La battaglia di Mogadiscio fu uno scontro di vaste proporzioni svoltosi nella capitale somala tra il 3 ed il 4 ottobre del 1993, nel corso dell'operazione Restore Hope. Questa operazione, iniziata sotto l'egida delle Nazioni Unite, ha visto il susseguirsi di svariati scontri a fuoco di elevata intensità, che hanno coinvolto truppe statunitensi, pakistane, malesi e di altre nazioni partecipanti all'operazione.

Tra questi scontri, tre in particolare si elevarono (per intensità e numero di vittime) al di sopra degli altri (che costituivano il quotidiano stillicidio del popolo somalo e di chi cercava di portargli aiuto); gli ultimi due assursero al ruolo poco felice di vere e proprie battaglie, con il concorso di unità meccanizzate, centinaia di soldati e vari velivoli di appoggio da parte delle forze UNITAF, contro migliaia di miliziani somali armati di armi automatiche, mitragliatrici e razzi anticarro, oltre che dell'uso strumentale della popolazione civile (come scudo umano).

Sulla battaglia è stato scritto un saggio storico da Mark Bowden Black Hawk Down: A Story of Modern War e pubblicato per la prima volta negli Stati Uniti d'America nel febbraio 1999. Il libro che tratta della battaglia di Mogadiscio, è stato pubblicato lo stesso anno in Italia da Rizzoli con il titolo Falco nero. Il film Black Hawk Down - Black Hawk abbattuto è basato su questo libro.

Premesse Nel 1991, in Somalia, si chiudeva il lungo periodo di potere del generale Siad Barre. Tale periodo perdurava dal 1969, anno nel quale un colpo di Stato aveva condotto il paese ad una organizzazione sociale e statale stabile, anche se sotto la forma di una dittatura.

Ad essa si sostituiva un periodo di instabilità e di scontri tra varie fazioni armate su base tribale, controllate da signori della guerra locali, nessuna delle quali in grado di prevalere sulle altre. Queste fazioni erano dotate di armi automatiche individuali, come il diffusissimo AK-47 Kalashnikov, ma spesso anche di mitragliatrici pesanti e lanciarazzi anticarro portatili come l'RPG-7. Le bande si spostavano su mezzi del genere più svariato, ma in particolare su fuoristrada e pick-up, ai quali spesso veniva aggiunto un supporto per una mitragliatrice o un cannone senza rinculo; questi mezzi venivano definiti in gergo, dalle forze ONU, tecniche (technical in inglese).

Le Nazioni Unite, con la risoluzione n. 751 del 24 aprile 1992, votata dal Consiglio di sicurezza, autorizzavano l'operazione UNOSOM I (United Nations Operation in Somalia) con 4000 militari e circa 200 civili, al fine di sorvegliare la fragile tregua tra le fazioni e coadiuvare le varie organizzazioni non governative presenti sul territorio. Il 3 dicembre 1992, con la risoluzione n. 794, il Consiglio di Sicurezza autorizzava l'impiego di una forza multinazionale denominata UNOSOM II, che avrebbe dovuto ripristinare la sicurezza locale e favorire l'eventuale reinsediamento di un governo legittimo; quest'ultima operazione è nota con il nome Restore Hope ("Restaurare la Speranza").

Ad essa seguirono vari episodi, tra i quali i tre descritti in seguito, che portarono invece le Nazioni Unite a dichiarare fallita la missione e a decidere il reimbarco dei contingenti internazionali. Il 16 dicembre 1994, su richiesta delle Nazioni Unite, gli Stati Uniti accettarono di guidare una forza multinazionale, costituita al fine di permettere alle forze dell'UNOSOM ancora presenti sul territorio di raggiungere Mogadiscio e di reimbarcarsi in condizioni di sicurezza.

La battaglia della Radio

Il 5 giugno 1993 forze pakistane, facenti parte dell'UNOSOM, tentarono di occupare la sede della radio di Mogadiscio, utilizzata da una delle fazioni in lotta, che faceva capo a Mohammed Farah Aidid. La radio veniva usata dai miliziani per diffondere proclami inneggianti alla resistenza contro le truppe ONU, descritte come "invasori". La reazione dei guerriglieri somali fu violenta e, nello scontro che ne seguì, morirono 23 militari pakistani. I soldati superstiti furono costretti ad asserragliarsi all'interno della Manifattura Tabacchi. Intervenne quindi in aiuto oltre ad una forza di para' francesi una forza italiana meccanizzata, composta da blindati, carabinieri del 1º Reggimento carabinieri paracadutisti "Tuscania" e incursori paracadutisti del 9º Reggimento d'assalto paracadutisti "Col Moschin". Le forze italiane, più con la persuasione e la tattica che con l'uso della forza, riuscirono a togliere i militari pakistani dalla spinosa situazione e recuperarono i cadaveri dei pakistani caduti.

La battaglia del pastificio

Il 2 luglio 1993 forze italiane, divise in due colonne meccanizzate, effettuarono un rastrellamento nel quartiere Haliwaa, a nord di Mogadiscio. I vari obiettivi dell'operazione si trovavano vicini all'ex pastificio distrutto, vicino al quale era stato costituito un check-point, denominato appunto Check-point Pasta. Secondo alcune fonti il vero scopo dell'operazione doveva essere la cattura di Aidid, ma nessuna conferma ufficiale è mai stata data dalle autorità italiane.

In seguito a gravi disordini scoppiati nella zona, con larga partecipazione da parte della popolazione locale, a cui erano mischiati i cecchini, la situazione precipitò a tal punto da richiedere rinforzi alla colonna che si trovava in prossimità del pastificio. Alcuni mezzi blindati italiani vennero immobilizzati con razzi anticarro e solo l'intervento della colonna di soccorso, dotata dei carri M60A1 della 132ª Brigata corazzata "Ariete" e dei blindati pesanti Centauro dell'8º Reggimento "Lancieri di Montebello", e l'appoggio degli elicotteri, permisero ai soldati sotto il fuoco di sganciarsi, con i miliziani che sparavano tra la folla vociante facendosi scudo di donne e bambini.

Il bilancio delle perdite fu di 3 morti e 36 feriti da parte italiana e di un numero imprecisato da parte dei miliziani e dei civili somali.

3 ottobre 1993 Il mattino del 3 ottobre, l'intelligence del contingente UNITAF affermò che molti dei più importanti uomini del signore della guerra Mohammed Farah Aidid si erano riuniti in un palazzo nel cuore di Mogadiscio. Il piano consisteva nell'avvicinarsi con quattro MH-60 Black Hawk, che avrebbero calato i soldati intorno al perimetro, e far atterrare sul tetto i più leggeri MH-6 Little Bird, per permettere ai soldati di fare irruzione dall'alto dell'edificio di tre piani. Questo piano era già stato usato molte volte in precedenza e, dato che aveva sempre funzionato, si decise di metterlo in pratica ancora una volta. Nessuno avrebbe mai immaginato che questa decisione avrebbe potuto appendere ad un filo le vite di 18 soldati americani.

Alle 14:32 dello stesso giorno, gli elicotteri decollarono dalla base americana, nell'aeroporto di Mogadiscio, insieme a un convoglio che avrebbe poi dovuto recuperare gli ostaggi e riportare tutti alla base. Si contava di rientrare entro mezz'ora.

Il piano venne messo in pratica e i "chalk" (così venivano chiamati i soldati che avrebbero dovuto difendere il perimetro) si calarono con le corde dai Black Hawk. Il pilota del Black Hawk con nominativo di chiamata Super 6-7 però, si posizionò su un isolato distante dal punto di discesa, per cui, una volta a terra, la squadra avrebbe dovuto raggiungere il punto a piedi. Questo fu impedito da un soldato che perse il controllo della fune e cadde a terra rimanendo gravemente ferito ed impossibilitato a muoversi. Il giovane soldato era Todd Blackburn. Intanto gli uomini della Delta Force fecero irruzione nell'edificio e catturarono gli uomini, tra cui il più anziano collaboratore di Aidid.

L'abbattimento dei Black Hawk Gli uomini vennero caricati sui grossi veicoli Humvee e, mentre il convoglio si preparava a tornare alla base sotto il fuoco nemico, l'elicottero Black Hawk Super 6-1, soprannominato Thunderstruck e registrato 91-26324, pilotato dal CW3 (Chief Warrant Officer) Cliff "Elvis" Wolcott e dal CW3 Donovan "Bull" Briley precipitò a causa di un razzo RPG-7 che colpi il rotore di coda, disintegrandolo. Immediatamente, l'elicottero iniziò a ruotare in modo incontrollato. L'equipaggio cercò disperatamente di effettuare una manovra di autorotazione ma senza successo. Poco dopo, l'elicottero si schiantò violentemente in un'area residenziale e la rimanente carcassa rimase appoggiata contro il muro di un edificio a circa 300 metri dall'edificio bersaglio. Lo schianto uccise i due piloti istantaneamente e lasciò due membri dell'equipaggio gravemente feriti. I due tiratori scelti rimasero illesi ed iniziarono a difendere l'elicottero. Tutti gli uomini e l'intero convoglio vennero mandati in soccorso al Black Hawk abbattuto, e nella strada recuperarono anche i feriti durante gli scontri. Poco dopo, una squadra di combat search and rescue (CSAR) venne inviata in soccorso al Super 6-1 a bordo del Black Hawk Super 6-8, soprannominato Razor's Edge, registrato 90-26288 e pilotato dal CW3 Dan Jollota e dal maggiore Herb Rodriguez. La squadra di soccorso era comandata da Bill Coultrup, un capitano della Delta Force. Il team formato da 15 operatori si calò nei pressi del sito di schianto di Super 6-1. Durante questa fase un razzo RPG-7 esplose vicino all'albero di trasmissione del Black Hawk: i due piloti riuscirono a mantenere il velivolo menomato stabile, in modo da fare sbarcare le ultime truppe rimanenti prima di effettuare un atterraggio di emergenza all'aeroporto. Venne evidenziato che il CW3 Dan Jollota e il maggiore Herb Rodriguez spesero circa 18 ore nel cockpit del loro Black Hawk durante l'intera operazione.

Durante la fase di recupero dell'equipaggio del primo elicottero, alle ore 16:40 circa, un secondo Black Hawk del 160th Special Operations Aviation Regiment, con nome in codice Super 6-4, soprannominato Venom e registrato 89-26188, pilotato dal CW3 Michael Durant e dal CW4 Raymond "Ironman" Frank, venne preso di mira da Yusuf Dahir Mo'alim, capo di una squadra RPG somala formata da 7 uomini che si stava avvicinando al luogo di schianto di Super 6-1. Uno degli uomini di Mo'alim si inginocchiò nel mezzo della strada e lanciò un razzo RPG-7 al Black Hawk di Durant e Frank: il razzo fece centro, colpendo rovinosamente il rotore di coda. Inizialmente l'equipaggio avvertì l'impatto ma il velivolo era ancora in grado di manovrare; da lì a poco, però, il rotore di coda si disintegrò e il Black Hawk iniziò a ruotare in modo incontrollato. Il velivolo schivò diverse abitazioni e si schiantò in un'area di baracche, costringendo il comando a pianificare un'operazione in grande stile, che coinvolgeva anche truppe pakistane e malesi. A difesa dell'equipaggio si offrirono due membri della Delta Force, il sergeant first class Randall Shughart ed il master sergeant Gary Gordon (decorati con la Medal of Honor del Congresso degli Stati Uniti postuma), che furono inseriti da uno degli elicotteri in volo e morirono durante i combattimenti, riuscendo a salvare la vita di Durant, che però fu preso prigioniero.