La pagina illustra i principali castelli, torri di avvistamento e fortificazioni della regione Molise, ripartiti nella provincia di Campobasso e nella provincia di Isernia.
Campobasso - Castello Monforte e mura di cinta
Un'antica pergamena risalente al 1375 conferma l'esistenza di un castello nella città già in tale data, ed è la testimonianza più antica al riguardo. Domina la città a circa 790 m s.l.m., quasi cento in più dell'altitudine media del comune. Una preesistente fortificazione sul detto Monte Croce, è da attribuire all'epoca sannitica (IV-II sec. a.C.), poiché sono state rilevate tracce di mura ciclopiche. Nell'epoca longobarda venne eretta la "Torre Jaluongo", la residenza del barone che comandava dall'alto la cittadella di Campobasso.
Dopo il disastroso terremoto del Sannio del 1456, Campobasso e il fortino angioino erano ridotte in macerie, sicché il feudatario Nicola II Monforte, detto "Cola", ricostruì la cittadina più a valle, oltre la chiesa cimiteriale di San Giorgio, e decise di cingerla con nuove mura di fortificazione, inframmezzate da torri e porte di accesso. Il castello fu eretto a pianta quadrata con quattro torrioni angolari cilindrici, e ingresso rivolto a est, si collegava mediante un'altra torre alla chiesetta di Santa Maria del Monte.
L'area circostante è occupata dal parco della via Matris, un percorso naturalistico che snodandosi lungo il pendio della collina ripercorre le tappe della Via Crucis.
Il castello è inciso su una moneta d'argento da cinque euro coniata dalla Zecca dello Stato nel 2012 per la serie "Italia delle Arti" dedicata alla città di Campobasso.
La nuova cinta muraria edificata dopo il 1456 da Nicola Monforte, è dotata di torri semicircolari, che partono alla cima del Monte della Croce, dove si trovano il castello e la chiesa: le porte più alte erano due: Porta Fredda, per l'ingresso da viale Rimembranze, e Porta di Torre Terzano, che stava presso la chiesa di San Bartolomeo, per l'ingresso dalla città di Campobasso.
Le altre porte: Porta San Paolo, presso la chiesa omonima, in via Salita San Paolo; Porta Santa Maria della Croce, distrutta nel 1864, stava presso la chiesa omonima, accanto a Palazzo Mazzarotta; Porta San Leonardo: immetteva al piazzale San Leonardo, nuovo fulcro cittadino dal XV secolo. Fu rifatta da Carlo Carafa nel 1735, ma demolita nel 1834; Porta Sant'Antonio abate: presso la chiesa omonima, ancora in piedi, posta accanto a un torrione; Porta Mancina: ancora in piedi, si trova sulla strada omonima.
Torre Terzano: è la più famosa della cinta muraria, collegata alla salita della chiesa di San Bartolomeo. Risale al XIII secolo, restaurata poi da Cola Monforte, è nota per una leggenda del XVI secolo, che vuole protagoniste due famiglie rivali: i Trinitari e i Crociati, i cui figli si amavano: Delicata Civerra e Fonzo Mastrangelo; ma proprio per la guerra tra le due famiglie, Delicata fu rinchiusa nella torre affinché non fosse rapita; Fonzo fu costretto a partire per il servizio militare, e Delicata morì di disperazione.
Provincia di Campobasso
Castello Ruffo Castello Ruffo (Baranello): esistente dal XIII secolo, fu posseduto dai conti Ruggo sino al XIX secolo. Edificato sul punto più alto del borgo, svolgeva la funzione di difesa del territorio; con le modifiche apportate alla struttura, la casa palaziata si raccorda alla principale torre a scarpa a pianta circolare. Castello baronale di Bonefro: tra i colli Verzelli e Totaro, sulla destra del torrente Toma, si trova il colle di Bonefro, con il castello posto in maniera dominante. Il castello esisteva dall'epoca angioina, nel XVI secolo fu definito dagli spagnoli "bel castel fuerte". Le prime notizie risalgono al 1049, quando esisteva un fortino normanno, nel XIV secolo la fortezza assunse tale aspetto, con la costruzione di quattro torrioni angolari attorno al perimetro dell'originaria torre maestra. Nel XVI secolo fu residenza del barone, come testimonia un documento del 1531. Il torrione centrale pare risalga al restauro degli Svevi, anche se oggi è molto modificata per un crollo del 1888. L'impianto è quadrato, con quattro torri, di cui tre in parte a scarpata e in parte cilindriche, e una più piccola completamente cilindrica; le facciate del castello presentavano diverse finestre, che si alternavano a balconi. L'ingresso si caratterizza ad arco a sesto acuto in pietra, sorretto da due mensole lapidee, con colonne laterali in pietra. Una volta all'interno, per mezzo di un vestibolo a cortile, si può accedere al piano residenziale attraverso la scalinata.
Delle antiche porte di accesso al borgo, si conservano: porta Mulino, porta Pie' la Terra, porta Fontana, porta Nuova.
Borgo fortificato di Campochiaro
Borgo fortificato di Campochiaro: il paese nel periodo longobardo e poi normanno vede lo spazio circostante l'attuale abitato recintato da mura, che si raccordavano alla torre maestra, ancora esistente, in caso che questa fosse usata come rifugio durante gli attacchi, oltre che sede del potere del barone. Successivamente nel recinto vennero costruite le abitazioni in pietra, e si nota come nel lato est del perimetro murario, le torri siano inglobate nelle case. Sul lato nord le torri mancano, perché la recinzione è posta a strapiombo sulla scarpata; la disposizione delle strade nel primo nucleo ricalcano un sistema radiale, convergente idealmente verso la torre maestra, con andamento a gradoni, favorendo una serie di costruzioni organizzate in modo da sfruttare il pendio naturale del colle; nel secondo nucleo fuori dalle mura le strade sono poste invece, parallelamente alle curve di livello, senza gradonate, presenti soltanto in piccole arterie di collegamento. Nel XVII-XVIII secolo il paese si sviluppò più a valle, con la costruzione di piazze, strade più ampie. Rocca di Campochiaro e torre: la torre cilindrica fu edificata nel IX secolo, posta in importante posizione strategica e difensiva, all'incrocio del tratturo del Matese con il tratturo Pescasseroli-Candela. Ben riconoscibile intorno alla rocca la cinta muraria, che possedeva 9 torri, sul lato meridionale se ne trovano alcune, mentre sul lato orientale è difficile distinguerle, occupate dalle case. La torre maestra è detta "Rocca", posta sul lato opposto alla scarpata, sono presenti due feritoie sul lato rivolto verso il paese, ha impianto cilindrico, costituito da conci di pietra irregolari, esternamente sono visibili dei travicelli, che servivano a sostenere delle travi; non aveva la funzione di dimora del signore, ma solo per scopo militare. Torre costiera di Campomarino: sulla strada statale 16 all'altezza di Campomarino Lido, alla foce del Biferno, si trovava la torre di Campomarino, edificata nel XVI secolo secondo il piano degli spagnoli di fortificare le coste del Regno di Napoli dagli attacchi pirateschi. Secondo Carlo Gambacorta marchese di Celenza, si trovava sulla sponda destra del fiume, dalla parte della masseria Candela, comunicava a nord con il castello Svevo di Termoli, e a sud con torre Saccione, o "torre Fantine", presso Serracapriola. Nel 1568 fu edificata da Cristiano da Villanova, nel 1594 c'è la compilazione della redazione del Gambacorta, che la descrive in buono stato. Nel 1777 è considerata già un rudere.
Castello De Sangro (Casacalenda): il palazzo sorge sull'antico castello, e ha un aspetto tardo cinquecentesco, in più stili, a pianta quadrata irregolare, con bastioni alla base, e un loggiato di finestre sulla porzione a sinistra della facciata. Il castello andò in possesso nel XIV secolo a Riccardo Caracciolo, quando il feudo si chiamava "Casalchilenda", dalla moglie di Giordano di Siracusa, Mattea da Casalchilenda nel 1324. Nello stesso anno Riccardo divenne signore del feudo, ma in seguito al declino degli Angioini, Casacalenda andò a finire nella contea di Montagano. Il palazzo ducale fu ricostruito durante il governo di Pirro Ametrano e Andrea di Capua: l'edificio originario era un semplice fortilizio eretto su una roccia a difesa della borgata, e la stradina entrava da Porta da Capo e usciva da Porta da Piedi. La porta maggiore è stata inglobata nel palazzo, conservando ancora oggi lo stemma ducale. Pirro morì nel 1544, e gli successe il figlio Antonio il quale si sposò con Giulia del Sangro, ne nacquero Pirro, Vittoria e Lucrezia. Alla morte di Ametrano nel 1562, il figlio lo seguì nel 1579, e il feudo con il palazzo passò a Lucrezia, che sposò Antonio di Sangro nel 1580, dando vita al dominio ufficiale dei Sangro su Casacalenda. Ultimo duca di Casacalenda fu Scipione, e dopo l'eversione dal feudalesimo (1805), lasciò il comando ad Antonio nel 1806. Il palazzo divenne una residenza signorile ottocentesca in questi anni, fino a essere poi, nel Novecento, ceduto al comune, che lo restaurò, installandovi un laboratorio cinematografico-teatrale.
Castello d'Evoli (Castropignano): Il castello si trova nella parte nord del paese, in posizione dominante, si erge sulla spianata a strapiombo sulla valle del Biferno, accessibile da via Salita San Marco, poi via Marconi e via Castello. Costruito in prossimità di una struttura fortificata dei Sanniti, era un importante presidio militare a controllo del tratturo Castel di Sangro-Lucera, dove passavano le attività armentizie verso la Puglia. Risale forse all'epoca normanna, ma il suo nome è legato alla famiglia d'Evoli, che lo possedeva già nel XIII secolo, che edificarono la torretta Sud, ammodernarono gli ambienti interni, tra cui le sale di rappresentanza e costruirono il piano sotterraneo per i servi. In passato era caratterizzato da un fossato, sul fronte verso l'abitato, in seguito colmato, una cinta di mura e due grossi torrioni che collegavano il castello al paese.
I locali dovevano essere numerosi, divi in due corpi di fabbrica principali, una leggenda vuole che il castello avesse 365 camere, una per ogni giorno dell'anno, oggi a causa dei danni della guerra, e di restauri troppo tardivi, è andata perduta la scalinata monumentale settecentesca di Silvestri da Sepino e le arcate del loggiato interno, anche se negli ultimi anni del Novecento sono stati eseguiti importanti lavorid i recupero per riportare il castello allo splendore, e renderlo visitabile. La storia del castello inizia con Giovanni d'Evoli barone di Frosolone (Isernia), nobile normanno che lo costruì sotto gli Angiò nel 1362 sopra i resti della rocca sannita, anch'essa edificata sopra fortificazioni preistoriche, come dimostrano i frammenti di ceramica rinvenuti. Dopo Giovanni, Andrea d'Evoli consigliere di Alfonso I d'Aragona, ebbe il castello, e fu così importante nel Regno di Napoli che fu autore del De mena pecundum (1447), un trattato di regole per la circolazione delle greggi sui tratturi.
Nel corso del XV-XVI secolo il castello fu ampliato, divenendo una vera residenza signorile nel 1636, quando era governato da Giambattista D'Evoli, l'interno doveva essere davvero fastoso, ricco di arazzi e tele, che testimoniavano la grandezza economica di questa famiglia, i cui confini territoriali nella Contea Molisana arrivavano sino al confine abruzzese con Capracotta. L'ultimo ampliamento risale al 1683, nel XIX secolo fu venduto, dopo l'eversione dal feudalesimo, ad altre famiglie, che lo spogliarono degli arredi per pagare dei debiti con lo Stato, nei primi anni del Novecento risultava abbandonato, cadde velocemente nel degrado, i bombardamenti della guerra lo danneggiarono, e una parte franò a valle. Di recente, come detto, è stato restaurato, di proprietà della Soprintendenza dei Beni Culturali del Molise.
Al castello è legata alla leggenda dello jus primae noctis: la giovane Fata, di estrazione popolare,appena sposatasi non osò passare la notte di matrimonio col duca, e preferì suicidarsi; oggi a Castropignano, presso il burrone roccioso si trova il cosiddetto "cantone" della Fata, dove la ragazza si sarebbe gettata.