Il rugby a 15 femminile (; ) è la classe di competizione del rugby a 15 relativa alle praticanti donne. È amministrato da World Rugby che, dal 1998, organizza la massima competizione internazionale della disciplina, la Coppa del Mondo.
Benché formalizzato intorno alla fine degli anni settanta del XX secolo con la nascita dei primi club e sviluppatosi nel decennio successivo (il primo incontro internazionale della disciplina avvenne nel 1982), a lungo se ne ascrisse la nascita al 1917, data di un incontro femminile di beneficenza il cui unico nome noto era quello della gallese Maria Eley (benché esistano resoconti di un incontro di football, verosimilmente con il codice del rugby, giocato tra donne a Liverpool nel tardo XIX secolo). Nel XXI secolo la scoperta di un diario di memorie di Emily Valentine — giovane britannica proveniente dall’attuale Irlanda del Nord che a circa 10 anni disputò un incontro in una squadra di studenti insieme ai suoi fratelli — retrodata la prima esperienza femminile documentata a circa il 1887.
A tutto il secondo decennio del XXI secolo i Paesi dove la disciplina è maggiormente diffusa e praticata sono Nuova Zelanda, Stati Uniti, Inghilterra (tutte e tre vincitrici di almeno un'edizione di Coppa del Mondo), Galles, Irlanda, Francia, Scozia, Italia e Spagna.
Dal punto di vista regolamentare non esistono differenze rispetto al gioco maschile: il rugby a 15 femminile si disputa con le stesse regole, lo stesso equipaggiamento e su un terreno delle stesse dimensioni di quello degli uomini. Secondo la più recente stima di giugno 2018, World Rugby dichiarava circa praticanti di sesso femminile, equivalenti a circa un quarto dei praticanti totali del periodo.
Campione mondiale in carica della disciplina è l', vincitrice nel 2025 della decima edizione della Coppa del Mondo 2025.
Storia Le origini
Benché gli storici dello sport convengano che nel Regno Unito le donne si dedicarono al football fin dagli ultimi decenni del XIX secolo, sia con le regole del calcio che con quelle della palla ovale, le testimonianze riguardo a tali attività sono frammentarie: vari articoli di un quotidiano di Glasgow, The Herald, riferiscono di una serie di incontri di calcio giocati attraverso tutta la Gran Bretagna tra squadre composte da giocatrici scozzesi e inglesi nella primavera / estate del 1881. In uno di tali incontri, disputato a Liverpool a fine giugno di tale anno, la cronaca riporta di un touch down (lo schiacciamento a terra di una palla in meta) marcato da una delle squadre e non un goal come d’uso nel calcio, da cui si inferisce in via indiretta che la partita fosse stata giocata con le regole del rugby e non del calcio.
La prima giocatrice documentata fu ritenuta a lungo Maria Ealy che, il 16 dicembre 1917, fu a 17 anni una delle 30 donne scese in campo per un incontro di beneficenza tra due squadre femminili rappresentanti e , organizzato al fine di raccogliere fondi per un contingente di soldati gallesi dell’esercito britannico impegnato nei combattimenti della prima guerra mondiale. Tale supposizione sopravvisse alla morte di Maria Ealy, scomparsa nel 2006 a 106 anni.
Fu alla fine del primo decennio del nuovo millennio che si scoprì altresì, dal diario di Emily Valentine, un’infermiera britannica scomparsa nel 1967, che la prima presenza certificata di una donna sul campo di gioco andava retrodatata di almeno trent’anni, al 1887: la stessa Valentine, infatti, entrò in campo per la prima volta all’età di dieci anni invitata dai fratelli durante una partita scolastica a Enniskillen, nella sua contea d’origine di Fermanagh (attuale Irlanda del Nord) e realizzò una meta: nelle sue memorie lasciò ricordi dettagliati della sua prima partita, da cui emergeva anche la consapevolezza di commettere un atto all’epoca socialmente sconveniente (tanto da tacerlo ai genitori), in quanto le donne venivano ritenute non adatte a praticare sport di contatto. La testimonianza di Valentine è importante anche perché è l’unica fonte che esplicitamente documenti attività rugbistica femminile nel XIX secolo.
Lo sviluppo del rugby femminile seguì strade separate nella Nuova Zelanda di fine XIX secolo: lì le donne avevano goduto di una relativa emancipazione dovuta alla loro entrata sul mercato del lavoro con conseguente conquista di indipendenza economica e diritto di voto già nel 1893. e avevano fondato i loro primi club sportivi al femminile, inclusi quelli di rugby. Se tuttavia discipline come hockey su prato e tennis non trovarono resistenze, il tentativo di impegnarsi in sport tipicamente maschili come cricket e, appunto, il rugby, incontrarono strenua opposizione: un paventato tour nazionale di un XV femminile suscitò vibrate proteste e il progetto abortì prima ancora di essere concepito.
Esperienze rugbistiche femminili in Francia e Inghilterra si registrano prima della Grande Guerra. ma sostanzialmente senza pubblico. Durante la guerra fu disputata la citata partita tra Cardiff e Newport: singolarmente, in tale incontro le giocatrici indossarono un caschetto protettivo del capo che gli uomini avrebbero adottato in massa solo a fine secolo..
Nel maggio 1921 in Australia due ragazze di Sydney, Molly Cane e Nellie Doherty, cercarono il sostegno della New South Wales Rugby League per l’istituzione di una competizione che, benché si trattasse di rugby a 13, fu comunque il primo tentativo di istituzionalizzazione della palla ovale femminile nel continente; il primo incontro ebbe effettivamente luogo, nel settembre successivo, all’Agricultural Park (in seguito noto come Sydney Showground) a Moore Park davanti a un’affluenza di spettatori nonostante le restrizioni imposte dalla NSWRL che pure fornì l’arbitro: fu fatto divieto di partecipare all’incontro come spettatori o di dare assistenza tecnica alle giocatrici a qualsiasi tesserato pena la radiazione. Su pressioni politiche, tuttavia, la NSWRL negò qualsiasi ulteriore sostegno al gioco femminile e la partita non ebbe un seguito.. Si continuò a giocare a rugby, soprattutto a XV, e nel 1930 un incontro di beneficenza a sostegno delle disoccupate di Sydney raccolse più di spettatori, ma la seconda guerra mondiale, di fatto, fermò l’espansione dell’ovale femminile in entrambi gli emisferi.
Contemporaneamente in Italia, per espresso volere del governo fascista, il CONI stilò una lista di proscrizione di attività interdette alle donne — tra cui gli sport di contatto come calcio e rugby — concedendo loro, in ottica di «educazione civile» e delle «finalità etiche alle quali l’educazione fisica muliebre deve tendere» di praticare solo sport considerati non aggressivi come atletica leggera, fioretto, pattinaggio artistico, nuoto o tennis.
Il secondo dopoguerra Nel secondo dopoguerra vi fu un estemporaneo tentativo, ancora nell’Emisfero Sud, di ridare visibilità alla disciplina: un gruppo di giocatrici a 13 del St Mary’s di Sydney costituirono una squadra, chiamata Belles of St Mary’s ma dopo tale esperienza non si ha notizia di resoconti di attività rugbistica femminile sia a 13 che a 15 per tutto il decennio successivo.
A metà degli anni sessanta il rugby femminile rinacque lentamente in Europa soprattutto tra le universitarie inglesi e francesi; mentre si hanno solo tracce frammentarie di attività Oltremanica, in Francia nacque nel 1966 il decano dei club femminili tuttora in attività, le Violettes Bressanes di Bourg-en-Bresse, pioniere dello sviluppo e della diffusione della disciplina per i successivi due decenni; nel 1970 a Tolosa il Toulouse Fémina Sports fu tra i fautori della nascita dell’Association française de rugby féminin (AFRF), rinominata anni dopo Fédération française de rugby féminin (FFRF).
L’impulso dato dalle giocatrici francesi fu notevole: già nel 1972 nasceva il primo campionato nazionale femminile della storia del rugby a 15 e l’AFRF impostava i primi tentativi d’accordo con la FFR ancorché infruttuosi, stante il rifiuto della federazione di riconoscere l’esistenza del rugby al femminile.
Anche in Italia le donne erano ostacolate dal diniego federale a legittimare il nascente movimento sportivo.. L’embrione del rugby femminile nel Paese si può far risalire al 9 settembre 1974 quando, nel quadro di una serie di eventi organizzati dal , si esibirono sul campo della società lombarda due formazioni femminili del sud della Francia provenienti da Valence e Châteaurenard, ma occorse ancora qualche anno per vedere emergere le realtà locali. Nonostante la diffusione a macchia d’olio in tutta la Penisola (in particolare Roma, Benevento e Milano), la patria d’origine del rugby femminile italiano può essere considerata Treviso, città in cui, nel 1978, si formò una squadra che trovò ospitalità presso il campo della più giovane delle due formazioni maschili cittadine, il ., in omaggio al quale le atlete ne vestirono lo stesso colore sociale, il rosso, e si diedero il nome di Red Panthers, nel 1982 diventate poi la sezione femminile del Benetton Treviso. Tale nuova formazione si incontrò a Villorba contro una rappresentativa del il 13 aprile 1980, per quella che risulta essere la prima partita documentata di rugby a 15 femminile in Italia tra formazioni italiane: le cronache raccontano che tale incontro finì 8 a 4 per la squadra veneta, con due mete a una di Bruna Collodo (cugina di Oscar Collodo, giocatore internazionale in forza al .) e Valentina Napolitano contro quella di Donatella Gentile per le lombarde.
Singolarmente, le atlete che incontrarono un percorso meno accidentato furono le olandesi, ovvero quelle appartenenti a un Paese senza grande tradizione rugbistica maschile (nonostante la federazione fosse stata peraltro tra le fondatrici della F.I.R.A., organismo internazionale pensato come alternativa all’esclusivismo dell’International Rugby Football Board): fin dal 1975 infatti le oranje avevano un approdo sicuro nella federazione, che in tale anno aveva istituito una propria sezione femminile.
La circostanza è rilevante perché, in retrospettiva, fu indirettamente la causa prima della nascita dell’attività internazionale femminile: nel 1982, infatti, per celebrare il cinquantenario della federazione, la Nederlandse Rugby Bond invitò la federazione femminile francese, l’unica all’epoca esistente, a disputare un incontro con una propria selezione. L’AFRF decise quindi di accettare l’invito e, allestita una squadra nazionale rappresentante ufficialmente la , scese in campo il 13 giugno di quello stesso anno a Utrecht contro i vincendo 4-0 grazie a una meta marcata al 22' del secondo tempo da Isabelle Decamp, prima marcatrice internazionale del rugby femminile.
Nel frattempo, nelle Isole britanniche, l’inglese Deborah Griffin stava costruendo già dal 1978 una rete di squadre di club universitarie a partire dal proprio istituto, lo University College di Londra, e il concittadino King’s College, suo avversario per diversi incontri prima che altre università dalla Gran Bretagna si unissero e organizzassero proprie squadre femminili.
In Italia fu l'Unione Italiana Sport Popolare a prendere in gestione il rugby femminile: a Riccione, il 22 giugno 1985, a latere di un congresso UISP sulla promulgazione di una nuova legge sullo sport nel Paese, tra i vari eventi organizzati spiccò la disputa di un incontro tra una selezione italiana di rugby e quella francese, da : allo stadio Nicoletti le due formazioni transalpine pareggiarono 0-0 il sesto incontro internazionale di sempre (otto mesi prima aveva esordito la contro i ).
Ancora grazie agli auspici della UISP, che stava facendosi promotrice della «Carta dei diritti delle donne nello sport» e di una legislazione paritaria riguardante l’accesso femminile alla pratica agonistica, era da pochi mesi nato anche il campionato, nelle sue prime edizioni dominato dalle giocatrici trevigiane. Solo sei anni più tardi, nel 1991, la Federazione Italiana Rugby acconsentì a inglobare nei propri ranghi le atlete e a gestire direttamente squadra nazionale e campionato.