La collettivizzazione in Unione Sovietica () del settore agricolo fu imposta dal governo sovietico tra il 1928 e il 1940 (a ovest, tra il 1948 e il 1952) durante il regime di Iosif Stalin. Avviata nel contesto del primo piano quinquennale, tale politica aveva lo scopo di consolidare gli appezzamenti di terra individuali e il lavoro nelle fattorie collettive, divise principalmente in kolchozy e sovchozy. La leadership sovietica sperava che la sostituzione delle fattorie di singoli contadini con quelle collettive avrebbe potuto aumentare la fornitura di cibo per la popolazione urbana e la disponibilità di materie prime per le industrie e prodotti agricoli destinati all'esportazione. I pianificatori videro nella collettivizzazione la soluzione alla crisi della distribuzione agricola (soprattutto nelle consegne di grano) che si è sviluppata dal 1927. Questo problema divenne più acuto quando l'URSS intensificò il suo ambizioso programma di industrializzazione, comportando una maggior richiesta di produzione alimentare per tenersi al passo della domanda urbana..

Nei primi anni trenta, oltre il 91% del territorio agricolo era stato collettivizzato in seguito all'inclusione nelle fattorie collettive di famiglie contadine con i loro terreni, bestiame, e altre risorse. La collettivizzazione portò a molte carestie, alcune provocate dall'arretratezza tecnologica di allora dell'URSS, ma i critici hanno accusato il governo di azioni deliberate. Il numero di morti stimato dagli esperti è compreso tra i 7 e i 14 milioni.

Contesto

Dopo la riforma emancipativa del 1861, i contadini ottennero il controllo di circa la metà della terra che avevano precedentemente coltivato, e iniziarono a chiedere la redistribuzione di tutte le terre. Le riforme di Stolypin tra il 1905 e il 1914 diedero degli incentivi per la creazioni di grandi fattorie, ma questi terminarono con la prima guerra mondiale. Il Governo provvisorio russo fece poco sulla questione agricola, sebbene i leader russi avessero continuato a promettere la redistribuzione. I contadini iniziarono a rivoltarsi contro il Governo provvisorio e si organizzarono in comitati terrieri che, assieme alle tradizionali obščina, divennero una potente forza d'opposizione. Quando Lenin tornò in Russia il 16 aprile del 1917, promise al popolo "Pace, terra e pane", dove gli ultimi due apparvero come una promessa ai contadini rispettivamente per la redistribuzione delle terre confiscate e un'equa distribuzione di cibo per tutti i lavoratori. Con il decreto sulla terra l'8 novembre 1917 Lenin effettivamente distribuì la terra ai contadini, e con il metodo distributivo del razionamento mantenne la promessa dell'equa distribuzione. Tuttavia Lenin si accorse presto dell'errore commesso: avendo distribuito la terra in proprietà privata anziché collettivizzarla, fece dei contadini dei suoi nemici nel momento in cui il razionamento necessitava della requisizione del prodotto a essi, soprattutto nel momento in cui avendoli dotati (11 giugno 1918) di libertà di associazione (soviet propri, quindi a difesa dei propri interessi particolari) aprì di conseguenza la necessità di applicare metodi liberticidi allo scopo di reprimere tali interessi particolari esistenti. Durante il periodo cosiddetto "del comunismo di guerra", la politica della Prodrazvyorstka costrinse i contadini a cedere i surplus di prodotti agricoli senza contropartita essendo abolito il denaro (che comunque aveva oramai perduto ogni valore e già non era quasi più utilizzato), e le entrate tributarie vennero sostituite in agricoltura dalle requisizioni eseguite dalle famigerate squadre annonarie e nell'industria e terziario dal servizio di corvée; la libertà di commercio (praticabile col mezzo del baratto) viene inizialmente permessa per poi essere bandita in novembre, mentre quella di impresa (sottoposta alle requisizioni del prodotto) rimane garantita ma è esplicitamente proibito l'utilizzo di manodopera dipendente (limitandola perciò all'artigianato e alla conduzione familiare, tuttavia la violazione di tale regola verrà spesso pragmaticamente "tollerata" in virtù di presunte esigenze produttive nazionali, ma i datori di lavoro saranno marchiati indelebilmente con l'epiteto di parassiti sociali). Difatti subito avviene la prima rivolta contro questo sistema, a Balakovo dove i "kombedy" (ex contadini poveri divenuti proprietari con il "decreto sulla terra") linciano gli esattori bolscevichi; questo tipo di rivolte nel corso dei successivi due anni si susseguiranno una dietro l'altra (in un paese rurale nel quale l'agricoltura era il fondamento) e relativa necessità di reprimerle, coinvolgendo complessivamente alla fine praticamente l'intero territorio russo seppur con cadenze temporali diverse. Quando finì la guerra civile russa, l'economia cambiò con la Nuova politica economica (NEP) e in particolare, la politica della prodnalog o "tassa alimentare" resa possibile dalla reintroduzione del denaro. Questa nuova politica fu creata per ricostruire il morale tra i contadini e aumentare quindi la produzione, ma significò un ritorno a un tipo di economia parzialmente capitalista, tanto che Stalin successivamente optò per la collettivizzazione pur senza annullare le riforme leniniste della NEP.

Durante la NEP, le comuni pre-esistenti, che periodicamente redistribuivano la terra, fecero poco per incoraggiare i miglioramenti tecnici, e formarono una fonte di potere al di là del governo sovietico. Sebbene la differenza di reddito tra i contadini ricchi e poveri crebbe con la NEP, rimase sempre piccolo, ma i bolscevichi iniziarono a perseguitare i ricchi kulaki, che trattenevano per speculazione i surplus della produzione agricola. L'identificazione chiara di questo gruppo era difficile, dato che solamente l'1% circa dei contadini subordinava dei lavoratori, e l'82% della popolazione nazionale era formata da contadini.

Le piccole percentuali di molti dei contadini risultarono in carenza di cibo nelle città. Nonostante la produzione di grano fosse ritornata ai livelli pre-bellici, le grandi proprietà che produssero per i mercati urbani furono divise. Non interessati nell'acquisto di denaro per comprare beni industriali a prezzi alti, i contadini decisero di consumare i propri prodotti invece di venderli. Di conseguenza, gli abitanti delle città trovarono la metà della quantità di grano disponibile prima della guerra. Prima della rivoluzione, i contadini controllavano solamente 2 100 000 km² di territorio divisi in 16 milioni di proprietà che producevano il 50% del cibo coltivato in Russia, consumando il 60% della produzione totale di cibo. Dopo la rivoluzione, i contadini controllavano 3 140 000 km² divisi in 25 milioni di proprietà, producendo l'85% del cibo ma consumando l'80% di ciò che coltivavano (quindi il 68% del totale nazionale)..

Il Partito Comunista dell'Unione Sovietica non apprezzava l'agricoltura privata e vedeva la collettivizzazione come il miglior rimedio al problema. Lenin affermò che "la produzione in piccola scala ha fatto nascere il capitalismo e la borghesia costantemente, ogni giorno, ogni ora, con una forza elementare, e in vaste proporzioni.". A parte gli obiettivi ideologici, Stalin desiderava anche avviare un piano di industrializzazione rapida e pesante che richiedeva dei surplus più grandi da trarre dal settore agricolo, per nutrire una crescente forza lavoro e per pagare le importazioni di macchinari (esportando il grano).. Gli obiettivi sociali e ideologici potevano essere raggiunti anche tramite la mobilitazione dei contadini in un'impresa economica cooperativa che avrebbe fornito servizi sociali alle persone e rafforzato lo stato.

Crisi del 1928 Questa maggiore domanda di grano portò alla reintroduzione della requisizione alla quale le aree rurali avevano resistito. Nel 1928 vi era un deficit di grano di 2 milioni di tonnellate acquistate dall'URSS dai mercati vicini. Stalin affermò che il grano era stato prodotto ma anche accumulato dai kulaki, quando in realtà i contadini trattenevano il grano per i prezzi inferiori a quelli di mercato. Invece di alzare i prezzi, il Politburo adottò una misura d'emergenza confiscando 2,5 milioni di tonnellate di grano.

Le requisizioni scoraggiarono i contadini e nel 1928 fu prodotto meno grano, il governo quindi riprese le confische e la maggior parte del grano preso dai contadini medi a quantità sufficienti non era nelle mani dei kulaki. Nel 1929, specialmente dopo l'introduzione del metodo ural-siberiano per l'approvvigionamento del grano, si diffuse ancora di più la resistenza alle confische portando ad alcuni episodi di violenza. Aumentarono inoltre un accumulo massivo (la sepoltura era il metodo più comune) e trasferimenti illegali di grano.

Di fronte al rifiuto di cedere il grano, nel novembre del 1929 il Comitato Centrale del PCUS in sessione plenaria decise di avviare un programma di collettivizzazione a livello nazionale.

Il Commissariato del popolo per l'agricoltura (Narkomzem) propose diverse forme di agricoltura collettiva, distinte secondo la misura in cui la proprietà era tenuta in comune:

Associazione per la coltivazione congiunta della terra (), dove solamente la terra era in uso comune; Artel' agricoli (inizialmente liberi, in seguito formalizzati per diventare una base organizzativa dei kolchozy, attraverso Lo statuto standard di un artel' agricolo adottato dal Sovnarkom nel marzo del 1930); Comune agricola, con il più alto livello di uso comune delle risorse.

Furono inoltre create varie cooperative per l'elaborazione dei prodotti agricoli.

Nel novembre del 1929, il Comitato Centrale decise di accelerare la collettivizzazione con i kolchoz e i sovchoz. Questo segnò la fine della NEP, che aveva permesso ai contadini di vendere le loro eccedenze su un mercato libero. Stalin trasferì molti kulaki nelle fattorie collettive in luoghi distanti per lavorare nei campi di lavoro agricolo. Molti contadini iniziarono a resistere, spesso armandosi contro gli attivisti inviati dalle città. Come forma di protesta, molti preferirono macellare i loro animali per nutrirsi piuttosto che darli alle fattorie collettive, che subirono una riduzione del bestiame.

La collettivizzazione è stata incoraggiata sin dalla rivoluzione, ma nel 1928, soltanto l'1% circa delle fattorie e delle terre era stato collettivizzato, e nonostante gli sforzi per incoraggiare e forzare la collettivizzazione, l'ottimista primo piano quinquennale prevedeva solo il 15% delle fattorie da gestire collettivamente.

Inverno 1929–1930

La situazione cambiò rapidamente nell'autunno del 1929 e nell'inverno del 1930. Tra settembre e dicembre del 1929, la collettivizzazione aumentò dal 7,4% al 15%, ma nei primi due mesi del 1930, 11 milioni di famiglie si unirono alle fattorie collettive, portando la percentuale a un totale di quasi il 60%.

Per assistere la collettivizzazione, il PCUS decise di inviare 25.000 operai industriali "socialmente consapevoli" nelle campagne tra il 1929 e il 1933. Questi lavoratori divennero noti come i Dvadcatipjatitysjačniki (). Le brigate di udarniki furono usate per costringere i contadini recalcitranti a unirsi alle fattorie collettive e per rimuovere coloro che erano stati dichiarati kulaki o loro "agenti".

La collettivizzazione cercò di modernizzare l'agricoltura sovietica, consolidando il territorio in appezzamenti che potevano essere coltivati con attrezzature moderne utilizzando gli ultimi metodi scientifici.. I trattori americani Fordson (chiamati in russo "Фордзон", Fordzon) divennero uno strumento di propaganda a favore della collettivizzazione. Il PCUS, che adottò il piano nel 1929, previde un aumento del 330% per quanto riguarda la produzione industriale, e un aumento del 50% per quella agricola.

I mezzi di produzione (terra, attrezzature, bestiame) dovevano essere "socializzati" o rimossi dal controllo di singole famiglie contadine.