La storia di Schio è caratterizzata da una lenta ma costante evoluzione del suo centro urbano attraverso i secoli, fino alla vertiginosa crescita ottocentesca determinata dallo sviluppo industriale del settore laniero.
Epoca antica
Nonostante il nome sia relativamente recente, Schio non è una città di recente fondazione. Le prime tracce della presenza dell'uomo in questo territorio risalgono all'epoca preistorica e vengono documentate da una vasta serie di reperti archeologici rinvenuti in zona. Nell'area archeologica detta "del castello di Schio", alla fine del XVIII secolo Gaetano Maccà disse di aver letto l'iscrizione "Ab euganeis constructum"Gaetano Maccà, Storia del territorio vicentino.. Successivamente, Alessio De Bon, p. 55 affermò che in quest'area esisteva una stazione antichissima, preromana, abitata da genti che avevano la stessa civiltà di Este durante i periodi del bronzo e del ferro, dal XVI all'VIII secolo a.C..
Allo sbocco della Val Leogra e non lontana dalla Valle dell'Astico, Schio si trovò sempre in una posizione strategica rispetto alle vie di comunicazione: la strada preromana Pista dei Veneti. attraversava l'abitato.
I Romani giunsero nella pianura veneta nel II secolo a.C. e vi costruirono numerose strade, come la via Postumia e altre che si dipartivano a raggiera da Vicenza, e quella che, uscendo dalla città, giungeva in zona pedemontana seguendo il torrente Orolo. Tuttavia la zona di Schio non fu sottoposta alla centuriazione, tranne che una piccola porzione di territorio nei pressi di Giavenale.
La presenza romana è documentata da una lapide, oggetti in marmo e in bronzo ritrovati presso San Martino., da un'iscrizione murata all'interno della chiesetta di Santa Giustina a Giavenale. Ai confini tra Schio e Santorso in località Cabrelle esiste una vasta sopraelevazione artificiale a pianta quadrata, di circa di lato, che si ritiene essere stato un antico trinceramento romano. Nel 2012 a circa un chilometro di distanza da tale insediamento romano sono stati rinvenuti numerosi corredi funebri databili al III secolo d.C.
Medioevo Poco o nulla si sa della tarda antichità e del primo Medioevo. Nel 568 scesero in Italia i Longobardi. Numerosi reperti testimoniano la loro presenza nella zona di Schio, che faceva parte del ducato di Vicenza. La prima citazione nota del toponimo Scledum riguarda un documento del 983 stilato dal vescovo di Vicenza Rodolfo e riguardante una donazione ai monaci di San Felice: in tale documento viene citata una curtisNel periodo alto medioevale per curtis (corte) si intendeva una villa con funzioni agricole dotata di strutture, edifici, personale addetto alla lavorazione della terra e all'allevamento del bestiame ubicata sul colle Gorzone, si ritiene quindi che al tempo non esistesse ancora la cappella di San Pietro (il futuro duomo)..
Il vicus di Schio si sviluppò già a nel corso dell'XI secolo in seguito alla bonifica del territorio operata dai benedettini, attorno a un quadrivio formato dall'incrocio delle maggiori vie commerciali (ovvero l'intersezione tra la strada che collegava Magrè a Santorso e quella che metteva in collegamento Vicenza e Trento attraverso la Vallarsa) denominato Corobbo, in prossimità del castello e del duomo..
Durante l'XI e il XII secolo forte fu la contrapposizione tra i vescovi di Vicenza e i conti Maltraversi, che da essi avevano ricevuto i feudi di Malo, Schio e Santorso sulla destra del Leogra, ma che tentavano di usurparli. La contrapposizione portò all'uccisione, nel 1184, del vescovo di Vicenza Giovanni de Surdis Cacciafronte da parte di un sicario di Malo, di nome Pietro, probabilmente su mandato del conte Uguccione Maltraversi. Dopo questi fatti i Maltraversi furono privati di alcuni loro feudi e castelli nel vicentino.I maltraversi in seguito a questi fatti caddero in disgrazia e vennero sottratti loro i feudi di Isola, Montecchio Precalcino, Costabissara, e i castelli di Torrebelvicino, Pievebelvicino, Magrè e Malo, ma conservarono quelli di Schio, Sessegolo, Meda e Santorso (Ezio Maria Simini, I Maltraverso. l'antica casata dei Signori di Schio, p 196-197, volumetto della serie Quaderni di storia e cultura scledense, 2008). Le dispute non cessarono con la morte del Cacciafronte e il successivo vescovo Pistore fu ucciso nel 1200 presso il castello di Pievebelvicino, in uno scontro con il conte Uguccione che aveva riconquistato il feudo vescovile, sottraendolo ai da VivaroEzio Maria Simini, I Maltraverso. l'antica casata dei Signori di Schio, p 198, volumetto della serie Quaderni di storia e cultura scledense, 2008.
Non è ben chiaro il momento in cui nacque il Comune, forse già nel 1228., ma i primi documenti ritrovati sono datati 1275 e riguardano l'alienazione di beni comitali. Risale comunque a questo periodo lo scavo della Roggia Maestra, primo motore del futuro sviluppo economico di Schio. Il periodo medioevale fu molto travagliato da un punto di vista politico, in quanto si susseguirono numerosi dominanti.
Durante il Basso Medioevo, Schio rimase un feudo di famiglie signorili e seguì le sorti di Vicenza nei diversi periodi della sua soggezione a potenze regionali esterne: fu dei conti Maltraversi fino alla signoria di Ezzelino III da Romano (1236-1259), poi di nuovo dei Maltraversi, ma la casata era ormai in declino, tanto che Guido III Maltraverso chiese ai comuni di Schio e Santorso di poter far abitare dai tedeschi i colli circostanti - di proprietà appunto dei comuni; Schio passò poi sotto il controllo degli ScrovegniI beni dei Maltraversi vennero infatti confiscati dal Comune di Vicenza, controllato dai padovani, e nel 1296/97 Enrico Scrovegni divenne Signore di Schio (Ezio Maria Simini, I Maltraverso. l'antica casata dei Signori di Schio, p 207, volumetto della serie Quaderni di storia e cultura scledense, 2008) prima e dei Lemici poiVitaliano de' Lemici comprò il pagus comitis Beroardi, cioè la signoria di Schio, con una somma irrisoria. V. Mantese, Storia di Schio, p. 219 ss.., quando Vicenza fu soggetta a Padova (1266-1311).
Agli inizi del Trecento il passaggio sotto la dominazione scaligera (1311-1387) non fu indolore: i padovani, prima di essere sconfitti, devastarono tutto il territorio (compreso quello scledense) con orrendi saccheggi. La zona di Schio divenne feudo dei NogarolaA Dinadiano Nogarola, figlio di Ballardino, il feudo fu portato in dote da Caterina, figlia di Beroardo Maltraversi. . La signoria dei Nogarola sulla terra di Schio non aveva nulla a che vedere con l'antica signoria feudale, la quale era già stata spogliata di ogni giurisdizione con l'affermarsi del Comune locale, che a sua volta dipendeva da quello di Vicenza; i Nogarola non potevano interferire con la vita pubblica scledense ed erano completamente soggetti all'autorità comunale. A quel tempo il territorio fu organizzato e fu istituito un controllo diretto del signore: durante il periodo scaligero a Schio risiedeva un capitanio, sostituito da un vicario nominato direttamente da Giangaleazzo nel periodo visconteo (1387-1404).. Nel 1311 Schio contava 300 famiglie, corrispondenti a circa / abitanti..
Intorno alla metà del Trecento, durante la dominazione scaligera, Schio divenne sede di vicariato civile, che comprendeva nella sua giurisdizione amministrativa diversi paesi del territorio, oggi compreso nei comuni di Arsiero, Caltrano, Cogollo, Laghi, Lastebasse, Marano, Pedemonte, Piovene Rocchette, Posina, San Vito di Leguzzano, Tonezza, Torrebelvicino, Valdastico, Valli del Pasubio, Velo d'Astico..
Verso la fine del secolo in città fu instaurata un'effimera signoria - gradita agli scledensi che cercavano di emanciparsi dal troppo rigido controllo del Comune di Vicenza - nella persona di Giorgio Cavalli, appartenente a una nobile famiglia veronese che si era distinta durante la signoria scaligera, ma nell'ottobre 1387 era al servizio di Venceslao di Lussemburgo come consigliere imperiale e in quella sede interpose i suoi buoni uffici in favore di Giangaleazzo Visconti per farlo nominare duca di Milano. Contemporaneamente a questa nomina, il 13 ottobre 1386 l'imperatore investì Giorgio Cavalli dell'antico comitato di Santorso, a suo tempo appartenuto ai Maltraversi. Giangaleazzo impose ai vicentini di rispettare questo privilegio, che comportava una riduzione della giurisdizione del Comune di Vicenza. Nello stesso tempo Venceslao cedette in feudo al Cavalli, per una somma annua di fiorini, anche Schio, Torre e Pievebelvicino, giustificando tale generosità con il fatto che il Cavalli aveva lavorato a servizio suo e dell'impero.Venceslao di Lussemburgo concesse al Cavalli anche il diritto di impossessarsi dell'arma della famiglia Maltraversi, ormai estinta nel ramo vicentino (Ezio Maria Simini, I Maltraverso. l'antica casata dei Signori di Schio, p 216, volumetto della serie Quaderni di storia e cultura scledense, 2008).
Ai Cavalli il feudo rimase nei pochi anni ancora restanti del periodo visconteo (1387-1404). Dopo la dedizione di Vicenza a Venezia, Giorgio Cavalli rinunciò al comitato e si pose al servizio della Serenissima. Schio, che nel 1393 compilò i propri statuti comunaliDetti statuti si basavano comunque su un testo più antico, andato però perduto (rif Il Tretto. La sua gente. La sua storia, Angelo Saccardo, Edizioni Restart a.p.s., 2020, p.47), tra la fine del Trecento e l'inizio del Quattrocento aveva approssimativamente abitanti., nello stesso periodo la confraternita dei Battuti fondò la prima istituzione ospedaliera scledenseGiorgio Zacchello, Chiara Rigoni, La Chiesa di S. Giacomo, restaurata, Parrocchia di S. Pietro Apostolo Schio, 2001, che non svolgeva però funzioni assistenziali ma si limitava a fornire un ricovero ai pellegriniPaolo Snichelotto, Voglio che sii erretto un hospitale qui in Schio: l'ospedale Baratto dalle origini al Primo Novecento, in ..
La Chiesa scledense nel Medioevo
Alla fine del X secolo i benedettini del monastero di San Felice di Vicenza avevano curtes, insediamenti e cappelle lungo tutta l'antica strada romana che da Vicenza portava alla Valle dell'Astico, e quindi anche a Schio, dove nel 983 il vescovo Rodolfo donava loro in Scledo curtem que vocatur Garzone, con un privilegium in cui non si fa parola di una cappella. Altri possedimenti in zona appartenevano al vescovo e ai canonici della cattedrale di Vicenza, che da essi riscuotevano le decime..
La cappella S. Petri de Garzone (al posto della quale ora sorge il duomo di Schio, ancora dedicato a san Pietro) viene invece citata da un successivo privilegium del vescovo Liudigerio nel 1064, ma questa volta come proprietà delle benedettine del monastero di San Pietro in Vicenza (da cui forse la dedicazione dell'edificio), atto confermato nel 1123 da papa Callisto II, che alle stesse monache confermava anche la pieve di Belvicino con tutte le cappelle a esse soggette; nello stesso documento veniva ufficializzato il trasferimento della sede pievana dalla chiesa matrice di Pievebelvicino a quella di San Pietro a Schio (i riti battesimali di Pasqua e Pentecoste continuarono però a esser celebrati nella vecchia chiesa di Santa Maria a PievebelvicinoEdoardo Ghiotto, Giorgio Zacchello "Schio, una città da scoprire - L'edilizia sacra", edizione Comune di Schio, 2003); San Pietro diventerà sede pievana in maniera definitiva solo nel 1453. Sembra che la cappella di San Pietro sia stata costruita sulle rovine di una Warte (torre di osservazione) longobarda, da cui derivò il nome di Warzone poi Garzone (oggi Gorzone).
Presso l'antica chiesa di san Martino i benedettini di San Felice stabilirono un priorato, sicuramente esistente nel 1186 - allora dipendente dalla pieve di Malo - e che sopravvisse fino alla soppressione napoleonica. Già nel XIV secolo, però, la vita benedettina si era estinta a San Martino e al priorato restava solo il possedimento; come priore i monaci di San Felice nominavano un sacerdote secolare, che però non era gradito dagli scledensi...
Repubblica veneta (1406-1797)