La storia della scenografia è lo studio dello sviluppo degli elementi scenici utilizzati nelle rappresentazioni teatrali.
Poiché fino a pochi decenni fa lo scenografo era la medesima persona che si occupava anche dell'ideazione dei macchinari necessari alla realizzazione delle proprie scenografie, la storia della scenografia e quella della scenotecnica non possono essere facilmente distinte.
L'epoca antica Per quanto riguarda l'epoca classica le nozioni da noi possedute sono poche e di scarsa precisione, non esistono né i macchinari utilizzati né i fogli sui quali è avvenuta la loro progettazione. La fonte principale dalla quale è possibile trarre delle informazioni è il trattato De architectura di Vitruvio, il quale racconta dell'utilizzo di un determinato meccanismo di colonne triangolari girevoli utilizzato per il mutamento visibile della scena definiti in latino trìgoni versàtiles, ma molto più conosciuti con il nome greco di Periaktoi, ribattezzati anche Periatti in epoca rinascimentale.
Questi triangoli girevoli, introdotti nel teatro greco in un periodo non meglio precisato, recavano su ogni lato un'immagine che facesse da sfondo alla rappresentazione. Per quanto concerne il loro utilizzo nel mondo antico le teorie sono contrastanti, poiché vi è chi sostiene che, essendo in vigore in quegli anni le norme di unità aristoteliche, non servissero per mutare la localizzazione della scena all'interno della rappresentazione ma che avessero come scopo quello di indicare quale genere fosse in corso di rappresentazione: non a caso difatti sono triedrici, mostrando quindi tanti lati quanti sono i generi letterari teatrali del mondo antico: Tragedia, Commedia e Satira. Non è possibile stabilire le dimensioni reali dei periaktoi nel mondo antico e nemmeno quale fosse il meccanismo utilizzato per metterli in azione, così come è impossibile stabilirlo per tutti macchinari che era possibile trovare sul palco dell'epoca.
Per quanto riguarda invece il fondale scenico sappiamo che il primo trattato di pittura della storia occidentale risale all'epoca greca per opera di Agatarco di Samo, ed è riferito a un fondale prospettico realizzato per una rappresentazione teatrale di Eschilo. Questo fondale venne utilizzato nel 460 a.C. e ne danno notizia anche Democrito, Anassagora, Apollodoro di Atene e altri.
Riguardo al sipario, del quale non si hanno informazioni certe, si può ipotizzare che fosse a salita oppure composto di due parti che si richiudevano a scorrimento verso l'interno scorrendo in un solco. Dall'Onomastikon di Giulio Polluce, grammatico di origine egiziana del II secolo d.C., traiamo informazioni anche sull'utilizzo di altre tipologie di macchinari utilizzati sul palco quali macchine per i voli, utilizzate soprattutto per l'apparizione delle divinità sulla scena, piattaforme su ruote con movimento di andata e ritorno o con movimento rotatorio, botole aperte sul piano del palcoscenico per l'entrata o l'uscita di altri apparati da sotto il palco nonché l'utilizzo dei macchinari progettati per riprodurre dei rumori naturali, come ad esempio la macchina per simulare per il tuono.
Per ciò che concerne i macchinari utilizzati per l'ingresso delle divinità in scena vale la pena citare l'espressione Deus ex machina, la quale è una frase latina a sua volta mutuata dal greco "ἀπὸ μηχανὴς θεός" ("apó mēkanḗs theós"): "il dio che viene dalla macchina". Era definita mechàne o aioréma (elevatore) la piattaforma di legno, mossa da funi tramite argani e carrucole che faceva calare in scena dall'alto la figura della divinità; di questo espediente scenotecnico dovette servirsi abbondantemente Euripide, nei cui testi sono ricorrenti le apparizioni di dèi. Un altro dispositivo con funzione analoga doveva essere il teologheion: una piattaforma, probabilmente fissa, al di sopra della skené, di cui forse era addirittura il soffitto, atto a ospitare apparizioni divine.
Non si hanno notizie della sua altezza anche se in un testo di Euripide si trova un personaggio che deve compiere un balzo in scena dal teologheion. Con la stessa funzione viene citata anche un macchinario chiamato gheranòs (gru) quindi un braccio mobile al quale era fissata una fune che consentiva calare in scena una divinità volante. Un'altra macchina per le entrate era l'ekkyklema, un carrello con ruote spinto in scena dalla porta centrale mentre per le apoteosi o le divinizzazioni veniva utilizzato lo strofeion (o macchina per le apoteosi) la cui ricostruzione risulta oggi impossibile: forse era un'impalcatura fissa, oppure una macchina elevatrice. Un meccanismo invece dal funzionamento facilmente intuibile prende il nome di anapiesma e indica la botola per l'uscita di divinità sotterranee.
Altre notizie al riguardo dell'utilizzo teatrale di macchinari giungono a noi da testi prettamente letterari scritti da autori esterni al mondo della teatralità. Apuleio cita l'utilizzo del sipario, la costruzione di una scenografia lignea e la presenza sulla scena di una montagna coperta di piante vere, la quale viene fatta sprofondare sotto la linea del palco tramite l'ausilio di botole e macchine elevatrici.
È inoltre conosciuto l'utilizzo di due macchine dagli usi molto particolari: il keraunoskopeion e il bronteion, utilizzate rispettivamente per simulare i fulmini e i tuoni. Purtroppo non è possibile approfondire oltre l'utilizzo della scenotecnica nel teatro dell'epoca classica. Tanto grande fu il sapere e la cultura di quel mondo che quando cadde su di esso la rovina fu a esso proporzionata.
Parlando dell'epoca classica, a causa della scarsità delle fonti, è facile dimenticare che trascorsero circa mille anni dalla prima esperienza del teatro ad Atene fino al crollo del mondo antico ed è intuibile la complessità che potrebbe avere l'argomento se si disponesse di maggiori fonti e quanto la storia del teatro classico possa essere ben più variegata di come noi a distanza di altri quindici secoli dalla sua fine riusciamo a studiarla.
L'epoca medievale Riguardo alla scenotecnica in epoca medievale, le fonti documentarie al riguardo sono ancor più scarse che per i secoli precedenti. L'irrigidimento della vita culturale seguito alle invasioni barbariche e lo scarso successo del teatro presso la comunità cristiana sancì la crisi del teatro, specie quello legato allo stupore visuale e all'illusione scenica.
A Bisanzio, che mantenne anche nel medioevo un legame privilegiato con la civiltà classica tanto da conservare l'uso della lingua greca, il teatro non venne più utilizzato per accogliere le assemblee cittadine, come nell'Atene del V secolo. Al suo posto vennero utilizzati arene e ippodromi, retaggio della cultura romana dopo sette secoli di dominio.
A Costantinopoli il teatro non esistette fino al periodo iconoclasta, poiché fortemente osteggiato dalla chiesa bizantina, molto più fervente, colta e presente sul territorio di quella romana a Occidente. Solo più tardi (IX-XI secolo) il teatro visse una rinascita sotto forma esclusiva di sacra rappresentazione. Le informazioni sul teatro non religioso, invece, sono molto scarse, conoscendosi a stento i nomi degli autori ed essendovi incertezza anche sui soggetti rappresentati.
Quando si avverte la necessità di promuovere la rinascita della società civile nei suoi valori fondamentali, dopo la caduta degli ideali e dei valori passati, il teatro ritorna a essere nuovamente e fortemente legato a tematiche religiose, così come doveva esserlo alle origini, ovvero circa un millennio prima. Il teatro tornava così a far parte della vita sociale, in forma diversa, ma pur sempre come mezzo per assurgere a una verità o a uno stato spirituale superiore.
Nel mediterraneo occidentale si parla di "dramma medioevale" con riferimento all'esperienza del teatro religioso, liturgico o meno. La collocazione privilegiata dal dramma medioevale erano le basiliche e le piazze. Quando la rappresentazione veniva tenuta in una basilica la disposizione dei luoghi era legata alla pianta dell'edificio: solitamente le navate e le cappelle laterali erano occupate da personaggi o gruppi di personaggi diversi, mentre la Crocifissione, la deposizione di Cristo, e la Resurrezione avevano luogo presso l'altare maggiore. Rappresentazione di inferi e dannati trovava naturale collocazione nella cripta sottostante il presbiterio.
Col Rinascimento inizia progressivamente a farsi nuovamente strada l'uso di macchinari scenici, utilizzati soprattutto per il volo degli angeli e per la calata di glorie celesti.
Il Rinascimento Filippo Brunelleschi A cavallo fra il Medioevo e il Rinascimento fa la sua comparsa nel mondo teatrale l'architetto fiorentino Filippo Brunelleschi, il quale apportò un cambiamento radicale nella concezione della scenografia e di conseguenza anche della scenotecnica. Uscito sconfitto dal confronto con il Ghiberti nel concorso per i pannelli del portale del battistero di Firenze, vendette un piccolo podere e con il denaro da esso ricavato si recò in viaggio a Roma accompagnato dal concittadino Donatello.
Al proprio ritorno nella città natale dall'antica capitale della classicità, punto di arrivo di ogni esperienza culturale, artistica e tecnica del mondo antico, non portò con sé solo un nuovo modo di costruire edifici ma un modo di concepire razionalmente lo spazio applicabile a ogni campo del sapere: riscoprì l'uso geometrico dello spazio e la prospettiva come regola per modellarlo.
Dopo quasi un millennio di oblio ritornò così sulle scene il fondale prospettico, attestato per la prima volta nel IV secolo a.C. per una tragedia di Eschilo. La fama di Filippo Brunelleschi come scenografo e scenotecnico venne decisamente oscurata da quella dell'architetto; tuttavia Giorgio Vasari nelle sue Vite cita un episodio che rimase a lungo nelle memorie dei fiorentini:
Con la parola "ingegni" il Vasari si riferisce ai macchinari progettati dal Brunelleschi per le sacre rappresentazioni del 1439, quando a Firenze giunsero il papa Eugenio IV e l'Imperatore d'Oriente Giovanni VIII Paleologo per riunirsi nel concilio di Firenze.
Spinto dall'avanzare delle armate turche di fede islamica, l'imperatore bizantino si recò in Italia per chiedere appoggio dagli stati cattolici confidando in una comune spinta verso la difesa della cristianità.
Roma e Costantinopoli, le due grandi metropoli che recavano ancora nel proprio tessuto urbano il retaggio della cultura classica, si incontrarono nella città che per prima raccolse questa eredità, nell'unica altra città che possedesse le conoscenze necessarie per erigere una cupola in muratura. All'epoca difatti erano solo tre le città del mondo occidentale in cui si potevano ammirare tali costruzioni.
Dai piedi del Pantheon e di Santa Sofia, le due delegazioni si congiunsero presso la nuovissima, e ancora in costruzione, cupola di Santa Maria del Fiore di Firenze, non ancora completata, con gli intenti migliori per trovare un concordato bilaterale.
Tuttavia furono i rancori delle antiche e irrisolte controversie cristologiche, protrattesi per circa otto secoli fra le due dottrine cristiane, a prevalere nel dibattito. Per la curia romana si profilò la possibilità di ottenere una completa vittoria sul fiero rivale orientale del passato ora ridotto a poco più che uno stato cittadino. Di fronte alla situazione disastrosa in cui versavano gli eredi diretti dei cesari del passato venne deciso di dispiegare un enorme apparato in grado di stupire profondamente la controparte e di dimostrare il grande divario tecnologico, civile e culturale al quale si era giunti.
Per il cattolicesimo era in gioco la tanto attesa unificazione dell'intera cristianità al disotto del seggio pontificio romano; per l'ortodossia si trattava invece della sopravvivenza nel suo luogo più importante. Per stupire la delegazione e l'imperatore bizantino non venne trovato nulla di meglio che un grande colpo di teatro.