L'amministrazione di George H. W. Bush
Il repubblicano George H. W. Bush, già vicepresidente di Ronald Reagan, vinse le elezioni presidenziali del 1988, battendo lo sfidante democratico Michael Dukakis, governatore del Massachusetts.
La fine del comunismo Durante la Guerra Fredda, la divisione del mondo in due blocchi rivali era servita a legittimare una grande alleanza non solo con i paesi dell'Europa e la NATO, ma anche con molti paesi del mondo in via di sviluppo. A partire dalla fine degli anni 1980, i regimi del Patto di Varsavia cominciarono a collassare in rapida successione. La "Caduta del Muro di Berlino" fu vista come un simbolo della caduta dei governi comunisti dell'Europa Orientale. Le relazioni sovietico-americane migliorarono molto nella seconda metà del decennio, con la firma del trattato sulle forze nucleari a medio raggio nel 1987, il ritiro delle forze d'occupazione sovietiche in Afghanistan e delle truppe cubane in Angola.
Questi sviluppi tolsero le motivazioni per fornire sostegno a governi repressivi come quello del Cile e della Corea del Sud, che subirono dei processi di democratizzazione nello stesso periodo che riguardò le nazioni del Patto di Varsavia. Alcuni commentatori statunitensi ritenevano che questo rilassamento nelle relazioni tra le due più grandi potenze della Guerra Fredda dovesse portare a riscuotere un "dividendo di pace", e le spese del governo statunitense destinate alla difesa si sarebbero ridotte drasticamente. Questo argomento andò a perdersi nel dibattito politico con l'inizio della Guerra del Golfo. Il presidente Bush sostenne l'emergere di "un nuovo ordine mondiale... più libero dalla minaccia del terrore, più forte nel perseguimento della giustizia, e più sicuro nella ricerca della pace. Un'era nella quale le nazioni del mondo, Est e Ovest, Nord e Sud, possono prosperare e vivere in armonia."
Le agitazioni nazionaliste per l'indipendenza nei Paesi Baltici, portarono prima la Lituania e quindi Estonia e Lettonia a dichiarare l'indipendenza dall'Unione Sovietica. Il 26 dicembre 1991 l'URSS venne sciolta ufficialmente, spezzandosi nelle quindici parti costituenti. La Guerra Fredda era finita, e il vuoto lasciato dal collasso di alcuni governi, come in Jugoslavia e in Somalia, svelò o riaccese sanguinosi scontri etnici sedati per decenni da governi autoritari. Mentre esisteva una certa riluttanza nell'opinione pubblica statunitense, e anche all'interno del governo, a venire coinvolti in conflitti locali in cui non erano in gioco, o lo erano poco, gli interessi americani; queste crisi servirono come base per il rinnovo delle alleanze occidentali, mentre il comunismo diventava sempre meno rilevante. Per questo, il presidente Clinton avrebbe dichiarato nel suo discorso inaugurale: "Oggi, mentre un vecchio ordine se ne va, il nuovo mondo è più libero ma meno stabile. Il collasso del comunismo ha fatto avanzare vecchie animosità e nuovi pericoli. Chiaramente l'America deve continuare a guidare il mondo che così tanto abbiamo fatto per costruire."
A partire dalla sua fine, gli USA cercarono di rivitalizzare le strutture istituzionali della Guerra Fredda, in particolare la NATO, oltre che istituzioni multilaterali come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale, attraverso le quali promuovere riforme economiche in senso capitalistico a livello globale. Per la NATO venne prevista un'espansione iniziale a Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, per poi allargarsi ancora più a est abbracciando addirittura gli stati ex-URSS. In aggiunta, la politica statunitense pose un'enfasi speciale sul neoliberale "Washington Consensus", che si manifestò nel North American Free Trade Agreement (NAFTA), che entrò in vigore nel 1994.
Gli USA compirono spesso delle mosse per sanzionare economicamente nazioni che si diceva sponsorizzassero il terrorismo, fossero impegnate nella proliferazione di armi di distruzione di massa o commettessero gravi violazioni dei diritti umani. Ci fu talvolta consenso per queste mosse, come ad esempio per l'embargo deciso da USA ed Europa sulla vendita di armi alla Repubblica Popolare Cinese, dopo che questa soppresse con la violenza le proteste di piazza Tienanmen del 1989, e per le sanzioni imposte all'Iraq dal Consiglio di Sicurezza dell'ONU, dopo la sua invasione del Kuwait. Il sostegno per altre sanzioni unilaterali, come quelle su Iran e Cuba, fu invece molto limitato, portando il Congresso a imporre misure per punire le aziende straniere che violavano i termini delle leggi statunitensi.
In un numero di Foreign Affairs del 1999, Samuel P. Huntington scrisse che per rinforzare il proprio status nel mondo del dopo Guerra Fredda, "gli Stati Uniti stanno, tra le altre cose tentando, o vengono percepiti come se stessero tentando, più o meno unilateralmente di fare una delle seguenti cose: fare pressione sulle altre nazioni perché adottino i valori americani e delle pratiche che riguardino i diritti umani e la democrazia; impedire ad altre nazioni di acquisire capacità militari che possano contrastare la superiorità convenzionale americana; far valere la legge americana extraterritorialmente nelle altre società; valutare le nazioni secondo la loro aderenza agli standard americani sui diritti umani, droga, terrorismo, proliferazione nucleare, proliferazione missilistica, e ora anche libertà religiosa; applicare sanzioni contro le nazioni che non soddisfano gli standard americani su questi temi; promuovere gli interessi corporativi americani sotto gli slogan del libero commercio e mercati aperti [NAFTA e GATT sono i principali esempi delle iniziative politiche per il libero commercio degli anni 1990]; modellare le politiche della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale per servire i suddetti interessi corporativi; intervenire nei conflitti locali nei quali ha relativamente pochi interessi diretti; ... ; promuovere la vendita di armi americane tentando al tempo stesso di impedire vendite simili da parte di altre nazioni; costringere alle dimissioni il segretario generale dell'ONU e dettare gli appuntamenti del successore; espandere la NATO inizialmente per includere Polonia, Ungheria, e Repubblica Ceca e nessun altro; intraprendere azioni militari contro l'Iraq e successivamente mantenere rigide sanzioni economiche contro tale regime; e catalogare certe nazioni come 'stati canaglia', escludendoli dalle istituzioni globali..."Samuel Huntington, The Lonely Superpower, Foreign Affairs, marzo/aprile 1999, 37-8.
Max Boot, un altro influente commentatore contemporaneo della politica statunitense, sostiene che il vero obiettivo ambizioso degli USA nel periodo post Guerra Fredda "mira ad instillare la democrazia in terre che hanno conosciuto la tirannia, nella speranza che facendo così si cortocircuitino terrorismo, aggressione militare e proliferazione di armi." E aggiunge: "Questa è un'impresa ambiziosa, della quale l'esempio meglio riuscito sono la Germania, l'Italia e il Giappone del dopo seconda guerra mondiale. In questi casi, l'esercito statunitense aiutò a trasformare dittature militari in pilastri della democrazia liberale —uno degli sviluppi più significativi del ventesimo secolo."
La guerra del Golfo Persico
La notevole dipendenza del mondo industrializzato dal petrolio, con gran parte delle riserve petrolifere note che si trovano nelle nazioni del Medio Oriente, divenne evidente per gli USA per la prima volta dopo la crisi energetica del 1973 e successivamente dopo la seconda crisi energetica del 1979. Anche se in termini reali durante gli anni 1980 i prezzi del petrolio tornarono a livelli precedenti a quelli del 1973, risultando in una inattesa buona fortuna per le nazioni consumatrici di petrolio (in particolare Nord America, Europa Occidentale e Giappone), le vaste riserve dei principali produttori mediorientali garantirono l'importanza strategica di tale regione. Nei primi anni 1990 la politica del petrolio si dimostrò rischiosa come lo era agli inizi degli anni 1970.
Un conflitto in Medio Oriente innescò una nuova crisi internazionale il 2 agosto 1990, quando l'Iraq invase e tentò di annettersi il confinante Kuwait, per renderlo la sua diciannovesima provincia. Poco prima dell'invasione, l'Iraq si lamentò con il Dipartimento di Stato degli Stati Uniti per le "perforazioni inclinate" del Kuwait. Questo avveniva da anni, ma ora l'Iraq aveva bisogno dei proventi del petrolio per pagare i debiti della Guerra Iran-Iraq e evitare una crisi economica. Saddam Hussein ordinò alle truppe di recarsi sul confine kuwaitiano, creando allarme per la prospettiva di una invasione. April Glaspie, ambasciatore statunitense in Iraq, si incontrò con Saddam in una riunione di emergenza, dove il presidente iracheno dichiarò la sua intenzione di proseguire i colloqui. Iraq e Kuwait si incontrarono per un'ultima sessione di negoziati, che fallirono. Saddam ordinò quindi alle sue truppe di entrare in Kuwait.
I funzionari statunitensi temevano che il presidente iracheno fosse sull'orlo di un conflitto armato con l'Arabia Saudita, ricca di petrolio e stretta alleata degli USA fin dagli anni 1940. Il mondo occidentale condannò l'invasione come un atto di aggressione; il presidente statunitense George H.W. Bush paragonò Saddam a Hitler e dichiarò che se gli USA e la comunità internazionale non avessero agito, le aggressioni sarebbero state incoraggiate anche in altre parti del mondo.
USA e Regno Unito, due dei cinque membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, convinsero quest'ultimo a dare all'Iraq un ultimatum per lasciare il Kuwait. Il mondo occidentale era determinato a non lasciare che le riserve petrolifere kuwaitiane cadessero nelle mani di Saddam, temendo che ciò avrebbe avuto un grave impatto sull'economia globale. Saddam all'epoca stava spingendo le nazioni esportatrici di petrolio ad alzare i prezzi e abbassare la produzione. Gli occidentali, comunque, ricordarono gli effetti destabilizzanti dell'embargo del petrolio arabo negli anni 1970.
Saddam ignorò l'ultimatum e il Consiglio di Sicurezza dichiarò guerra all'Iraq. Il conflitto ebbe inizio nel gennaio 1991, con le truppe statunitensi che componevano il grosso della coalizione che partecipò all'Operazione Desert Storm. Nel momento in cui le truppe irachene si ritirarono dal Kuwait, a fine febbraio, l'Iraq aveva subito perdite stimate in 20.000 soldati, con alcune fonti che citano fino a 100.000 vittime irachene.
L'amministrazione Clinton Cavalcando il successo della Guerra del Golfo, Bush godette di un elevato gradimento per il suo operato come presidente. Comunque, i problemi economici afflissero la sua amministrazione, e con l'entrata di Ross Perot nella campagna elettorale per le presidenziali del 1992, Bush si trovò in posizione perdente nella gara a tre tra lui, il candidato indipendente Perot e il candidato democratico Bill Clinton.
Clinton entrò in carica come uno dei più giovani presidenti della storia statunitense, e come primo della generazione del baby boom a raggiungere la Casa Bianca. Promettendo di concentrarsi su alcuni dei molti problemi interni degli Stati Uniti e di risolverli, entrò in carica tra molte aspettative, nonostante avesse ricevuto solo il 43% del voto popolare. Venne comunque immediatamente investito da controversie circa il retroterra personale di alcuni dei suoi nominati e da scontri politici che nascevano dal suo annuncio che avrebbe permesso agli omosessuali dichiarati di servire nell'esercito.