Biografia Il periodo agostiniano a Novacella
Bartolomeo da Trento nacque intorno al 1190, nei pressi di Novacella, oggi una frazione del comune di Varna, nella provincia autonoma di Bolzano D. Gobbi, Bartolomeo da Trento: la sua vita e il suo apostolato, in Bartolomeo da Trento: domenicano e agiografo medievale, a cura di D. Gobbi, Trento 1990, p. 87-88.. Fu molto legato alla madre, Beata D. Gobbi, Bartolomeo da Trento: la sua vita e il suo apostolato, in Bartolomeo da Trento: domenicano e agiografo medievale, a cura di D. Gobbi, Trento 1990, p. 88., che lo avviò alla vita monastica e lo fece entrare, ancora bambino, nell’abbazia agostiniana di Novacella “In Novacellensi ecclesia ubi puer nutritus fui, huic celebritati interfui” (Liber epilogorum in gesta sanctorum, Narratio 276), citato in Dondaine, Bartolomeo da Trento, domenicano, scrittore, diplomatico, «Civis» 8 (1984), p. 87.. Una volta restata vedova, Beata divenne monaca o terziaria domenicana e morì nel 1237. A Novacella Bartolomeo frequentò la schola del monastero, istituita a partire dalla metà del XII secolo e nota per gli insegnamenti nel campo figurativo e scritturale D. Gobbi, Bartolomeo da Trento: la sua vita e il suo apostolato, in Bartolomeo da Trento: domenicano e agiografo medievale, a cura di D. Gobbi, Trento 1990, p. 90. Qui Bartolomeo iniziò a studiare la teologia e la lingua latina e a formare l'ampio bagaglio di conoscenze bibliche e patristiche che emerge dalle sue opere.
Fra Bartolomeo e il trasferimento a Trento
Non è noto a quale età Bartolomeo abbia ricevuto l’ordinazione sacerdotale né quando sia passato dall’ordine monastico agostiniano a quello dei frati predicatori domenicani. Una volta congedato dagli agostiniani, Bartolomeo si spostò a Bologna: il trasferimento avvenne sicuramente dopo la morte di Domenico, avvenuta nella città il 6 agosto 1221; ma prima della translatio del corpo del santo, avvenuta nel 1233, a cui Bartolomeo prese parte “Traslactionem sancti Dominici qui ordinem Predicatorum instituit, cui ipse interfui, fideliter cupio elucidare”: Bartholomaeus Tridentinus, Liber epilogorum in gesta sanctorum, ed. E. Paoli, Firenze 2001, p. 157.. A Bologna conobbe la prima generazione di domenicani, tra cui Giordano di Sassonia - da cui forse ricevette l’abito - e Pietro martire. Nonostante la distanza e il passaggio ai Predicatori, Bartolomeo si mantenne per tutta la vita in contatto epistolare con i monaci di Novacella. Come domenicano venne spostato a Trento, da cui l’appellativo di Bartholomaeus Tridentinus, nell’ex abbazia benedettina di San Lorenzo, ceduta ai domenicani il 29 giugno 1234 Per la storia del monastero di San Lorenzo di Trento e per la sua cessione dai benedettini ai domenicani, cfr. R. Codroico, La chiesa e il convento di San Lorenzo di Trento ai tempi di Fra Bartolomeo, in Bartolomeo da Trento: domenicano e agiografo medievale, a cura di D. Gobbi, Trento 1990, pp. 67-87.. Bartolomeo fu presente alla cessione, come risulta dalle cronache dell'evento, che lo citano per primo tra i domenicani vista la sua autorità.
Viaggi e missioni diplomatiche
Bartolomeo fece diversi viaggi nel corso della sua vita: fu sicuramente a Padova, a Verona, a Trento, a Roma, ad Anagni e in Campania “Sicut a suis parentibus in Campania ipse ego audivi” (Liber epilogorum in gesta sanctorum), citato in G. Abate, Il Liber epilogorum di fra Bartolomeo da Trento, p. 270, n. 3.. A Trento o a Verona conobbe Antonio da Padova “ Antonius, quem ipse vidi et cognovi, Yspanus fuit genere”: Bartholomaeus Tridentinus, Liber epilogorum in gesta sanctorum, ed. E. Paoli, Firenze 2001, p. 172.. Nel 1235 era in Francia, a Nizza “Nuper anno Domini mcxxxv in comitatu Niverensis tres fratres a quod milite castellano… Ego militem ipsum nomine Petrum vidi et ad mensam eius hec ipso narrante discubui” (Liber epilogorum in gesta sanctorum), citato in G. Abate, il Liber epilogorum di fra Bartolomeo da Trento, p. 270, n. 7., e nel 1236 di nuovo a Trento, dove fu priore del convento per almeno due anni cfr. D. Gobbi, Bartolomeo da Trento: la sua vita e il suo apostolato, in Bartolomeo da Trento: domenicano e agiografo medievale, a cura di D. Gobbi, Trento 1990, pp. 97-99.. Viste le sue grandi doti diplomatiche, fra Bartolomeo fu incaricato dai Papi di delicate missioni: nel 1238 incontrò Gregorio IX ad Anagni e lo seguì a Roma, dove si stabilì per un periodo. Nel 1241 Gregorio lo incaricò di una missione diplomatica presso la corte imperiale di Federico II. Probabilmente Bartolomeo venne scelto per l’incarico - oltre che per le sue doti - per la sua precedente conoscenza con l’imperatore, avvenuta durante le vicende di secolarizzazione del principato vescovile di Trento, e per la sua tendenza filoimperiale, condivisa in generale dall'ordine domenicano. Non appena Innocenzo IV venne eletto Papa nel 1243, Bartolomeo fu scelto come nunzio apostolico per raggiungere l’imperatore a Benevento “A domino Innocentio iiii primo die electionis suae, me cum verbo pacis ad dominum Fridericum augustum imperatorem missus, apud Beneventum acuta febre oppressus” (Liber epilogorum in gesta sanctorum, De Assumptione beatae Mariae Virginis), citato in D. Gobbi, Bartolomeo da Trento: la sua vita e il suo apostolato in Bartolomeo da Trento: domenicano e agiografo medievale, a cura di D. Gobbi, Trento 1990, p. 102-103.. Nel 1244 tornò a Roma come membro di una legazione imperiale di pace, con la quale partecipò alle sedute in Laterano.
Il ritorno a Trento e la morte
Nell'agosto del 1244 Bartolomeo lasciò Roma, da cui riportò diverse reliquie, e tornò a Trento, presso il convento di S. Lorenzo, dove iniziò a scrivere le sue due opere principali, ossia il Liber Epilogorum in gesta sanctorum e il Liber miraculorum beatae Marie virginis. Da questo momento rimase stabilmente a Trento, tranne per qualche viaggio occasionale a Verona e a Novacella. Smise definitivamente di occuparsi di incarichi ufficiali, soprattutto dopo il 6 dicembre 1248, quando Papa Innocenzo IV gli revocò le immunità e i privilegi di cui aveva goduto fino a quel momento in qualità di ambasciatore. Si occupò della stesura delle sue due opere fino alla morte, che lo colse a Trento tra 1250-1255, più probabilmente nel 1251.
Liber epilogorum in gesta sanctorum
Il Liber epilogorum in gesta sanctorum o, più sinteticamente, Epilogus, è la principale opera di Bartolomeo da Trento. Si tratta di una raccolta di vite di santi - ascrivibile al genere delle agiografie abbreviate, tipico del XIII secolo – che anticipa e fornisce ampio materiale alla più nota Legenda Aurea di Jacopo da Varazze.
Redazioni
LEpilogus presenta almeno due redazioni d’autore (secondo alcuni tre). La prima venne composta tra la fine del 1244 e il 1246. La seconda è di più difficile datazione perché non nasce da un processo di correzione sistematico e cronologicamente concentrato, ma da interventi occasionali e diluiti nel tempo. In ogni caso Bartolomeo lavorò fino alla morte alla sua opera, introducendo alcune modifiche anche all’altezza del 1251.
Struttura LEpilogus è composto da 355 capitoli - 353 nella prima stesura - di diversa struttura ed estensione, ma per lo più brevi. La stesura definitiva comprende: 280 vite di santi organizzate per circulus anni (ossia secondo il calendario liturgico), 15 trattazioni su Cristo e la Vergine, 60 prediche per le feste liturgiche. Il Liber epilogorum è dotato anche di un prologo, di una tabula - ossia una sorta di indice che fornisce l’elenco dei capitoli - e di un explicit, dove Bartolomeo dichiara lo scopo dell’opera: fornire materiale compendiato ai predicatori per l’edificazione dei fedeli.
Tipi di santi Le vite dei santi presenti nellEpilogus sono strutturate per lo più in questo modo: indicazione del contesto geografico e storico del santo (anche mediante riferimenti a personaggi di rilievo del suo tempo); descrizione delle sue virtù, dell'eventuale martirio o delle modalità di morte; infine indicazione del luogo di sepoltura, delle eventuali traslazioni delle sue reliquie e dei miracoli post mortem. Per il 70% i santi dellEpilogus coincidono con quelli presenti al tempo nei calendari liturgici della curia romana. Ma l’agiografia di Bartolomeo risulta di maggior respiro e introduce, oltre a quelli canonici, altri 130 santi: si tratta soprattutto di santi venerati a livello locale a Trento e dintorni (per esempio san Vigilio, patrono di Trento), ma anche di santi contemporanei, di santi vissuti oltralpe e di santi non riconducibili né al culto locale né a quello di Roma, introdotti più per ragioni storiche che di culto.
Idea politica e rapporto con il proprio tempo La scelta di inserire nellEpilogus santi vissuti oltralpe, soprattutto santi carolingi, ha anche una finalità politica, ossia dimostrare la storica e necessaria concordia tra Impero e Chiesa. Per lo stesso motivo è molto presente nell’opera la figura di Carlo Magno. Secondo Bartolomeo l’Impero deve impegnarsi ad affiancare la Chiesa e tutelarne gli interessi, proprio come avveniva al tempo del regno carolingio. Fra Bartolomeo fu quindi sostenitore della concordia tra potere temporale e spirituale, ma non è possibile arrivare a dichiarare un suo orientamento ghibellino. È però vero che, per la sua tendenza filoimperiale, lEpilogus venne guardato con sospetto dalle autorità ecclesiastiche: anche per questo motivo - oltre che per il carattere rielaborativo del genere agiografico - venne ampiamente modificato dai copisti, che ne trassero solo degli estratti ideologicamente non pericolosi.
Anche l’introduzione di vite di santi contemporanei è connotata ideologicamente, in quanto dimostrazione del fatto che la santità è ancora possibile nel mondo E. Paoli, il Liber epilogorum di Bartolomeo da Trento: edificazione e piacere della scrittura in Tra edificazione e piacere della lettura: le vite dei santi in età medievale, a cura di A. Degl’Innocenti e F. Ferrari, Trento 1998, p. 163.. DallEpilogus emerge infatti la spiritualità positiva di Bartolomeo e la sua serenità di giudizio nei confronti del proprio presente. Nell’opera soltanto due sono i riferimenti negativi alla contemporaneità, ma hanno più il sapore del topos letterario che della riflessione ragionata. In Bartolomeo non c’è nessuna ossessione escatologica, più frequente in Jacopo da Varraze. L’autore è consapevole della crisi che la cristianità sta attraversando, ma mantiene una certa tranquillità storica.
Scopo e autorialità