Un aspetto molto importante della cultura d'Abruzzo è dato proprio dal folclore e dalle varie tradizioni di origine popolare riguardo a feste patronali o a rievocazioni di fatti storici, assai differenti, sia dal punto di vista evocativo, sia da quello prettamente etno-antropologico. Tra queste ricorrenze, al livello religioso le più famose sono la Perdonanza Celestiniana all'Aquila, la festa dei serpari di Cocullo, mentre importanti rievocazioni sono la Madonna che scappa a Sulmona e la processione del Venerdì santo di Chieti.
Storia Studi delle leggende
Lo studio e l'interpretazione delle tradizioni popolari abruzzesi sono iniziati ad opera di studiosi nella metà dell'Ottocento, di cui si ricordano Gennaro Finamore (1836-1923), che realizzò il Vocabolario dell'uso abruzzese per la Carabba editrice di Lanciano (1883)Introduzione al Manuale ortografico dei dialetti abruzzesi, a opera di Luigi Illuminati, Attraverso l'Abruzzo, Pescara 1958, scrivendo anche volumi come le "Curiosità e credenze popolari dell'Abruzzo"Lia Giancristofaro, Folklore abruzzese, Rivista Abruzzese, Lanciano 2004, pp. 37 segg.; poi venne l'archeologo Antonio De Nino (1832-1907) che si dedicò agli studio demiologici e linguistici contenuti nella raccolta Tradizioni popolari abruzzesi in 5 tomiLia Gianctistofaro, op. cit., pp. 47 segg., di cui si ricorda l'opuscolo "La gallina nera" riguardo alla credenza popolare secondo cui la cresta della gallina nera guarirebbe dal mal di testa. Anche il sulmonese Giovanni Pansa (1865-1929) compì un magistrale lavoro di studi sulle credenze popolari della regione, nella raccolta Miti, superstizioni e credenze popolari abruzzesi (1924-1927)Lia Gianxristofaro, op. cit., pp. 50 segg.. Agli studi del De Nino su alcune pratiche abruzzesi, attinsero anche Gabriele D'Annunzio per alcuni suoi racconti incentrati sull'Abruzzo, e lo scrittore meno conosciuto Domenico Ciampoli. L'opera di Pansa è incentrata soprattutto sul rapporto sacro-profano, parlando delle leggende di San Leucio di Atessa, San Tommaso di Ortona, e dei miri e dei riti di strofinamento nelle grotte sacre (San Michele a Liscia), o di San Domenico a Cocullo per ottenere le guarigioni e le grazie.
Domenico Ciampoli (1852-1926) fu narratore, scrittore di favole e saggista; scrisse una raccolta di novelle di carattere verista sulla condizione della popolazione abruzzese, ma studiò anche alcune leggende popolariPer un'analisi generale della vita di Ciampoli, vedi Domenico Ciampoli : atti del Convegno di studi, Atessa, 21-22 marzo 1981. Nelle Fiabe abruzzesi descrive il mondo agro pastorale, le celebrazioni votive al mese di maggio per la Madonna, e le consuetudini magico-sacrali legate al matrimonio. Infatti l'uso della magia e di erbe particolari per la cura dei mali, per le fatture, per i filtri d'amore, riguardavano profondamente la popolazione abruzzese, negli spetti più quotidiani della vita e nelle speciali ricorrenze: la nascita, il fidanzamento, il matrimonio, la morte. La necessitò di protezione da quanto può provocare danno anche un'occhiata invidiosa, causa di malocchio, si spiega con il fatto che la venuta dei figli era considerato un segno della benevolenza divina, sia in Abruzzo che nel centro sud.
Si ricorda infatti l'esempio dello studioso Gabriele Rossetti di Vasto che, malgrado la sua esistenza di uomo di mondo, era ancora legato a tradizioni popolari convenzionali, in questo caso del vastese, ossia che un padre non deve mai camminare sopra la testa del figlioletto seduto, onde bloccargli la crescita a vitavedi Gianni Oliva, Dall'Abruzzo a Londra: l'esilio e il "ritorno" di Gabriele Rosseti in "Centri e periferie: particolari di geo-storia letteraria", Marsilio Saggi 2006; oppure per il fidanzamento si ricorda il "laccio d'amore" di Manoppello. Per la nascita antiche usanze impedivano di baciare il bambino prima del battesimo, e quella di appendere alla piccola camicia del neonato cornetti, oggetti d'oro e argento a forma di cuore; molto erano gli scongiuri contro i malanni dell'infanzia, dall'incantesimo contro i vermi al fuoco di Sant'Antonio abate. L'acqua ha una valenza molto importante nel folklore abruzzese, è terapeutica, tanto che moltissime fonte in Abruzzo sono ritenute miracolose, quasi sempre legate all'apparizione di un santo o della Madonna (come nel caso della fonte del santuario dello Splendore di Giulianova).
Riguardo al fidanzamento degli ischitani molto intelligente agli usi nuziali, vi erano norme particolare per la scelta della sposa, la richiesta ai genitori, il trasporto della dote, il canto della partenza del corteo, il pianto rituale della madre per il distacco dalla figlia. Un momento importante era rappresentato proprio dal trasporto della dote: venivano scritti veri e propri contratti matrimoniali (molti presenti nelle sale del Museo delle genti d'Abruzzo di Pescara o nel museo di Scanno), dopo lunghe riunioni di discussioni coi testimoni. Il trasporto avveniva per mezzo di un lungo corteo di carri addobbati a festa, in cui la biancheria veniva esposta in modo che tutti la potessero ammirare nei fini ricami a trapunta.
La festa del matrimonio, di cui si ricordano i casi di Scanno, Pettorano sul Gizio, Villalago, comportava la partecipazione di tutto il paese, il banchetto nuziale era considerato un vero e proprio rito di aggregazione alla comunità, rallegrato con canti e brindisi, con auguri di felicità e prosperità e abbondanza di figli.Vedi la prefazione di Giorgio Morelli a Ronualdo Parente: Zzu Matremuonie azz'uso - La fijanna di Marielle - Il pianto della vedova a lui attribuite, 1992Le usanze riguardo alla morte invece provengono da arcaiche tradizioni semi-pagane: il corpo del defunto veniva composto, vestito e sorvegliato, dopo che veniva messa una moneta sulla bocca e una in tasca per pagare il traghettatore verso l'aldilà. La bara veniva ornata con tutti gli oggetti usati in vita dal defunto, come un cappello, una pipa, un bastone, degli attrezzi di lavoro. Frequente era anche la lamentazione funebre da parte delle donne.
Tra i vari studiosi che formarono la prima cellula embrionale della demologia abruzzese, si ricordano Francesco SaviniVedi Francesco Savini, Il comune teramano nella sua vita intima e pubblica dai più antichi tempi ai moderni, Roma, Forzani. 1895, pp. XX, 612, Fedele RomaniVedi il romanzo di Fedele Romani, Colledara, Bemporad 1907 e Abruzzesismi, Piacenza, Porta, 1884; II ed. Teramo, Fabbri, 1890, Camillo Crocetti Guerrieri con i stuoi studi sulla poesia antica volgare abruzzese e sulle ballate di Sant'Antonio abate, Vincenzo De BartholomaeisVedi i commenti critici del De Bartholomaeis a Cronica rimanat di Buccio di Ranallo di Popplito d'Aquila, Forzani e C. 1907ID. Il teatro abruzzese del medioevo (in collaborazione con L. Rivera), Bologna, Zanichelli, 1924., che collaborarono alla realizzazione a Teramo della "Rivista abruzzese" (1886-1919), da non confondere con l'omonima costituitasi a Chieti per volere di Francesco Verlengia., e poi dal 1963 portata a Lanciano dal successore Emiliano GiancristofaroPer la breve storia della "Rivista abruzzese" vedi la prefazione a F. Verlengia, Scritti (1910-1966), a cura di Rossana Caprara, Rivista abruzzese, 2007; e I Cinquant'anni della "Rivista abruzzese" (a cura di Lida Buccella), cap. "Per un profilo storico della Rivista abruzzese", Rivista abruzzese, Lanciano 1997. La rivista approfondiva varie tematiche, non solo regionali ma anche nazionali, e si concentrò principalmente sugli studi dell'arte e di alcuni particolari storici dell'Abruzzo, specialmente dell'area teramana; De Bartholomaeis dette un forte contributo allo studio dei primi testi musicali e teatrali abruzzesi in dialetto aquilano (XIII-XIV secolo), scritti sul modello dei Laudari toscani e umbri, inoltre nel 1907 pubblicò un'edizione critica della Cronica rimata di Buccio di Ranallo.
Tuttavia il vero studio delle tradizioni popolari dei vari centri abruzzesi dovette prendere forma nelle persone del Romani e del De Nino.
Antonio De Nino Nato a Pratola Peligna vicino a Sulmona, Antonio De Nino si distinse da giovane nel campo della ricerca archeologica con saggi sulle antiche popolazioni italiche che si trovavano in Abruzzo, in particolare i Sanniti Peligni e Pentri, nonché i Vestini e gli Equi, quelli che popolavano la sua area peligno-subequana, e l'area dell'alto Sangro tra Castel di Sangro e AlfedenaBruno Mosca, Antonio De Nino. Note e documenti, Lanciano 1959Introduzione di Ezio Mattiocco a L'alto Sangro negli scritti di Antonio De Nino, 2007. Molte scoperte archeologiche di città antiche scomparse, di vestigia e monumenti, oggetti scultorei, nonché la riscoperta della città italica di Corfinium, vicino a Sulmona, dono dovute a De Nino, che catalogò non solo le scoperte, ma si propose anche di creare un sommario dei monumenti architettonici dell'Abruzzo, abbazie, chiese, castelli, opere scultoree, con la consulenza storica dell'amico Émile Bertaux, che alla fine dell'800 compì un viaggio tra la valle Peligna e la Marsica, accompagnato anche dai giovani Gabriele D'Annunzio e Francesco Paolo Michetti, che rimarranno impressionati dalle aree vergini di Scanno, Cocullo (il rito dei serpari), Sulmona, la grotta del Cavallone nella valle dell'Aventino, che riproporranno poi nelle loro opereVedi Adriano Ghisetti, Gabriele d'Annunzio, Antonio De Nino ed Emile Bertaux in Abruzzo, in Rivista abruzzese LXVI, N. 3, 2013.
Oltre al De Nino archeologo, esiste anche il De Nino folklorista, poiché con lo stesso metodo scientifico dell'archeologia, egli raccolse le informazioni storiche dei vari usi e costumi tradizionali dei popoli abruzzesi. Raccolse questi studi negli Usi Abruzzesi (1879), pubblicato a Firenze per i tipi di Barbera, lo dedicò all'amico Atto Vannucci; negli anni seguente pubblicò altri 5 volumi degli usi, non arrivando però a pubblicare il settimo per la morte nel 1907 nella sua casa a Sulmona in via Sangro 5Lia Giancristofaro, Cultura popolare abruzzese. Storia, letteratura e metodologia della ricerca, Regione Abruzzo 1999, pp. 63-67. Questi volumi verranno analizzati e consultati dallo storico abruzzese Giovanni Pansa, il quale si distaccò dal metodo di indagine deniniano, e pubblicò vari articoli sulla Rivista abruzzese di Scienze, Lettere e Arti di Teramo, e presso la Rssegna abruzzese di Scienze, Lettere e Arti, da lui fondata (1897-1900), per poi riunire i suoi studi nei due volumi dei Miti, leggende e superstizioni d'AbruzzoID., op. cit. pp. 67-70.
Ancora oggi gli studi del De Nino, malgrado siano state avanzate critiche sul suo modello di indagine e su alcune pratiche desuete, sono consultati e apprezzati come fonte per nuove ricerche riguardo ai siti archeologici presenti nella valle Peligna e nella valle dell'Aterno, dato che egli fu il primo ad adottare nuovi criteri archeologici misti alla scienza per effettuare le scoperte, a differenza dei metodi obsoleti dei nobili, che rinvenivano lapidi, epigrafi, statue, e li conservavano per loro piacere nei palazzi, o nelle chiese, tanto che viene considerato come il padre dell'archeologia d'Abruzzo, avendo collaborato anche col Mommsen negli scavi abruzzesi-molisani, e col DresselVedi l'introduzione di Theodor Mommsen al CIL, IX, 1883. Si adoperò per l'esposizione permanente delle sculture e delle opere d'arte da lui rinvenuti negli stessi luoghi della scoperta, pur di evitare che andassero in private collezioni o in musei di altre regioni, e fece aprire ad Alfedena, Corfinio e Castel di Sangro, presso l'ex convento della Maddalena, tre musei archeologici, che poi vennero intitolati alla sua persona.