Il dialetto spezzino (nome nativo dialèto spezin ) è la varietà ligure parlata nella zona urbana della Spezia. Presso alcune frazioni del territorio comunale, come Marola, Cadimare sono parlate varietà proprie: il marolino e il cadamoto, tuttavia le differenze tra le parlate sono minimamente percettibili (a tali varianti sono assimilabili anche i dialetti di Fezzano e delle Grazie; diverso discorso per il dialetto di Portovenere di matrice decisamente più genovese). Nella zona di Pitelli, Pagliari, San Bartolomeo e Muggiano, invece, si registra un dialetto di tipo arcolano (Arcola). Inoltre nei quartieri più orientali (Favaro, La Pieve, Limone, Melara) si nota un'influenza nella parlata da parte dei dialetti limitrofi. Nella zona del Termo e delle Pianazze invece si parla prevalentemente una variante di tipo arcolano.

I borghi di Biassa e Campiglia hanno un dialetto proprio con caratteristiche abbastanza diverse dallo spezzino urbano.

Pur distinguendosi sia dal genovese che dai dialetti della limitrofa Lunigiana, ha comunque importanti punti di contatto con entrambi. Particolare per la sua cantilena, e per una propria fonologia, che risente dell'influenza toscana ed emiliana. Numerose sono le varianti fonetiche, essenzialmente riconducibili alle zone geografiche distinte del territorio: il dialetto risente fortemente delle influenze genovesi sulla riviera e nella parte alta della Val di Vara, a Sarzana e alla Spezia digrada nel tipo lunigianese, e si caratterizza per tratti comuni condivisi soprattutto con l'emiliano,Fiorenzo Toso, Enciclopedia dell'Italiano, Dialetti Liguri, Treccani, 2010. mentre è intriso di toscanismi nella bassa Val di Magra.

Un recente studio dell'Accademia Lunigianese di Scienze Giovanni Capellini ha evidenziato la matrice quasi esclusivamente lunigianese del dialetto spezzino.

Sono numerose le parole di origine straniera: soprattutto dal francese, dallo spagnolo, dal portoghese.

Diffusione L'area del dialetto spezzino comprende gran parte dell'area urbana della città e del suo territorio comunale (ad esclusione della frazione di Pitelli, che ha un proprio dialetto fortemente influenzato dalla parlata di Arcola) e i comuni del settore interno del golfo della Spezia, dove presenta significative, ma non essenziali, varianti di tipo fonetico e lessicale (i dialetti da Marola fino a Portovenere sono infatti più influenzati dal genovese).

Considerando invece l'intero territorio della provincia della Spezia si nota come lo spezzino lasci spazio gradualmente a varianti specifiche da comune a comune e talvolta anche da frazione a frazione.

Nelle parti più esterne della provincia i dialetti non appartengono più alla tipologia dello spezzino, ma rientrano in quella genovese andando verso Ovest (ad esempio il "genovese" parlato a Deiva Marina, Varese Ligure, Maissana e Carro).

Andando verso Est le varianti dialettali si collocano ai margini della dialettologia ligure, assumendo caratteri sintattici e ortofonetici che li avvicinano ai dialetti emiliani (in particolare nei borghi che si affacciano sul fiume Magra); tra queste parlate, che vanno a raccordarsi con quelle dell'area apuano-lunigianese, si possono citare quelle della zona di Luni, SarzanaGiorgio Masetti, Antologia etimologica del dialetto Sarzanese, Agorà, 2000, Santo Stefano Magra e BolanoVedi P. Maffei Bellucci, Profilo dei dialetti italiani - Lunigiana, Pisa, Pacini, 1977; per Follo R. Bruni, Vocabolario del dialetto di Bastremoli, La Spezia 1996. che, seppure diverse tra loro, presentano sia influenze lessicali liguri e emiliane, sia un forte sostrato fonetico e grammaticale di tipo apuano e lunigianese; conformemente alla sua posizione di "cerniera" tra la Val di Magra e il Golfo.

Il dialetto di Castelnuovo Magra costituisce l'unica isola linguistica di fondo ligure ad est del fiume Magra. Dal punto di vista lessicale, esso presenta sia influssi tipici della Bassa Val di Magra, sia termini riscontrabili direttamente nel genovese. Tuttavia, considerando numerose ragioni di carattere fonetico, il castelnovese si può classificare come dialetto di fondo ligure.

Il dialetto di Vezzano Ligure si pone in posizione intermedia tra il dialetto spezzino e quelli lunigianesi. Infatti l'area anticamente, assieme all'attuale provincia di Massa-Carrara costituiva il territorio degli apuani (fino a Bonassola), e per tanto la maggior parte della provincia di Spezia un tempo ha fatto parte della Lunigiana storica, cui in seguito si è allontanata, con l'annessione allo stato genovese.

Dialetto di transizione tra il genovese e il lunigianese è il lericino, da cui prende buona parte della terminologia e alcuni aspetti grammaticali (come accade per lo spezzino); la "cantilena" (cocina) lericina è molto accentuata.

Tutti questi dialetti di transizione con il lunigianese hanno caratteristiche comuni e possono essere raggruppati nei Dialetti della Bassa Val di Magra.

Va infine citata anche l'area che dalle Cinque Terre giunge a Levanto e Bonassola, nella quale le parlate locali presentano alcune affinità con quelle dell'area del Tigullio orientale (e quindi con quelle di tipo "genovesizzante" parlate a Lavagna e Chiavari) ma presentano elementi conservativi non solamente genovesi dal punto di vista lessicale e fonetico (p. es. levantese e bonassolese veciu, spezzino vecio, genovese vegio pronunciato vegiu). Caratteristiche simili a quest'area ha pure la Val di Vara in cui si osserva un sempre maggior stadio di "genovesizzazione" a mano a mano che si risale il fiume.

Per via della notevole immigrazione tra fine Ottocento e inizio Novecento e dell'insegnamento nel dopoguerra dell'italiano con metodi che di fatto mortificavano il dialetto, oggi lo spezzino è parlato pochissimo. Sopravvivono in modo diffuso solo alcune espressioni di uso quotidiano.

Scriveva Ubaldo Mazzini già nel 1889: "[...] in pochi anni la popolazione della Spezia si è più che triplicata per elementi nuovi venuti da ogni parte d'Italia, tal che si è fatta una confusione di linguaggio incredibile, e il dialetto antico va man mano modificandosi, finché un giorno si perderà del tutto."

Negli anni che seguirono il faticoso periodo della ricostruzione, quando Spezia poté dedicarsi nuovamente allo studio e alla divulgazione del proprio dialetto, affinché non andasse perduta una tradizione radicata e sentita, furono organizzati concorsi e premi letterari di poesia in vernacolo, denominati "Béla Speza" o "Vécia Speza" che, con la costante presenza di illustri cittadini, quali Augusto Ambrosi, Ferruccio Battolini, Franco Marmori, Bruno Ferdeghini, e molti altri, rivestirono un grande significato socio-culturale, grazie alla tenace ed infaticabile opera di Eugenio Giovando e del suo inseparabile collaboratore, il colto studioso Piergiorgio Cavallini. Tra i poeti dialettali che parteciparono a questi concorsi di poesia in vernacolo possiamo qui ricordare Tino Barsotti, Livio Sisti, Maria Trenta, Sergio Rezzaghi, Teofilo di Rosa, Alberto Vaccarezza e Amedeo Ricco, filologo attento ed ultimo grande classico della poesia dialettale spezzina, vincitore di uno tra i primi prestigiosi concorsi sul tema "Dàa Fòze".

Caratteristiche principali Il nesso italiano "bi" (BL in latino) corrisponde spesso, ma non sempre, in spezzino a "gi" come in gianco (bianco). A sua volta il nesso "bb" talvolta corrisponde a "gi" come in gàgia (gabbia).

Il nesso "pi" (PL in latino) diventa spesso "c" dolce, come in cian (piano), cén (pieno), ciü (più) o ciassa (piazza).

I nessi "ghi" (latino GL), "gli" (latino LI) e "chi" (latino CL) divengono rispettivamente "gi" e "ci": giasso (ghiaccio), famigia (famiglia), ciàve (chiave). Nel caso del suono "schi" si usa la forma "sc-c" presente in diversi dialetti del settentrione: sc-ciopàe (schioppare, scoppiare), mesc-ciae (mischiare), masc-cio (maschio).

In particolare queste caratteristiche sono comuni a molti dialetti liguri.

Il suono "uò", dal latino Ŏ, è spesso mutato in "è", come in nèvo (nuovo), èvo (uovo). Talvolta anche il suono "ò" preso singolarmente come èio (olio), nève (nove). Questo fenomeno è presente inoltre nei dialetti di Lerici, Tellaro, Montemarcello, San Benedetto e lungo tutta la costa occidentale fino a Portovenere compreso (nei borghi di Biassa e Campiglia invece si ha il suono Ø/êu tipico del genovese).

Assibilazione della "c" palatale intervocalica in S sonora (caSa): nose (noce), e la "z" sonora, come in "sìo" (zio), o zèo (zero).

NOTA: come in molti dialetti liguri la Z scritta si pronuncia come una S sonora, per cui è equivalente la scrittura dell'una piuttosto che dell'altra.

Assibilazione della "c" palatale (o dolce) in S sorda (S di "Sasso") nei nessi latini CE- o CI- o quando compresa nel nesso -NC-, per esempio: sénto (cento), singhiale (cinghiale), comensae (cominciare), lansae (lanciare).

Assibilazione della "g" palatale, doppia o singola, che viene spesso tramutata in S sonora (S di "caSa"): parchezo (parcheggio), ormezo (ormeggio), siéza (ciliegia), cusìna (cugina), zìo (giro), zenzìva (gengiva).

La "r" cade quando compresa tra due vocali come in amoe (amore) o in Caràa (Carrara).

Simile il discorso per la "l" che spesso cade tra vocali come in aa (ala).

Diffuso inoltre il fenomeno della metatesi come in drento (dentro) o in presempio (per esempio), straportae (trasportae), stranüdo (starnuto).

Si evidenzia inoltre il fatto che molte parole terminanti in -"ale" tramutano anche la "e" finale in "o": mao (male), canào (canale), spedào (ospedale) (ciò è dovuto probabilmente al fatto che nei dialetti limitrofi di matrice lunigianese, come ad esempio accade nel sarzanese, questi termini terminano in -o/u, canalo-u, malo-u etc..).

Il solito fenomeno accade anche per i termini in che finiscono in "-ere" (come molti mestieri) che oltre che elidere la "r" intervocalica sostituiscono la "e" finale con la "o": barbéo (barbiere), carobinéo (carabiniere), canbeéo (cameriere), mestéo (mestiere).

Altro fenomeno, comune a molti dialetti settentrionali, è il troncamento delle parole terminanti in "-ne", "-no": can (cane), man (mano), vesìn (vicino), gatìn (gattino), ma non in àno (anno).

La doppia "m" dell'italiano corrisponde in spezzino a "nm", come in enmaginae (immaginare) o, più raramente, a "rm" come in armiralio (ammiraglio).

I nessi "mb" e "mp" corrispondono a "nb" e "np", come in canpana (campana).

Frequente sostituzione della "i" con la "e" ": repète (ripetere), fenìe (finire), desmentegàsse (dimenticarsi), mòrvedo (morbido).

I nessi formati da 'vocale + L' sono frequentemente tramutati in 'vocale + R' come in arba (alba), merma (melma).

Il nesso 'AL + D, T, S (sorda), Z' invece diventa 'AÖ' (la pronuncia della Ö molto chiusa, come una U) come in caödo (caldo), aöto (alto), caössa (calza), faösso (falso).

Vi è spesso la sonorizzazione delle consonanti sorde intervocaliche "c" (suono K), "p", e "t": amigo (amico), figo (fico), savoe (sapore), tévedo (tiepido), mangiada (mangiata), montada (salita), sortida (uscita), tocadìna (toccatina).

I termini indicati unità di misura e tempo sono tronchi: giornà (giornata), caretà (unità contenuta in un carro, lett. carrettata).

Quest'ultimo fenomeno accade anche per i nomi indicanti colpi inferti con oggetti come in cotelà (coltellata), bastonà (bastonata), e per molte parole derivanti dai participi (come spesso accade agli aggettivi): condanà (condannato), passà (passato), edücà (educato), fenì (finito).

Assenza del suono [ʃ] "sci", "sce" sostituito invece da "s" sorda: semo (scemo), pésso (pesce) (tranne in pochissimi termini come scena, mosciame).

La "i" adiacente ad un'altra vocale, quando non è tonica, viene spesso elisa: masèa (maceria), penséo (pensiero), enséme (insieme).

Confronto con l'italiano, il francese e il ligure genovese