Biografia Famiglia ed istruzione Don Nicola Palomba (battezzato lo stesso giorno della sua nascita Niccolò Francesco Saverio Vito Pasquale Palomba in onore del nonno paterno Don Nicola Francesco), a volte scritto erroneamente Palombo o Palumbo, nacque il 23 ottobre 1746 ad Avigliano presso il palazzo di famiglia, da un'antica e ricca famiglia gentilizia di latifondisti agrari, stanziatasi in loco quantomeno dalla prima metà del XVI secolo. La famiglia paterna vantava antiche origini spagnole, con l’arrivo nella Napoli del Regno di Sicilia intorno al 1200 con il cavaliere Consalvo, dal quale avrebbero avuto origine i vari rami - originariamente denominati “della Palomba” - fra i quali anche il ramo dei marchesi di Cesa e Baroni di Pascarola e Torre Carbonaia. La famiglia materna, antica famiglia di proprietari terrieri di Forenza, era connotata da una tradizione notarile. Il battesimo dell'appena nato Nicola fu celebrato nella cappella di famiglia, consacrata a San Francesco da Paola, dal sacerdote Don Giambattista Sarnelli, con la madrina designata dalla famiglia, Donna Francesca Vitamore. La famiglia paterna, oltre ad essere imparentata strettamente con le altre famiglie gentilizie di Avigliano, quali i Gagliardi, i Corbo ed i Salinas, possedeva un vasto latifondo non limitato alla sola Avigliano, ma esteso anche in Puglia, nei pressi di Ascoli, dove si configurava come un prospero feudo agricolo cinto di torri. Il padre, il Magnifico Don Giovanni Battista Francesco Gerardo Palomba (Avigliano, 1719) aveva sposato Donna Maria Orsola Pacifico di Forenza, dal cui matrimonio nacquero Raffaele (1740), Maria Gerarda (1742), Caterina Dorotea (1743), Nicola (1746-1799),Vincenzo (1749), Gennaro (1751-1828), Giustiniano (1751-1799), Pasquale e Domenica Vincenza. Due zii paterni, particolarmente influenti nella futura doppia formazione giuridica di Nicola furono i fratelli minori del padre Don Alessandro Francesco Gerardo (1723), sacerdote e l'avvocato Don Francesco Gerardo Vincenzo Pietro Emanuele (1725).
Dopo un’originaria educazione presso il palazzo paterno condotta da un precettore, Nicola e Gennaro furono indirizzati dalla famiglia verso la carriera ecclesiastica venendo educati nel seminario di Potenza dal quale uscirono sacerdoti, approfondendo lo studio delle lingue greca e latina. Nicola, in particolare modo, indossò gli abiti dell'ordine benedettino, assumendo il titolo di abate. Sull'onda del fervente spirito culturale famigliare proseguì i suoi studi presso l'Università dei Regi Studi di Napoli laureandosi in diritto civile e canonico e, per via della sua doppia cultura, veniva spesso consultato in difficili questioni forensi. Attraverso lo studio della lingua francese ebbe poi modo di approfondire direttamente i testi degli illuministi e dei giacobini rivoluzionari, attraverso i quali orientò la propria forma mentis agli ideali repubblicani.
Massone e giacobino A Napoli si dedicò ad attività didattiche e fu affiliato alla loggia massonica La Perfetta Unione in seno al Rito Egizio Tradizionale del principe Raimondo di Sangro, ricoprendo ruoli importantifu Maestro massone e Gran conservatore del Rito Egizio nel 1799. nella loggia napoletana del principe di San Severo e avendo come fratelli massoni, tra gli altri, Cagliostro e il Gran Maestro Vincenzo di Sangro. Nel 1782 dovette poi ritornare presso la natia Avigliano in seguito ad un'accusa per omicidio, che sostenne dinanzi alla Regia Udienza di Basilicata insieme al fratello Gennaro. L'accusa si rivelò priva di fondamento e poté così ritornare a Napoli. Oltre all’esperienza massonica partenopea ebbe modo di entrare anche a far parte della loggia romana denominata “Reunion des Amis Sincers”, in seguito ad un soggiorno a Roma avvenuto nel 1787 - loggia quest’ultima facente direttamente capo al Grande Oriente di Francia. Attraverso questa loggia ebbe modo di stringere sodalizi con esponenti del mondo aristocratico e del panorama artistico romano. Secondo i verbali del processo Cagliostro,La Massoneria nelle Due Sicilie volume III pag. 30. Palomba ebbe nel 1788 delle divergenze con l'abate Chefneux, anch'egli membro della Perfetta Unione, e per questo si allontanò dalla loggia per poi riavvicinarvisi nel gennaio 1789 (ufficialmente il 9 Gennaio 1789 secondo quanto riportato in una lettera del Principe di Sansevero). Nel 1793 partecipò alle attività della Società Patriottica Napoletana di Carlo Lauberg di ispirazione giacobina, dove fece parte della fazione Romo (Repubblica o Morte). Finì per essere coinvolto nelle accuse della congiura giacobina del 1794 e per questo dovette lasciare di nuovo Napoli. Fu il promotore dell'esportazione della massoneria in Basilicata, fondando una loggia massonica ad Avigliano, alla quale aderirono gli altri membri dell'élite locale (dagli elenchi pervenuti si attestano Carlo Corbo, Francesco Saverio Corbo, Giulio Corbo, Nicola Maria Corbo, il sacerdote e letterato Girolamo Gagliardi Senior, Girolamo Gagliardi Junior suo nipote, Vincenzo Masi, i fratelli Palomba stessi comprensivi di Giustiniano Palomba e Gennaro, Deodato Siniscalchi, Girolamo e Michelangelo Vaccaro ed Andrea Verrastro). Durante l'occupazione francese del 1799, fu investito del 90º ed ultimo grado del Rito Egizio assumendo il ruolo di Gran Jerofante dell'Ordine ed iniziò agli alti gradi del Rito (gli arcana arcanorum) l'ufficiale francese Gad Bedarride padre di Marc Bédarride, fondatore del Rito Egizio di Misraim nel 1813.
Incarichi nella Repubblica Napoletana
Dopo il fallimento della congiura del 1794, si ritirò nuovamente ad Avigliano, mantenendo frequenti contatti con i compagni della capitale ed assumendo il ruolo di parroco. Nel 1798 riuscì a sottrarre all'arresto il compaesano Michelangelo Vaccaro, aiutandolo a rifugiarsi in Francia. Avuta notizia della fuga del Re Ferdinando nel 1799, raggiunse Napoli con i fratelli Gennaro e Giustiniano per prendere parte ai combattimenti che porteranno alla deposizione del Re e alla nascita della Repubblica Napoletana. Il 22 gennaio morì eroicamente il nipote Don Francesco Paolo Palomba nell'assalto a Castel Sant'Elmo. Il giorno seguente Nicola Palomba, assieme al generale François Étienne Kellermann, guidò i soldati francesi e i repubblicani all'occupazione di Castelnuovo.
Il 9 febbraio, in occasione dell'innalzamento dell'albero della libertà, in quanto promotore della festa, gli venne affidato il compito di pronunciare il discorso ufficiale in cui invitava i cittadini "a venire a dividere meco la gloria di difendere la nostra nascente Repubblica".. Nominato Elettore, ovvero rappresentante dell'assemblea elettorale del suo dipartimento, fu membro della commissione centrale per l'organizzazione della guardia nazionale, incaricata della scelta e la nomina degli ufficiali insieme ad altri 23 elettori tra cui Gennaro Serra di Cassano e Giuseppe Laghezza. Molto critico verso la politica applicata dal governo, da lui giudicata troppo moderata, fu il principale accusatore del presidente del Comitato delle Finanze Prosdocimo Rotondo, membro del governo provvisorio a cui veniva addebitato di essersi appropriato di ingenti somme di denaro percepite con la riscossione delle tasse. Produsse contro Rotondo ben 22 capi d'accusa. L’accusa non ebbe seguito perché Palomba non aveva prove ma si limitava a dare risalto a dicerie probabilmente senza fondamento...
Il 26 febbraio 1799 venne nominato dal governo provvisorio Commissario generale del dipartimento del Bradano, venendo affiancato dal generale Felice Mastrangelo. Questa alta carica amministrativa, con stipendio annuo di 600 ducati, era ambita perché consentiva di essere eleggibili al senato della repubblica. Probabilmente la scelta di Palomba come governatore di questa provincia fu presa per allontanarlo da Napoli a seguito dell'arresto di Championnet il 24 febbraio e della sostituzione di Carlo Lauberg con il moderato Ignazio Ciaia il 25 febbraio. Il dipartimento assegnatogli comprendeva i Cantoni di Matera, Altamura, Molfetta, Bisceglie, Trani, Barletta, Montepeloso (odierna Irsina), Potenza, Marsico Nuovo, Montemurro, Stigliano e Pisticci. Fu nominato anche colonnello e comandante di una sezione di guardie civicheVite degl'Italiani benemeriti della libertà e della patria, pag. 374.
Alcune città del suo dipartimento, tra cui la stessa Matera che fungeva da capoluogo del Bradano, dettero segni di rivolta e Palomba chiamò in soccorso il generale francese Jean-Baptiste Broussier, il quale però non si mosse perché, come sostenuto da Vincenzo Cuoco, probabilmente attendeva la sollevazione della città così da poterla far saccheggiare dai suoi. Dopo le ripetute insistenze di Palomba, il generale francese si incamminò alla volta Matera ma durante la marcia ricevette l'ordine di tornare a Napoli. Matera, ora libera dal timore dell'esercito francese e visto l'approssimarsi dell'esercito della Santa Fede comandato dal Cardinale Fabrizio Ruffo, passò definitivamente dalla parte dei realisti.
Assedio di Altamura
Il commissario Palomba e il generale Mastrangelo raggiunsero l'11 marzo con due squadroni di cavalleria Altamura che, essendo Matera diventata una città realista, divenne di fatto la sede del governo dipartimentale.. In quella città Palomba si mise subito in netta opposizione con gli indirizzi assunti dalla Municipalità sostenendo una linea intransigente, per niente incline al dialogo con la fazione realista. Fu una stagione caratterizzata da processi e minacce di pubbliche esecuzioni, che ebbero come effetto immediato quello di generare una profonda lacerazione e un crescente clima di diffidenza reciproca tra i membri della Municipalità e il commissario dipartimentale. Momenti di forte tensione avvennero in occasione degli arresti e dei processi istituiti ai danni di tre frati domenicani, tutti accusati di cospirazione poiché avevano espresso apprezzamento per il rovesciato governo borbonico e avevano mantenuto contatti con i realisti. Palomba fece inoltre convertire il locale convento di San Francesco in un carcere e instaurò una gestione della giustizia particolarmente dura anche per accuse di poco conto.
Palomba assunse il titolo di Generale e comandò con Mastrangelo la difesa della città durante l'assedio delle truppe del Cardinale. Lo scontro con l'Esercito della Santa Fede era infatti oramai imminente e gli altamurani non persero tempo e organizzarono un campo militare sul punto più elevato di Altamura, fondendo le campane delle chiese al fine di ottenere nuovi cannoni. La mattina del 7 maggio il Cardinale Ruffo inviò da Matera verso Altamura l'ufficiale Raffaele Vecchioni, al fine di discutere la resa. Entrò in città bendato, ma non fece più ritorno. La sera dell'8 maggio, il Cardinale ordinò al comandante Giambattista De Cesari di partire quella notte stessa con il resto della truppa di linea e con una porzione delle truppe irregolari per restringere il blocco di Altamura. Tutto il resto delle truppe irregolari e moltissime persone accorse dai paesi vicini, vedendo partire De Cesari e sperando di poter approfittare del saccheggio della città, si unirono a loro.
Palomba e Mastrangelo, con i loro 1200 uomini mal equipaggiati e con pochi cannoni, dovettero contrastare l'assedio dei circa 20.000 sanfedisti che avevano circondato la città. La mattina del 9 maggio sopraggiunse anche Ruffo e non molto tempo dopo i difensori cominciarono a sparare vari colpi di cannone dando inizio alla battaglia.