anni del secolo furono contraddistinti dalle "inimicizie" (disamistades) interne alla stessa Gallura, battaglie tanto aspre che caddero sul terreno anche i vertici delle autorità locali: il Censore Diocesano, il Reggente Ufficiale di Giustizia e il sostituto Procuratore Fiscale. Fu nel 1813 con la Regia Delegazione per la pacificazione della Gallura che le autorità presero atto della grave situazione che si era venuta a creare a Tempio Pausania. I Savoia decisero quindi di aumentare la presenza militare, ma al tempo stesso di persuadere la popolazione e i banditi attraverso uomini di chiesa. Nello stesso anno, il 9 maggio vennero rogate le "paci" relative alle numerose faide locali a cui seguì, venti giorni dopo, l'atto di grazia del Re.

Nel 1820 l'Editto delle chiudende mise in crisi i pastori e le loro greggi tenute a non oltrepassare confini prima d'allora inesistenti. La proprietà collettiva venne recintata e divenne privata. Era così incominciata la destabilizzazione economico-politica dell'isola, infatti nel 1827 la Carta de Logu, la raccolta di leggi in lingua sarda in vigore fin dal XIV Secolo, venne soppiantata dal Codice Feliciano e quando nel 1848, ai fini della futura fusione statale con la quale la Sardegna rinunciava per sempre alla personalità individuale del Regno e alle proprie istituzioni autonome, su richiesta di Carlo Alberto venne dato alle stampe regie il testo di Carlo Baudi di Vesme Considerazioni politiche ed economiche sulla Sardegna, che ne descrisse la popolazione quale oramai povera e incivile. Vi era in atto il più grande disboscamento di sempre, utile allo Stato per costruire le ferrovie italiane e creare strade buone al passaggio delle carrozze e alla monarchia sabauda per una migliore gestione dei propri averi, ma la superficie boschiva della Sardegna passò dai 480.000 ettari degli anni Venti ai 113.000 rilevati nel 1883. In pratica le foreste si ridussero in quegli anni di 4/5. Appena dopo l'Unità d'Italia, nel 1864, si ebbe un tale inasprimento delle tasse che, forse anche a causa dei dati catastali tanto diversamente allocati fra le regioni del nuovo sistema unitario, i sardi finirono per pagare la metà della somma di tutta la nazione. Il banditismo sardo a quel punto non poté che proliferare. Venne vietato con Regio Decreto del 1880 l'utilizzo del Trimpanu, strumento musicale arcaico utile a quel tempo anche nelle imboscate per disarcionare i Carabinieri a cavallo.

Il secolo si chiuse in modo straordinariamente caotico, il dibattito culturale e legislativo era sollecitato oltre che da gravi atti di banditismo come la Bardana di Tortolì (1894) e il sequestro di Jules Paty Louis e Regis Pral (due commercianti di legname di cittadinanza francese giunti in Sardegna per il taglio dei boschi) per cui si rischiò lo scontro diplomatico fra governi, anche dalla pubblicazione di un saggio dal forte carattere razzista destinato a grande influenza e infinite polemiche: La delinquenza in Sardegna (1897) del criminologo e antropologo Alfredo Niceforo, allievo di Cesare Lombroso. A questa era preceduta la pubblicazione di Psicologia della Sardegna, di Paolo Orano, della stessa scuola. I due studiosi erano stati accolti in Sardegna dal futuro Premio Nobel per la letteratura Grazia Deledda che gli dedicò anche il romanzo La via del male. Ci fu infine la relazione parlamentare del Francesco Pais-Serra che prendeva ovviamente in causa anche la sicurezza sull'isola. Meno di due anni dopo, tra il 14 e il 15 maggio 1899, si diede via libera a una grande operazione di polizia che coinvolse Nuoro e tutta la Barbagia, ricordata come la Notte di San Bartolomeo, che vide 700 arresti fra banditi e fiancheggiatori (di cui oltre la metà andarono poi prosciolti). È in questo contesto che vengono scattate ai fini dell'accertamento dei tratti delinquenziali, le 100 fotografie del Prof. Giuseppe Sanna Salaris, direttore del manicomio di Cagliari, che hanno reso famosi molti di loro. Nello stesso anno con l'ausilio dell'infiltrato Lussorio Cau, avvenne la cruenta Battaglia di Morgogliai, 201 soldati contro 5 banditi, ritratta ancor oggi su uno dei murales di Orgosolo.

XX secolo La prima parte del secolo è contraddistinta dalla Disamistade di Orgosolo 1905-1917 storicamente importante anche per i risvolti giudiziari e le implicazioni mediatiche: le famiglie Cossu e Corraine si fronteggiano per motivi di eredità, attentati e omicidi si alternano nei lunghi anni di guerra che portano addirittura un'intera famiglia in latitanza. Emerge evidente la corruzione delle autorità e lo scontro fra sistemi processuali in antintesi. Con la difesa di Mario Berlinguer andranno tutti assolti.