La basilica di San Pietro in Ciel d'Oro (in coelo aureo) è una chiesa di Pavia con dignità di basilica minore.

Sorta, forse sopra una precedente chiesa del VI secolo, all'inizio del VIII secolo in piena epoca longobarda, è menzionata per la prima volta dallo storico Paolo Diacono (720-799).. La basilica fu ricostruita in stile romanico tra l'XI e il XII secolo. La basilica paleocristiana originale, chiamata San Pietro in Ciel d'Oro per via delle volte dorate, era sorta sul luogo ove era sepolto san Severino Boezio, filosofo e senatore romano fatto uccidere dal re ostrogoto Teodorico il Grande nel 525. Alcuni scavi archeologici, effettuati nel 2018/19 dietro l'abside della basilica, hanno portato alla luce murature riferibili all'abside del precedente edificio.

Insigne esempio di architettura romanica lombarda e generalmente considerato, insieme alla basilica di San Michele Maggiore, il più importante monumento religioso medievale della città di Pavia, la chiesa venne riconsacrata da papa Innocenzo II nel 1132 al termine dei lavori di ricostruzione.. Vanta grande prestigio e notorietà nel mondo cattolico perché ospita le spoglie di sant'Agostino d'Ippona (354-430) e di san Severino Boezio (475-525).

Viene citata da Dante nella Divina Commedia (Paradiso - Canto decimo, vv. 124-128"Per vedere ogni ben dentro vi gode/l'anima santa che 'l mondo fallace/fa manifesto a chi di lei ben ode:/lo corpo ond'ella fu cacciata giace/giuso in Cieldauro;...") in quanto sacra depositaria delle spoglie di Boezio,. e da Petrarca (Descriptio Urbis Ticinensis in Lettera del Petrarca a Giovanni Boccaccio, Seniles, Lib. V, Lett. 1a, e nel trattato De avaritia vitanda, Opera, ed. di Basilea 1554, vol. I, p. 607 e segg.).. Inoltre, appare in una delle ultime novelle del Decameron (Torello e il Saladino, Novella IX, Giornata X"....che facesse che quelle alle mani dell'abate di San Pietro in Cieldoro, il quale suo zio era, pervenissero".) del Boccaccio.

Caduta in uno stato di rovinoso abbandono dopo le spoliazioni sacrileghe napoleoniche, la basilica venne restaurata fra il 1875 e il 1899.

Storia

Il medioevo

La basilica fu fondata dal re longobardo Liutprando, su una precedente chiesa del VI secolo, per ospitare le spoglie di sant'Agostino che erano state custodite fino al 722 a Cagliari nella omonima cripta, ove erano giunte nel 504 dalla città di Ippona, attualmente in Algeria, al seguito di Fulgenzio di Ruspe, esiliato assieme ad altri vescovi del Nord Africa dal re vandalo Trasamondo. Il re Liutprando, infatti, temeva che i saraceni potessero trafugare una così importante reliquia nel corso delle loro frequenti scorrerie sulle coste del Mediterraneo.

Il monastero fu per un breve periodo affidato ai monaci colombanianiLombardiaBeniCulturali: Basilica di S. Pietro in Ciel d'Oro – complesso – Pavia (PV). Da giovane vi studiò e si formò come monaco Paolo Diacono, storico e poeta dei Longobardi. Nel 743 papa Zaccaria venne a Pavia per convincere il re Liutprando a desistere dalla conquista di Ravenna, allora assediata dai longobardi. Durante questa visita il papa si trattenne nella basilica, dove anche celebrò la messa della vigilia della festa di San Pietro. Nel monastero sorse nel IX secolo anche un importante scriptorium e una scuola, guidata dal monaco irlandese Dungal di Bobbio, presso la quale, come ordinato nel capitolare olonense, emanato dall'imperatore Lotario nel palazzo reale di Corteolona nell'825, dovevano recarsi a studiare gli studenti provenienti da Milano, Brescia, Bergamo, Lodi, Novara, Vercelli, Tortona, Asti, Acqui, Genova e Como. Da X secolo il monastero godette di numerosi privilegi, tra i quali quello di essere soggetto solo all'autorità del papa. Nel 987 Maiolo di Cluny soggiornò nel monastero e ne riformò i costumi monastici, mentre, non molti anni dopo, nel 1004, l'imperatore Enrico II trovò riparo nel recinto fortificato del monastero (l'area della basilica fu inserita all'interno delle mura di Pavia solo nel tardo XII secolo) dalla furia dei pavesi, che non volevano che il sovrano fosse incoronato.

Nel 1022 nella basilica si tenne un importante concilio (nel quale vennero prese decisioni sul celibato dei religiosi) presieduto da papa Benedetto VIII e al quale partecipò anche l'imperatore Enrico II. Durante il concilio fu fatta anche un'ostensione delle reliquie di Sant'Agostino, al termine della quale un braccio del santo, grazie a cospicua donazione al monastero, fu concessa a Egelnoto arcivescovo di Canterbury (ora conservato nell'abbazia di Gladstone), mentre altri piccoli frammenti delle ossa di Agostino finirono ad altri presuli presenti al concilio, come quelli di Montalcino, Piacenza, Ragusa, Valencia e Lisbona.

L'importanza del monastero è evidenziata dalle ingenti donazioni imperiali ricevute (tra IX e XII secolo) degli imperatori Ugo, Ottone I, Ottone II, Ottone III, Enrico II, Corrado II, Enrico III, Enrico V, Federico Barbarossa. In particolare, quest’ultimo, con il diploma del 11 febbraio 1159 confermava al monastero il possesso di beni e diritti su possessioni intorno a Pavia, vari porti sul Ticino, su Lardirago (dove possedeva anche un castello), Villanterio, Pavone, Casei Gerola e Voghera nel distretto di Pavia, Fombio, Brembio, Secugnago, Bertonico, San Martino in Strada e Salerano nel Lodigiano, e su terre e chiese in Val Trebbia, nel Monferrato, a Firenze, in Val Camonica, in Val d'Ossola, a Bellinzona e in varie località delle diocesi di Milano, Parma, Novara, Como, Vercelli, Torino, Asti, Alba e Ivrea.

A partire dal secolo XI, i monaci di San Pietro in Ciel d'Oro, che almeno dal 974 possedevano vigneti e torchi presso San Damiano al Colle, estesero la cultura della vite nell'Oltrepò Pavese, producendo vini che, grazie al Po e al Ticino, venivano poi trasportati a Pavia, dove la parte non assorbita dal consumo dei monaci era destinata al commercio.

La ricchezza e i privilegi del monastero, spesso furono all'origine di dissidi con i vescovi di Pavia, scontri che furono particolarmente accesi durante gli anni dei vescovi Guglielmo d'Este e Guido II (1102- 1106).

Tra il XII e il XIII secolo il monastero permutò alcuni beni lontani dal territorio pavese e meno controllabili in favore di altri più vicini alla città, creando così un corpo di possessioni più compatto che contava beni, mulini, aziende agricole e fondi a: Santa Sofia, Carbonara Ticino, Zeccone, Giussago, Miradolo Terme, Bereguardo, Sartirana, Casei Gerola, Alpepiana in val Trebbia, oltre mentre su Villanterio e Lardirago (dove il monastero era proprietario anche del castello) l'ente deteneva anche diritti signorili e di banno.

Tra il 1169 e il 1180, per volontà dell'abate Ulrico, vennero trasferiti nella basilica i resti di re Liutprando e del padre Ansprando, che prima erano collocati nel mausoleo dinastico di Sant'Adriano presso la chiesa di Santa Maria alle Pertiche.

Nel 1221 l'abate del monastero fu ucciso da alcuni monaci, a causa dell’omicidio il papa Onorio III decise di trasformare il monastero in canonica e di affidarla ai canonici regolari di Santa Croce di Mortara. Nel 1327 il papa Giovanni XXII affiancò a questi i padri eremitani di Sant'Agostino, o agostiniani, dato che nella basilica erano conservate le reliquie di sant’Agostino. Inizialmente i canonici regolari e gli agostiniani vissero nello stesso edificio, ma successivamente, per sanare i contrasti che questa situazione provocava, gli agostiniani eressero un loro convento dal lato opposto della basilica (1332), affacciato sul lato orientale della piazza omonima, mentre i lateranensi realizzarono un nuovo complesso claustrale. Figura di spicco tra gli agostiniani fu Iacopo Bussolari che nel 1356 capeggiò la rivolta che scacciò da Pavia i Beccaria e instaurò in città un governo popolare che seppe resistere per quasi tre anni alle operazioni militari scatenate dai Visconti contro Pavia.

Il periodo visconteo Nel 1365 Galeazzo II Visconti spostò la sua residenza da Milano a Pavia, nel vicino castello Visconteo, dove installò la sua corte, il Visconti, volendo richiamarsi al passato regio di Pavia decise di trasformare la basilica, che vantava credenziali sepolcrali del calibro del re longobardo Liutprando, del padre della Chiesa sant’Agostino e del filosofo Severino Boezio, in chiesa sepolcrale della dinastia. Nel 1361 Galeazzo II infatti concesse offerte alla chiesa e dall’anno successivo finanziò l’allestimento dell’arca marmorea di sant’Agostino scolpita da Giovanni di Balduccio. Da allora il privilegio della sepoltura all’interno della basilica regia longobarda divenne uno status symbol della corte di Galeazzo II: qui furono infatti tumulati i consiglieri di Galeazzo Giovanni Pepoli e Roberto de Fronzola, Lionello Plantageneto (figlio del re d'Inghilterra Edoardo III e marito di Violante Visconti) e vi furono inoltre celebrati i funerali del condottiero visconteo Luchino Dal Verme, morto nel 1367 a Costantinopoli.

Galeazzo II stesso, per sua volontà, fu sepolto in San Pietro in Ciel d'Oro. Inoltre i religiosi erano in stretti rapporti con la corte (il priore degli eremitani Bonifacio Bottigella fu confessore di Bianca di Savoia, mentre Dionigi da Cermenate, l’abate dei canonici regolari, fu cappellano e confessore di Gian Galeazzo). La basilica rimase la principale chiesa sepolcrale della corte viscontea a Pavia sino alla fondazione della Certosa: tra il 1384 e l’inizio del secolo XV vi furono infatti sepolti Francesco d’Este, la figlia primogenita di Gian Galeazzo e Caterina Visconti, Violante Visconti e il condottiero ducale Facino Cane. Lo stesso prima duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti, dopo il funerale, che si svolse a Milano nel 1402, fu tumulato nella basilica, dove i suoi resti mortali rimasero fino al 1474, quando, in ottemperanza delle sue volontà testamentarie, furono trasportati nella Certosa di Pavia. Sempre negli stessi anni, la basilica fu visitata da diplomatici e ambasciatori in visita alla corte di Galeazzo II, come Geoffrey Chaucer nel 1378.

Sempre in età viscontea sorse, presso il convento, un importante scriptorium, guidato dal frate Pietro da Pavia. Esso si caratterizzava per uno stile improntato a un marcato naturalismo, per l’intimismo dei motivi tratti dalla vita quotidiana e per il forte influsso del gusto tardogotico cortese di matrice francese.

Allo scriptorium furono commissionate opere da membri della corte viscontea, tra cui la Naturalis Historia di Plinio il Vecchio, richiesta nel 1389 dal cancelliere di Galeazzo II e di Gian Galeazzo Visconti (oggi conservata presso la Biblioteca Ambrosiana) Pasquino Capelli, nonché un libro di preghiere ordinato da Gian Galeazzo stesso nel 1390. Molti dei codici miniati prodotti nello scriptorium confluirono successivamente nella Biblioteca Visconteo-Sforzesca del castello di Pavia.

Lo scriptorium esercitò una notevole influenza sull’arte lombarda del periodo e, verosimilmente, al suo interno si formò anche Michelino da Besozzo.

Nel corso del Quattrocento, la chiesa fu sottoposta a una campagna di ristrutturazioni affidata ai fratelli Candia, ai quali si deve la realizzazione della copertura a volte della navata centrale.

Nel 1465 la carica di abate della canonica fu dato in commenda e nel 1509 i canonici regolari furono uniti all'ordine Lateranense. Nel 1522 Francesco II Sforza, duca di Milano, istituì una cappellania ducale presso l'altare di sant'Agostino.

Dopo la battaglia di Pavia Dopo la battaglia di Pavia del 1525, nella basilica furono sepolti diversi grandi aristocratici di entrambi gli schieramenti caduti durante lo scontro, come il capitano del lanzichenecchi Eitel Friedrich III, Conte di Hohenzollern, e Richard de la Pole, ultimo membro del Casato degli York e pretendente al trono d'Inghilterra.