Il Beretta MAB 38, contrazione della designazione ufficiale Moschetto Automatico Beretta Mod. 1938, è una pistola mitragliatrice progettata dall’azienda italiana Fabbrica d'Armi Pietro Beretta alla fine degli anni 1930 sotto la direzione di Tullio Marengoni. Camerata per la cartuccia 9 × 19 mm Parabellum, fu adottata inizialmente dalla Polizia dell’Africa Italiana e successivamente distribuita ai reparti del Regio Esercito, della Regia Marina, della Regia Aeronautica e ad altre formazioni armate italiane durante la seconda guerra mondiale.

Considerato uno dei migliori mitra del secondo conflitto mondiale, il MAB 38 si distingueva per l’elevata qualità costruttiva, l’affidabilità e la controllabilità nel tiro automatico, pur risultando relativamente pesante e costoso da produrre rispetto ad altre armi contemporanee della stessa categoria.

Prodotto in numerose varianti sino ai primi anni 1960, il MAB 38 rimase in servizio anche nel dopoguerra presso le forze armate italiane e numerosi corpi di polizia, venendo inoltre esportato in diversi Paesi.

Tecnica e specifiche

Il MAB fu progettato dall'ing. Tullio Marangoni, capo progettista della Beretta, come "moschetto automatico", definizione tecnicamente molto corretta poiché pur impiegando una cartuccia da pistola, la 9 × 19 Parabellum, non era definibile come pistola-mitragliatrice avendo una calciatura in legno simile a quella di un fucile, e peso e ingombro erano pur sempre rilevanti. Il funzionamento era a massa battente, ad otturatore aperto. Per dissipare il calore della canna, quest'ultima era avvolta in un manicotto traforato che, in corrispondenza della volata, presentava un compensatore di rinculo costituito da due asole orizzontali, successivamente sostituite da quattro intagli trasversali.

La manetta di armamento, sul lato destro dell'arma, era svincolata dall'otturatore ed era solidale ad uno sportellino scorrevole che manteneva chiusa la scanalatura di scorrimento impedendo a polvere e sporco di entrare nell'arma. Sul lato sinistro, vi era una sicura a leva. Gli organi di mira, sulla versione iniziale del MAB, erano piuttosto sofisticati per un mitra, essendo un alzo a ritto e cursore graduato fino a 500 metri, distanza peraltro piuttosto ottimistica.

Caratteristica tipica di tutti moschetti automatici Beretta, era il peculiare gruppo di scatto che non aveva selettore di tiro, bensì due grilletti posti in tandem: quello anteriore per il tiro semiautomatico, e quello posteriore per il tiro automatico (a raffica). Ciò per consentire al tiratore di poter istintivamente passare dall'una all'altra modalità, in caso di bisogno, senza manovrare leve o traversini. Era una soluzione brillante ma piuttosto raffinata, che non venne poi ripresa nelle armi Beretta del dopoguerra. Altra raffinatezza tecnica era il percussore flottante con sicurezza automatica contro lo sparo accidentale (vedi sotto), poi sostituito da uno fisso.

Altra caratteristica di rilievo del MAB era la cartuccia utilizzata: trattandosi della prima arma d'ordinanza italiana in calibro 9 × 19, venne prodotta apposta per il MAB una cartuccia ad hoc in questo calibro detta 9mm M1938, del 15% circa più potente delle 9 × 19 militari dell'epoca. Questo migliorava le prestazioni dell'arma, che ovviamente poteva sparare anche qualsiasi cartuccia 9 Parabellum.

Il MAB era prodotto con molta cura, soprattutto nelle prime serie, dove venne addirittura impiegato un calcio in noce nazionale, poi sostituito dal ben più economico faggio, con bruniture profonde di alta qualità e finiture accurate. Nelle versioni 38/42 e 38/44 la necessità imposta dagli eventi bellici di accelerare al massimo la produzione abbassò lievemente il livello delle finiture, che però si mantenne sempre più che buono, per un'arma militare.

Impiego operativo

Sviluppo e adozione

Il Beretta MAB 38 venne sviluppato dalla Fabbrica d'Armi Pietro Beretta come evoluzione dei precedenti moschetti automatici sperimentali realizzati dall’azienda negli anni 1918 e 1930 come l'OVP, il Beretta Modello 18 e la sua successiva evoluzione Beretta Modello 18/30. Sebbene tali modelli non fossero stati adottati dal Regio Esercito, avevano evidenziato caratteristiche considerate promettenti, inducendo l’azienda a proseguire lo sviluppo di armi automatiche individuali.

Nel corso degli anni 1930 il crescente interesse internazionale verso le pistole mitragliatrici influenzò significativamente il progetto. Armi quali la MP 28, la MP 34 e il Thompson avevano infatti dimostrato la crescente importanza di questa categoria di armamento per reparti specializzati, forze di polizia e combattimento ravvicinato, cosa che spinse i vertici militari italiani a bandire dei concorsi per una nuova arma automatica destinata alle forze armate, anche nell'ottica del programma ammodernamento degli equipaggiamenti che stava interessando il Regio Esercito nella seconda metà degli anni '30.

L’arma fu progettata dall’ingegnere Tullio Marengoni, che aveva già progettato o contribuito al progetto della stragrande maggioranza delle armi automatiche italiane dalla Prima Guerra Mondiale agli anni '20, tra il 1935 e il 1937 ed entrò in produzione nel 1938. I primi utilizzatori furono i reparti della Polizia dell’Africa Italiana, dipendenti dal Ministero delle Colonie, che nel 1939 ordinò i primi lotti dell’arma. Anche il Ministero dell’Interno acquistò vari esemplari destinati al Corpo delle guardie di pubblica sicurezza.

Presentato ufficialmente alle autorità militari nel giugno 1938, il MAB venne omologato dall’Ispettorato d’Artiglieria del Regio Esercito, ma la sua adozione procedette inizialmente con lentezza: i vertici militari italiani dell’epoca infatti, ancorati all'idea dell'esercito di massa e grandi assalti della fanteria, consideravano infatti le pistole mitragliatrici armi specialistiche, ritenute poco adatte all’impiego ordinario della fanteria a causa della limitata gittata utile della cartuccia 9 × 19 mm e allo scarso addestramento di base dei coscritti di leva che allora formavano la spina dorsale delle forze armate.

Le prime forniture militari furono quindi destinate, come detto sopra, soprattutto a reparti speciali, all'Arma dei Carabinieri e alle forze di polizia della PAI. Su richiesta del Regio Esercito furono inoltre introdotte alcune modifiche progettuali, fra cui la rimozione della baionetta e la modifica del compensatore di volata, dando origine alla variante MAB 38A.

Seconda guerra mondiale

Le prime forniture del Beretta MAB 38 vennero distribuite in quantitativi limitati principalmente a reparti speciali del Regio Esercito, fra cui paracadutisti e guastatori del Genio, a partire dal 1941. La Regia Marina ne acquistò diverse migliaia di esemplari destinati al Reggimento San Marco e ai reparti di vigilanza, mentre la Regia Aeronautica lo assegnò al reparto ADRA (Arditi Distruttori della Regia Aeronautica).

I rapporti provenienti dalle unità operative furono generalmente positivi e, dal 1942, il Beretta MAB 38 venne distribuito in misura crescente ai principali reparti d’élite italiani, fra cui il 10º Reggimento Arditi, il Battaglione Alpini Sciatori “Monte Cervino”, le divisioni paracadutisti “Folgore” e “Nembo”, i Guastatori del Genio e diversi Battaglioni “M” della MVSN. L’arma vide impiego operativo in diversi teatri della guerra, fra cui il fronte nordafricano — inclusa la Seconda Battaglia di El Alamein —, il fronte orientale, dove venne utilizzata da reparti italiani impegnati sul fronte sovietico, e il settore balcanico dove fu impiegata principalmente dai reparti impegnati in servizio di sicurezza e rastrellamento anti-partigiani.

In tali contesti il MAB si dimostrò particolarmente efficace nel combattimento ravvicinato, nelle azioni d’assalto e nelle operazioni di pattuglia, grazie all’elevata cadenza di fuoco, all’affidabilità meccanica e alla buona controllabilità nel tiro automatico. Sul fronte nordafricano l’arma risultò apprezzata soprattutto nei combattimenti attorno ai capisaldi fortificati, nelle infiltrazioni notturne e negli scontri a breve distanza combattuti da paracadutisti, guastatori e reparti d’assalto, mentre sul fronte orientale venne impiegata durante operazioni di rastrellamento, combattimenti nei centri abitati e difesa ravvicinata delle posizioni.

Le esperienze maturate dai reparti operativi contribuirono a consolidare la reputazione del MAB come una delle migliori pistole mitragliatrici disponibili alle forze armate italiane. Grazie a questa reputazione di affidabilità acquisita dall’arma e alla crescente necessità di armamenti automatici da parte dei Paesi alleati dell’Italia nel corso del conflitto, il Beretta MAB 38 venne esportato anche ad alcuni Stati dell’Asse. Il caso più significativo fu quello del Regno di Romania, che tra il 1941 e il 1942 ordinò e ricevette circa 5.000 esemplari della variante MAB 38A. Più simbolico fu l’ordine effettuato dal Giappone per 300 esemplari di MAB nel 1943 - dei quali appena 50 poterono essere effettivamente consegnati prima dell'armistizio dell'8 settembre- da destinare alla Marina Imperiale: infatti, per l'esiguità dei numeri, viene generalmente interpretato come una fornitura di valutazione o destinata a impieghi specialistici più che come una vera acquisizione su larga scala.

Nonostante ciò, fino al 1943 la maggior parte delle forniture continuò a essere destinata all'Arma dei Carabinieri, alle guardie di pubblica sicurezza e alla Polizia dell’Africa Italiana. La dottrina militare italiana dell’epoca continuava infatti a considerare le pistole mitragliatrici armi complementari, ritenute inadatte a sostituire il fucile d’ordinanza nell’impiego convenzionale della fanteria.

Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 il Beretta MAB 38 divenne una delle principali armi automatiche disponibili nei territori controllati dalla Repubblica Sociale Italiana. La produzione presso la Fabbrica d'Armi Pietro Beretta e le officine subappaltatrici del Nord Italia venne incrementata, mentre le varianti 38/42 e 38/44 introdussero semplificazioni produttive finalizzate ad accelerarne la fabbricazione e ridurne i costi.

Il MAB fu ampiamente impiegato da numerosi reparti della RSI, fra cui unità paracadutiste dell’Aeronautica Nazionale Repubblicana, reparti della Guardia Nazionale Repubblicana, la Legione Autonoma Mobile “Ettore Muti”, le Brigate Nere e vari reparti antipartigiani e controguerriglia. In diversi casi il MAB costituì l’arma individuale predominante dei reparti d’assalto e delle unità mobili impegnate nei combattimenti contro le formazioni partigiane e nelle operazioni di sicurezza interna.

L’arma venne inoltre frequentemente utilizzata dalle formazioni partigiane della Resistenza italiana e jugoslava, le quali ne apprezzavano la potenza di fuoco, l’affidabilità e la robustezza, pur disponendo più comunemente di mitra Sten di produzione britannica, più semplici ed economici. I MAB impiegati dai partigiani provenivano principalmente da catture belliche, sottrazioni ai depositi della RSI o consegne clandestine effettuate da militari italiani dopo l’armistizio.

Anche le forze armate tedesche impiegarono estesamente il MAB dopo l’occupazione dell’Italia settentrionale: infatti sia la Wehrmacht che i reparti combattenti delle Waffen-SS utilizzarono sia esemplari catturati al Regio Esercito dopo l'armistizio, sia armi di nuova produzione fornite direttamente dall’industria italiana nei territori sotto occupazione tedesca. Le varianti del MAB ricevettero denominazioni tedesche ufficiali del tipo “MP 738(i)”, dove la lettera “i” indicava l’origine italiana dell’arma. I militari tedeschi utilizzarono l'arma sia sul fronte italiano che negli altri teatri di operazione come la Francia o il fronte orientale, apprezzando particolarmente la precisione, l’affidabilità e la qualità costruttiva del mitra Beretta, pur considerandolo più pesante e costoso rispetto ad altre pistole mitragliatrici contemporanee.