Leaving Neverland è un documentario per la televisione del 2019 diretto e prodotto dal regista britannico Dan Reed e incentrato sulla vita di due uomini, Wade Robson e James Safechuck, che raccontano di essere stati abusati sessualmente dal cantante Michael Jackson quando erano dei bambini. Il filmato esamina inoltre le ripercussioni che i presunti abusi avrebbero avuto sulle loro vite da adulti e sulle loro famiglie.

Il titolo, letteralmente "Lasciando Neverland", è un gioco di parole tra "Neverland Ranch" (la residenza californiana di Jackson, uno dei luoghi dove gli abusi avrebbero avuto luogo), il titolo del film del 2004 Neverland - Un sogno per la vita (in inglese Finding Neverland ovvero "Trovando Neverland") e una frase pronunciata dal giornalista britannico Martin Bashir alla fine del suo documentario Living with Michael Jackson del 2003.

Il documentario è stato presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2019 venendo poi trasmesso in televisione in due parti dalle emittenti coproduttrici HBO e Channel Four. Ha suscitato scalpore in tutto il mondo, ripercuotendosi contro la memoria di Jackson e avviando una generale revisione mediatica sulla sua eredità artistica e umana.

Nel settembre 2019 Leaving Neverland ha vinto il Premio Emmy nella categoria "Outstanding Documentary or Nonfiction Special". Il documentario era nominato anche nelle categorie "Outstanding Directing for a Documentary/Nonfiction Program", "Outstanding Picture Editing for a Nonfiction Program", "Outstanding Sound Editing for a Nonfiction Program (Single or Multi-Camera)", e "Outstanding Sound Mixing for a Nonfiction Program".

Antefatti

Nel 1993 Michael Jackson fu accusato di aver molestato sessualmente il tredicenne Jordan Chandler. Il cantante negò qualsiasi accusa e risolse la causa in via extragiudiziaria pagando una cifra stimata tra i 15 e i 20 milioni di dollari più le spese legali alla famiglia del ragazzo. L'accordo extragiudiziale includeva anche una clausola di non divulgazione. Di conseguenza, non ebbe luogo alcuna incriminazione. Nel 2003 seguirono le accuse da parte di un altro ragazzino tredicenne, Garvin Arvizo, e questa volta Jackson fu prima arrestato e poi costretto ad affrontare un processo nel 2005. Jackson ne uscì con un verdetto di completa assoluzione, anche grazie alle testimonianze in suo favore di Wade Robson e Macaulay Culkin.

Nel 2013, però, Wade Robson ritrattò la precedente versione (rilasciata sotto giuramento) e dichiarò di avere represso in passato i ricordi relativi agli abusi subìti dal cantante, presentando una causa civile verso gli eredi di Jackson, con la quale chiedeva un risarcimento di 1,2 miliardi di dollari per danni. Nel 2014, adducendo le stesse ragioni, anche James Safechuck presentò una richiesta di risarcimento miliardaria per danni. Tali accuse vennero però rigettate dai giudici perché, secondo loro, i due uomini avrebbero dovuto presentare la richiesta subito dopo la morte di Michael Jackson, nel 2009, e li obbligarono a farsi carico delle spese processuali, comprese quelle degli eredi di Jackson. Tutti e due ricorsero poi in appello contro la sentenza di primo grado.

Nel 2018 Robson e Safechuck sono stati contattati dal regista britannico Dan Reed per realizzare un documentario sulla loro versione dei fatti. Il documentario è stato prodotto dalla HBO e da Channel Four.

Trama

Nel documentario, Wade Robson, James Safechuck e le rispettive famiglie, descrivono i loro rapporti con Jackson. Wade e James accusano il cantante di aver abusato sessualmente di loro quando erano bambini nella sua residenza, il Neverland Ranch, California, nell'appartamento della popstar a Century City, California, e altri posti. Entrambi danno dettagli accurati e scioccanti degli abusi che avrebbero subito per anni dal Re del Pop, ed ambedue sono stati difensori di Jackson quando nel 1993 Jackson fu accusato di molestie sessuali verso un altro ragazzino.

Wade Robson iniziò ad accusare pubblicamente Jackson di averlo molestato nel 2013: intentò una causa per danni con una richiesta di 1,2 miliardi di dollari all'ente gestore dell'eredità di Jackson. L'anno seguente, anche James Safechuck citò l'ente chiedendo un risarcimento danni milionario. Ambedue le richieste furono rigettate prima del processo, essendo passato il termine temporale per evitare la prescrizione.

Il racconto prende le mosse posando uno sguardo prolungato all'evoluzione dei rapporti tra le famiglie dei due bambini e la star planetaria Jackson, alla possibile complicità dei genitori nel generare una situazione che rese possibili i supposti abusi. Nel documentario si sottolinea la fama e il potere pervasivo di Jackson, una celebrità enorme, capace di influire sul corso delle vite e dei destini di due famiglie.

Il film esamina la psicologia dei bambini vittime di abusi sessuali, e l'incapacità di queste di rivelare le loro sofferenze. Né Robson né Safechuck sarebbero riusciti ad ammettere a sé stessi di aver condiviso una relazione sessuale con Jackson fino a quando non sono diventati padri, e il fardello di portare dei segreti indicibili perfino ai propri familiari, per la vergogna che ne sarebbe derivata. Da allora, i due uomini avrebbero sentito prepotentemente il desiderio di rivelare al mondo quel che per troppo tempo avevano taciuto.

L'americano Safechuck incontrò per la prima volta Michael Jackson a 10 anni sul set di una pubblicità della Pepsi nel 1987, e seguì Jackson durante un tour, ballando anche con lui in alcune tappe. Jackson diventò intimo della famiglia del ragazzo, visitando la casa del ragazzo e frequentandone i due genitori, dei quali conquistò la fiducia. Secondo Safechuck, fu durante il tour, in un hotel a Parigi, che Jackson lo iniziò alle pratiche sessuali. Da allora le molestie sarebbero diventate costanti, culminate poi nel "finto matrimonio" in camera da letto: qui Jackson avrebbe donato un anello di diamanti al ragazzo, promettendogli di restare per sempre insieme. Safechuck racconta anche che, conoscendo la sua infantile passione per i gioielli, Jackson se ne servì per barattare atti sessuali in cambio di costosi oggetti dorati, comprati assieme in gioiellerie e negozi di lusso, dove il ragazzino andava con Jackson simulando che erano un regalo per una donna.

Wade Robson, nato a Brisbane in Australia, incontrò Jackson all'età di 5 anni dopo aver vinto un concorso di ballo mentre Jackson si trovava in Australia per dei concerti. Dopo aver ballato sul palco con Jackson, l'artista invitò il bambino e la sua famiglia da lui in America, specificamente la madre e la sorella. Secondo Robson, fu durante la sua permanenza al Neverland Ranch che avvennero le prime violenze sessuali, all'età di 7 anni. Robson descrive gli atti che Jackson gli avrebbe chiesto notte dopo notte, quando egli dormiva nel letto del cantante. Gli abusi sarebbero continuati durante la sua pubertà fino all'età di 14 anni, quando a suo dire Jackson tentò di penetrare Robson, ma il ragazzino, dopo aver lamentato troppo dolore, lo invitò a desistere. Il giorno successivo, una segretaria privata di Jackson gli disse che la star voleva immediatamente vederlo. Arrivato da Jackson, questi gli avrebbe chiesto che aveva fatto delle sue mutande della notte precedente, e se c'erano tracce di sangue. Lo istruì di tornare a casa, e gettarle via. Cosa che Robson fece, distruggendo una prova particolarmente pericolosa per Jackson. Da allora, il cantante perse interesse nel ragazzino.

Sia Robson che Safechuck rimasero ardenti sostenitori della popstar: in particolare, Robson testimoniò sotto giuramento a favore di Jackson in tribunale due volte, negando qualsiasi atto di corruzione di minore. Safechuck, dopo aver fornito testimonianza a favore di Jackson durante le indagini del caso di abusi nel 1993, rifiutò di rifarlo per il secondo caso di violenza sessuale di cui fu accusato Jackson nel 2003; la decisione di Safechuck infuriò la star, ponendo fine alla loro frequentazione.

Safechuck, diventato padre, rivelò a sua madre nel 2005 gli abusi subìti ma, ancora traumatizzato e terrorizzato dall'idea che la notizia potesse trapelare, le fece promettere di non raccontare la storia a nessun altro. Anche per Robson sarebbe giunto il momento della verità con l'arrivo di un figlio. Dopo un primo crollo nervoso - che lo allontanò dal lavoro - entrò in psicoterapia, inizialmente però tacendo gli abusi sessuali subìti. Il coreografo iniziò ad avere incubi angoscianti nei quali immaginava Michael Jackson avere rapporti sessuali con suo figlio Koa, gli stessi atti ai quali l'aveva introdotto Jackson. Queste immagini disgustose e rivoltanti lo spinsero a raccontare finalmente al terapeuta la sua vicenda da bambino. Dopo un'ora e mezzo, Wade si trovava a Santa Monica con la moglie e il figlio. Gli venne incontro il fratello raccontando quello che sua moglie gli aveva appena raccontato di aver sognato la notte precedente: che Wade le aveva detto di essere stato abusato da Michael Jackson. Robson racconta che, dopo aver pensato di negare facendo una battuta di spirito, difendendo ancora una volta l'idolo e mentore della sua esistenza, prima abbassò la testa e poi rialzandola ammise che era vero. In reazione, la moglie si piegò in due, sconvolta; il fratello, invece, divenne furibondo, memore della difesa che Wade aveva sempre sostenuto nei confronti di Jackson sia in famiglia che in molte apparizioni pubbliche.

Nel 2013 Robson racconta per la prima volta la sua storia in TV nel programma Today con Matt Lauer e alcune settimane dopo anche James Safechuck, dopo aver visto quell'intervista, trova il coraggio e decide di raccontare delle molestie subìte alla moglie. Safechuck spiega che avrebbe voluto fortemente vedere Wade, sentendosi molto solo e pensando di aver trovato qualcuno che avesse condiviso le sue stesse sofferenze, ma a causa della citazione giudiziaria di non essersi potuti incontrare per 5 anni per questioni legali, nonostante siano rappresentati dagli stessi avvocati.

Reed ha descritto il suo film come «un dettagliato studio di quattro ore sulla psicologia dell'abuso sessuale su minori, narrato attraverso la storia di due famiglie normali raggirate per oltre 20 anni da un pedofilo mascherato da amico fidato».

Produzione

Il regista ha scelto da subito di non commentare direttamente le azioni di Jackson o le loro motivazioni, al fine di ottenere un approccio più neutrale alla vicenda. Ha poi optato per una durata di quasi quattro ore in quanto necessaria per presentare la storia «in modo da renderla pienamente comprensibile in tutta la sua complessità». In fase di pre-produzione Reed non è stato in grado di contattare Chandler per il documentario, arrivando alla conclusione che egli volesse restare estraneo al progetto. Ha deciso inoltre di non contattare Macaulay Culkin e Brett Barnes, anch'essi amici di Jackson da bambini, che dichiararono sempre come il cantante non si fosse mai comportato scorrettamente nei loro confronti, perché, secondo il regista, «avendo loro negato fino ad oggi qualsiasi approccio sessuale da parte di Jackson, non era sua intenzione convincerli del contrario».

Reed ha inoltre descritto il suo film come «un dettagliato studio di quattro ore sulla psicologia dell'abuso sessuale su minori, narrato attraverso la storia di due famiglie normali raggirate per oltre 20 anni da un pedofilo mascherato da amico fidato».