Il Sarcofago di Melfi (come prevalentemente denominato nella letteratura archeologica) ovvero di Rapolla (denominazione alternativa e minoritaria derivante dal luogo di ritrovamento del reperto) è un monumento funerario di età antonina custodito nel Museo archeologico nazionale del Melfese.
Storia
Il monumento funebre fu rinvenuto casualmente nel 1856 durante gli scavi realizzati dall'amministrazione borbonica per la costruzione di una strada tra Melfi e Venosa in località Contrada Albero in Piano nell'agro di Rapolla. Esso era collocato in un sepolcro in muratura all'interno del quale era poggiato su un basamento addossato ad una delle pareti. Una delle facciate dei lati lunghi della cassa non era quindi visibile: si tratta di una circostanza che resta inspiegata. I sarcofagi destinati ad essere addossati al muro infatti non avevano decorazione sul lato posteriore (che sarebbe stata inutile), mentre quello di Melfi è riccamente istoriato su tutti i lati Olivia Ghiandoni, Il sarcofago asiatico di Melfi. Ricerche mitologiche, iconografiche e stilistiche, in Bollettino d'arte, nn. 89-90, 1995, pp. 1-6..
Rimosso dal luogo di ritrovamento, il sarcofago venne portato a Melfi con l'iniziale proposito di destinarlo definitivamente al Museo Borbonico di Napoli. Quest'ultimo trasferimento non ebbe mai luogo e il monumento funebre rimase a Melfi dove ebbe nel tempo diverse collocazioni per essere infine conservato nel museo archeologico ospitato nell'insigne castello normanno-svevo della città.
Sin dalla pubblicazione della scoperta - dovuta allo studioso napoletano Giulio Minervini in uno scritto dello stesso anno del rinvenimento del sarcofagoGiulio Minervini, Breve notizia sopra un insigne sarcofago di marmo rinvenuto presso Rapolla, in Bullettino archeologico Napoletano, n. 96, 1856, pp. 171-175. - apparve chiara l'eccezionalità del ritrovamento che infatti già da inizio Novecento fu oggetto di numerosi studi da parte di molti autorevoli studiosi, italiani e non.
La prima analisi sistematica dell'opera è quella pubblicata nel 1913 dall'archeologo tedesco Richard Delbrueck, scritto che per vari aspetti è tuttora un punto di riferimento nella storiografia sulla tomba del castello di MelfiRichard Delbrueck, Der römische Sarkophag in Melfi, in Jahrbuch des Kaiserlich Deutschen Archäologischen Instituts, 28, 1913, pp. 277-308 e tav. 23 (online). . Il Delbrueck confermava e precisava l’intuizione già avuta del Minervini sulla datazione di età antonina del manufatto con argomenti costantemente accettati dagli studi successivi.
Lo studioso tedesco tuttavia ipotizzava per il sarcofago lucano una provenienza attica, conclusione poco dopo corretta da Charles Rufus Morey (1877-1955), storico dell'arte e archeologo statunitense, che nelle sue fondamentali ricerche sui sarcofagi di età imperiale provenienti dall'Asia Minore riconduceva il monumento melfitano a questa tipologia di opere, scorgendovi uno degli esemplari più antichi e più belli mai rinvenutiCharles Rufus Morey, The Sarcophagus of Claudia Antonia Sabina and the Asiatic Sarcophagi. Sardis Vol. V 1, Princeton, 1924..
Il Morey presumeva che il sarcofago fosse stato realizzato in un atelier di Efeso (odierna Turchia), ma studi più recenti - anche in considerazione della tipologia del marmo utilizzato - tendono a situare il luogo di fabbricazione dell'opera nell'area di Docimium, antica città Frigia (sempre nell'attuale territorio turco), che anticamente fu celebre per le sue cave di marmi pregiati e per la presenza di botteghe lapicide capaci di produrre manufatti di grande raffinatezza, esportati in tutto l'impero romano.
Descrizione Architettura ed elementi decorativi
Il sarcofago di Melfi è per datazione e qualità, una delle più significative testimonianze dell'ampia diffusione che in età imperiale ebbero, anche nelle aree occidentali dell’impero romano, monumenti funerari di provenienza microasiatica Edmund Thomas, Houses of the dead? Columnar sarcophagi as micro-architecture, in Jaś Elsner, Janet Huskinson (curatori), Life, death and representation: some new work on Roman sarcophagi, Berlino, 2011, p. 408..
La tomba lucana in particolare è una delle più antiche attestazioni (se non la più antica attualmente nota) di uno specifico sottogenere di sarcofago asiatico detto a colonne, in virtù della compartimentazione delle facce della cassa funeraria mediante un'architettura ad edicole definite da una trabeazione che poggia per l'appunto su piccole colonne di tipo corinzio con scanalatura obliqua.
Più in dettaglio questo tipo di manufatto (come nell'esemplare di Melfi si coglie in modo chiarissimo) è caratterizzato dalla presenza di sei colonne sui lati lunghi della cassa e quattro su quelli corti. Le colonne così definiscono cinque o tre nicchie su ogni lato (a seconda se lungo o corto). Le nicchie centrali e quelle esterne dei lati lunghi hanno struttura ad edicola: l'edicola centrale culmina in un frontone a timpano mentre le due esterne dei lati lunghi sono sormontate da un arco. La volticella delle edicole è a forma di conchiglia Olivia Ghiandoni, Il sarcofago asiatico di Melfi, cit., pp. 12-17..
Le nicchie che non hanno coronamento ad edicola sono definite da un architrave dall'andamento concavo (concavità che consente l'inserimento di una statua) che poggia sul colonnato corinzio.
Nelle nicchie, tanto in quelle ad edicola quanto in quelle degli intercolunni, compaiono delle statue in alto rilievo: si tratta di divinità ed eroi che nel caso melfitano restano in parte di dubbia identificazione. Nella nicchia centrale del lato breve è raffigurata la porta dell'Ade, l'oltretomba del mondo greco-romano.
La struttura architettonica che circonda la cassa funebre sin qui descritta probabilmente riproduce illusionisticamente e in piccolo formato un Heroon, cioè un tempietto sepolcrale che nell'antica Grecia ospitava la tomba di un eroe. Nell'uso orientale questa tipologia di sarcofagi, proprio per il richiamo allusivo ad un tempio, era destinata ad una collocazione all'aperto per lo più sul ciglio della strada. In occidente, come dimostrano proprio le circostanze di ritrovamento di quello di Melfi, essi vennero riadattati ai costumi locali e quindi inseriti in ambienti funerari al chiuso.
Completano l'ornato della cassa numerosi elementi decorativi di vario motivo e di raffinatissima esecuzione. È stato osservato che questo apparato presenta punti di contatto con quello di varie architetture reali della regione anatolica: tra i diversi esempi di tali corrispondenze evidenziate dagli studi si annoverano anche le decorazioni della facciata della celebre biblioteca di EfesoCharles Rufus Morey, The Sarcophagus of Claudia Antonia Sabina, cit., p. 72..
La cassa funebre è infine sormontata da un coperchio che generalmente - e il caso di Melfi non fa eccezione - è costituito dalla riproduzione di una kline, cioè un letto da convivio, ove vi sono uno o più defunti (non di rado una coppia coniugale, ma evidentemente non in quello melfitano ove compare solo una donna).
Spesso infatti questi sarcofagi erano utilizzati per la sepoltura di più persone dello stesso gruppo familiare: anche quello di Melfi ha in realtà due vani interni per la deposizione di altrettanti cadaveri (è quindi bisomo): dentro però vi vennero trovati i resti di un solo defunto.
La kline Sul letto del sarcofago di Melfi è adagiata una donna di età ancor giovane per quanto difficilmente determinabile. La donna è sdraiata sul letto, dormiente (quindi ancora viva) ed è leggermente reclinata su un fianco. Poggia la guancia su dei cuscini e volge il viso verso l'osservatore. Il braccio destro è disteso e nella mano v'è una ghirlanda di fiori. L'altro braccio poggia sul cuscino Olivia Ghiandoni, Il sarcofago asiatico di Melfi, cit., pp. 9-12..
La posizione completamente sdraiata del giacente è piuttosto peculiare: di solito nei sarcofagi della medesima classe di quello di Melfi le figure sulla kline sono invece sedute sul letto, partecipi all'ideale banchetto di commiato dalla vita.
Ai piedi della donna v'era un cane di piccola taglia di cui oggi restano solo i piedi. Alla testa del letto vi è invece un erote alato, in stato di conservazione frammentario, privo di testa e braccia. Si rileva comunque che l'amorino teneva con la destra una ghirlanda e con l'altra mano una fiaccola rovesciata: di entrambe se ne vedono i resti sul coperchio del sarcofago in corrispondenza di ciò che resta delle braccia dell'erote.
Come spiega Erwin Panofsky, il sonno della giacente, in quanto condizione reversibile e non implicante il definitivo annullamento dell'essere, è una sublimazione della morte. Lo stesso grande storico dell'arte, tra i non molti esempi coevi di sarcofagi ove il defunto è dormiente, scorge in quello di Melfi l'esemplare nel quale la pietosa edulcorazione del trapasso in un sereno riposo è espressa nel modo più nobileErwin Panofsky, La scultura funeraria dall'antico Egitto a Bernini, Torino, 2011, p. 41.. La fiaccola capovolta dell'erote tuttavia, allegoria dello spirare della vita, rivela la ferale natura del sonno della donna distesa.
Particolarmente significativa è l'acconciatura della giacente, con i capelli ripartiti in bande ondulate, raccolti in uno chignon sulla nuca e con il lobo dell'orecchio scoperto. La foggia della capigliatura infatti è l'elemento che ha consentito a Richard Delbrueck di datare con estrema precisione il sarcofago. Rilevando la forte somiglianza della pettinatura della donna di Melfi con quella che si osserva in alcune monete raffiguranti le imperatrici della dinastia antonina Faustina Minore e Lucilla, databili intorno al 165-170 d.C., l'archeologo collocò in quello stesso periodo temporale anche il sarcofago melfitano. Del resto, osserva il Delbrueck, l'effige della donna sulla kline non è propriamente un ritratto fisionomico e dal vero: dagli esempi messi a disposizione dalla monetazione imperiale è quindi stata ripresa non solo la pettinatura ma più in generale un tipo muliebre, al fine di sottolineare l'alto rango sociale della persona che sarebbe stata sepolta nel sarcofago. Queste argomentazioni, e la conseguente datazione dell'opera, sono state costantemente accettate dagli studi successiviRichard Delbrueck, Der römische Sarkophag in Melfi, 1913, cit., pp. 299-302..
Anche la kline, come la cassa, è elegantemente decorata. Spicca in questo senso il fregio della parte anteriore, posto sotto il letto, su cui compare un corteo di animali marini fantastici che lottano tra loro.
La decorazione della cassa: interpretazione iconografica Sulla cassa funeraria sono scolpite quindici figure: cinque su ognuno dei lati lunghi, tre nel lato breve sinistro, corrispondente ai piedi della kline e due sul lato breve opposto, al centro delle quali vi è la già menzionata porta dell'Ade.
L'individuazione di quale sia il personaggio raffigurato in ogni singola statua dei lati lunghi è piuttosto incerta e sono state proposte diverse ipotesi identificative. Sulla base dei soggetti che si è ritenuto di riconoscere in queste sculture si è tentato altresì di fornire delle interpretazioni circa il significato allegorico ed escatologico della decorazione della cassa.
L'interpretazione di Richard Delbrueck
La prima proposta di decodificazione del significato della decorazione del sarcofago è quella di Richard Delbrueck. In questa lettura la chiave interpretativa starebbe nelle figure femminili al centro del lato frontale, del lato posteriore e di quello breve a sinistra (il lato breve di destra, come rilevato, al centro presenta l'ingresso degli inferi). Per l'archeologo queste tre figure vanno individuate: in Kore, al centro del fronte, cioè Persefone (o alla latina Proserpina), in Afrodite, la scultura centrale del retro e, nel lato sinistro, la donna raffigurata sarebbe infine ElenaRichard Delbrueck, Der römische Sarkophag in Melfi, 1913, cit., pp. 284-298..