Tufo, chiamato anche Tufo d'Arquata, è una frazione del comune di Arquata del Tronto in provincia di Ascoli Piceno, nella regione Marche, e appartiene all'ente territoriale della Comunità montana del Tronto.

Il paese è noto per essere identificato con la mansio Ad Martis della Tabula Peutingeriana e conosciuto come l'unico centro della Diocesi di Ascoli Piceno in cui è stato celebrato un processo per stregoneria di cui sono rimaste sconosciute la sentenza e la sorte riservata all'accusata. Gli storici e i religiosi escludono che sia stato pronunciato un giudizio di condanna di morte sul rogo.

Geografia fisica

Il borgo è stato costruito su di un'altura a 721 m s.l.m., sulla sinistra orografica del corso fiume Tronto. È circondato da fitti boschi di faggio e conifere alternati da aree pascolive destinate alla pastorizia. Il paese dista circa 37 km da Ascoli Piceno, 67,5 km dall'Adriatico, e 22 km da Norcia. Territorio Il suo territorio si estende nell'Alta Valle del Tronto, all'interno dell'area naturale protetta del Parco nazionale dei Monti Sibillini e in parte con il Parco Nazionale Monti della Laga. Il centro urbano si trova tra i paesi di Pescara del Tronto e Capodacqua, lungo la Strada Provinciale 129 che lo collega anche ad Arquata, Borgo, Trisungo e Grisciano (RI) e innesto con la SP64 che conduce a Capodacqua, Forca Canapine e Norcia.Tracciato della Strada Provinciale 129 Trisungo d'Arquata - Tufo su openstreetmap.org URL consultato il 19 maggio 2019. Il paese è attraversato dal tracciato del Sentiero europeo E1.

La fauna che popola il suo circondario è costituita, come per il resto del comune di Arquata, da varie specie di animali selvatici tra i quali, in maggior numero, i cinghiali. Si conta anche la presenza del picchio, del falco pellegrino, della lepre, del gatto selvatico, del tasso, dello scoiattolo, del riccio, dell'istrice, del capriolo, della volpe e della donnola.

Origini del nome Il toponimo è riconducibile al significato attribuito localmente al termine tufo con cui è indicata pietra arenaria che si trova nella zona e diffusamente impiegata come materiale da costruzione. Si tratta di una roccia simile a quella sedimentaria di origine vulcanica.N. Galiè G. Vecchioni, Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, op. cit., pp. 19-20. Giulio Amadio ne riconduce la derivazione etimologica al lemma latino tofus o tophus, parola che definisce la pietra porosa e friabile.G. Amadio, Toponomastica marchigiana, Vol. I, op. cit., p. 72.

Storia Le fonti documentali collocano il territorio del paese tra le proprietà della Dinastia Flavia, originaria della Sabina, nel I secolo d.C., quando sia questa località e sia tutta l'area dell'Alta Valle del Tronto appartenevano alla famiglia imperiale di Vespasiano.N. Galiè G. Vecchioni, Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, op. cit., p. 41. Le origini del paese Gli storici identificano l'odierno paese di Tufo con la mansio Ad Martis della Via Salaria citata nella Tavola Peutingeriana. Tra questi si ricordano l'abate Giuseppe Colucci che aveva collocato la stazione di posta tra Arquata e Accumoli,G. Colucci, Delle antichità picene, Tomo XIIII, op. cit., pp. 246-247. poi Giuseppe Castelli che, nel 1886, nella sua pubblicazione La via consolare Salaria Roma Reate Asculum Adriaticum, con carta itineraria del Piceno, confermava la stessa posizione di corrispondenza del borgoN. Persichetti, Viaggio archeologico sulla via Salaria nel circondario di Cittaducale: con appendice sulle antichità dei dintorni e tavola topografica, op. cit., p. 98, nota 1, pag. 99, nota 2. e Nicolò Persichetti che, nell'analisi del percorso della consolare di epoca romana, scrive che il villaggio è nato da una mansio della Salaria nel territorio del Piceno. L'indagine di quest'ultimo studioso ha esplorato e analizzato i tre itinerari romani giunti alla nostra conoscenza: l'Itinerario Antonino, in cui sono elencate le stazioni di posta e le relative distanze tra l'una e l'altra; l'Itinerarium Gaditanum, inciso sui Bicchieri di Vicarello, concepito come un indice di luoghi in cui conveniva transitare tra le città di Cadice e Roma, dove si giunge a percorrendo la via Flaminia; la Tavola Peutingeriana, una carta descrittiva delle strade romane.N. Persichetti, Viaggio archeologico sulla via Salaria nel circondario di Cittaducale: con appendice sulle antichità dei dintorni e tavola topografica, op. cit., pp. 21-24. Persichetti rileva le diseguaglianze che differenziano i percorsi delle tavole pubblicate da Theodor Mommsen, nel Corpus Inscriptionum Latinarum,N. Persichetti, Viaggio archeologico sulla via Salaria nel circondario di Cittaducale: con appendice sulle antichità dei dintorni e tavola topografica, op. cit., pag. 25, nota. 1, «Corpus Inscriptionum Latinarum, Berolini, 1883, p. 204 e 479» che mettono a confronto l'Itinerario antonino con la Tavola Peutingeriana. La mansio di Ad Martis è elencata solo nella carta consegnata a Konrad Peutinger, collocata tra Falacrine e Surpicano, la statio nei pressi di Arquata.N. Persichetti, Viaggio archeologico sulla via Salaria nel circondario di Cittaducale: con appendice sulle antichità dei dintorni e tavola topografica, op. cit., pag. 25. Quindi ripercorre con accuratezza anche il ragionamento di Filippo Cluverio, geografo storico, che aveva ricostruito il tragitto della Via Flaminia ed era giunto alla conclusione che Ad Martis fosse stata una mansio appartenuta solo a quella strada. Lo storico aquilano lo smentisce perché dimostra che vi sono due stazioni di posta chiamate Ad Martis, una sulla Salaria, tra Interocrio e Asculum Picenum, e un'altra sulla Flaminia, tra Narnia e Mevania, entrambe segnate al XVI miglio. Ne computa le distanze, calcolandole in miglia romane, seguendo il tracciato di allora della Salaria e conclude che dal risultato dovevano esistere due luoghi diversi, entrambi chiamati «Ad Martis o vicus Martis», uno situato in Umbria e l'altro nella Regio V Picenum, territorio dove c'era stata anche la presenza dei Sabini che avevano un importante culto per il dio Marte. Prende in considerazione anche il conteggio delle distanze tra Antrodoco e Ascoli ottenuto dalle misurazioni della Salaria, espresse in chilometri, effettuate dallo Stato Maggiore dell'Esercito Italiano e dallo Stato Maggiore dell'Esercito Austriaco, li converte in miglia romane, e da questo complesso calcolo deduce che la: «Tabula diceva il vero quando tra Interocrium ed Asculum segnava miglia 58 di distanza»N. Persichetti, Viaggio archeologico sulla via Salaria nel circondario di Cittaducale: con appendice sulle antichità dei dintorni e tavola topografica, op. cit., pp. 96-97. Persichetti afferma che la strada proveniente dalla statio di Vico Badies si dirigeva verso la posta più antica, antecedente all'esistenza di Ad Martis, che si trovava in località «Campi di Sotto». A causa dei danneggiamenti arrecati alla sede viaria dalle piene del Tronto la posizione della carreggiata di fondovalle era stata spostata più a monte. Sulla sponda opposta della vallata, nella località denominata mansio Ad MartisN. Persichetti, Viaggio archeologico sulla via Salaria nel circondario di Cittaducale: con appendice sulle antichità dei dintorni e tavola topografica, op. cit., pag. 102 nacque Tufo, costruito su un'altura che ne garantiva la naturale difendibilità. Da Tufo, passando per i centri di Capodacqua, Forca Canapine e il Passo di San Pellegrino si raggiungeva la città di Norcia.N. Galiè e G. Vecchioni Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, op. cit., pag. 104

Cronologia 1185 - Sul finire del XII secolo, con il nome latino di «Tufum», il paese è elencato, insieme con «Speluncam», «Trisuncum» e altri borghi dell'Ascolano,N. Marcucci, Memorie Ascolane, op. cit., pag. 155. nell'atto che il vescovo Rinaldo I di Ascoli aveva inviato a «Federico Enobarbo», più noto come Federico Barbarossa, per supplicare la protezione dell'imperatore su sé stesso e sui beni della sua Chiesa. Niccolò Marcucci scrive che Barbarossa «con ogni prontezza lo favorì del sottoscritto Privilegio, conservato nell'Archivio della Cattedrale. Il documento mostra un sigillo, che pende, una scattola d'oro, e un pezzo rotondo di cera rossa con l'effigie da una parte dell'Imperatore, e con le lettere majuscole attorno FRIDERICUS DEI GRATIA ROMANORUM IMPERATOR AUGUSTUS; e dall'altra parte vi sta scolpita Roma con queste parole ROMA CAPUT MUNDI REGIT ORBIS FRENA ROTUNDI.»N. Marcucci, Memorie Ascolane, op. cit., pag. 154. 1255 - In questo anno, il paese di Tufo compare tra i possedimenti di Arquata nell'atto redatto il 7 agosto con cui la città di Norcia ha ceduto al Governo di Ascoli la Rocca insieme con i paesi di Accumoli, Sommati, Capodacqua,N. Galiè G. Vecchioni, Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, op. cit., p. 52. Roccasalli e Terre Summatine.AA. VV., Conoscere l'Archivio di Norcia, Norcia e Arquata del Tronto, Vol. II, op. cit., pag. 10. 1430 – Anno della possibile datazione del passaggio di san Bernardino da Siena a Tufo, ricavabile dalla data scalpellata sull'architrave di una porta del borgo in cui compare il simbolo del sole raggiante con il cristogramma della sigla medioevale IHS, ossia del grafema del nome di Gesù, al centro di un cerchio. Il trigramma è stato diffuso dal minore francescano durante le sue predicazioni in questa zona, avvenute nel XV secolo.N. Galiè, C. Vecchioni, Arquata del Tronto - il Comune dei due Parchi Nazionali, op. cit., pag. 110. 1595 - Nella relazione della visita pastorale del cardinale Girolamo Bernerio, avvenuta in questo anno, è stata rilevata e annoverata l'esistenza della Confraternita del Corpus Domini a Capodacqua e a Tufo.G. Fabiani, Ascoli nel Cinquecento, Vol. I, op. cit., pag. 402. 1816 - Il 14 aprile è incominciato il distacco della frana caduta dalla Cinta Malevara, causata da lunghe precipitazioni piovose cui si aggiungeva lo scioglimento delle nevi. Il geografo Roberto Almagià l'ha descritta come materiale marnoso che, con un movimento lento, in tre giorni è arrivata a seppellire parte del centro urbano. Dalle scritture dell'epoca si apprende che i segni del distacco sono stati monitorati dagli abitanti per alcuni giorni che hanno trascorso a svuotare le case prima di abbandonarle all'inevitabile destino di essere travolte e distrutte. Gli stessi si erano accampati lontano dalle abitazioni minacciate dal cedimento franoso. Il parroco, don Domenico De Gregori, aveva provveduto a rimuovere le campane, le statue e altri beni trasportabili dalla chiesa. La maggior parte degli edifici della frazione insisteva proprio nella zona che è stata ricoperta dallo smottamento del terreno, fra il ponte sul Fosso di Capodacqua e il ponte dell'Annunziata. Le dimore e la chiesa sono state travolte tra il 15 e il 16 aprile, parti di altri fabbricati non direttamente coinvolti dal dissesto sono caduti nei giorni che seguenti. Il 24 aprile il marchese aquilano di Pietra Catalla, inviato a Tufo dall'Intendente dell'Aquila, giurisdizione sotto cui ricadeva il paese, dopo aver osservato le condizioni del centro abitato lo ha dichiarato inabitabile.G. Lalli, Ottocento arquatano - Storie, fatti e misfatti, op. cit., pp. 79-80. 1823 - La «Villa di Tufo» è menzionata nel testo dell'Istorica descrizione del Regno di Napoli, con le parole: «Casale alle sponde d'un fiume, d'aria umida, Diocesi di Ascoli Pontificio, 4 miglia, e mezzo da Accumoli distante, e 30 dall'Aquila. È del Real patrimonio Mediceo. Produce grani, legumi, frutti, vini, castagne, ghiande, ed erbaggi. Fa di pop. 110.»Istorica descrizione del Regno di Napoli, op. cit., pag. 341. 1840 - Sul finire della prima metà del XIX secolo, il paese è stato ceduto, insieme con Capodacqua, allo Stato Pontificio in cambio di Trimezzo.R. Cordella, La frontiera aperta dell'Appennino: uomini e strade nel crocevia dei Sibillini, op. cit., pag. 41.