Le Gesta di Berengario Imperatore, in latino Gesta Berengarii Imperatoris, sono un panegirico in esametri, scritto da un autore dall'identità sconosciuta in onore di Berengario I del Friuli, molto probabilmente quando Berengario era ancora in vita. Il manoscritto è oggi conservato presso la Biblioteca Marciana di Venezia..
Caratteri generali Le gesta coprono un periodo di tempo che va da poco prima dell'887, anno della deposizione di Carlo III, al 915, anno della sua incoronazione a imperatore: il testo probabilmente finisce al culmine della carriera politica di Berengario volutamente, a causa del fatto che il testo è un panegirico.. La data di composizione si colloca tra il 915 (anno dell'incoronazione) e la morte di Berengario, il 924. La scelta di questo genere letterario dovette avere un effetto straniante sui contemporanei, tant'è che in una glossa accanto al titolo vi è scritto «Panigiricum est licentiosum et lasciviosum genus dicendi in laudibus regum; hoc genus dicendi a Grecis exortum est»., una definizione del panegirico ripresa quasi parola per parola dalle Etimologie di Isidoro di Siviglia, in cui è scrittoIsidoro, Etimologie o origini, VI, 8, 7, pp. 484-485:: «Il panegirico è un genere arbitrario e vergognosamente affettato di discorso in lode dei re, nel redigere il quale degli esseri umani sono adulati con numerose menzogne: questo funesto genere di composizione è nato dai Greci, la cui leggerezza, armata di incredibile facilità e ricchezza espressiva, ha sollevato fitte nuvole di bugie».. Nonostante la critica al genere scelto per il testo, il probabile autore della glossa fu l'autore stesso del panegirico.
Questo, inoltre, può essere paragonato ai Gesta Heinrici Imperatoris o ai Gesta Oddonis.
L'uso come fonte A lungo ignorate dagli storici, le Gesta sono state recentemente rivalutate come fonte storica. Nonostante ciò, il testo rimane un'opera a carattere adulatorio nei confronti del sovrano italico, con parti mancanti, sconfitte ridimensionate, azioni eroicizzate e parti della vita di Berengario "vergognose" non riportate, un testo in cui si sostiene e giustifica l'ascesa di Berengario, come proprio, d'altronde, del genere a cui il testo aderisce. Quest'immagine idilliaca e cristallina del sovrano viene fortemente ridimensionata se paragonata ad altre fonti meno di parte. Oltre agli annali di vari monasteri, la fonte principale di Berengario (scritta però decenni dopo) è Liutprando di Cremona con la sua Antapodosis, che contribuì fortemente a denigrare la sua figura, già pesantemente rovinata dall'assenza di una legislazione pubblica, assenza pesantemente rimarcata dagli storici del diritto, i quali imputano questo fatto alla debolezza del re, chiuso nella sua marca e incapace di allontanare dall'Italia la minaccia ungarica..
Lo stile Il panegirico è pregno di riferimenti alle Istitutiones di Prisciano da Cesarea, alle Etimologie di Isidoro di Siviglia, alla Ilias Latina, alle Mithologiae di Fulgenzio, alla Tebaide di Stazio, alle Georgiche di Virgilio e soprattutto allEneide di quest'ultimo.
Il titolo In testa al libro I, dopo che anche il prologo è introdotto da un incipit in greco («Ἄρχεται πρόλογος», "Incomincia il prologo"), compare una lunga formula incipitaria che contiene il titolo greco dell'opera: «Ἄρχεται τὸ Πανηγυρικὸν Βερεγγαρίου τοῦ ἀνικητοῦ Καίσαρος», "Incomincia il Panegirico di Berengario imperatore invitto", il che denota un elevato bagaglio culturale nell'autore (vedi infra). Ernst Dümmler nella sua edizione propose per primo il titolo Gesta Berengarii imperatoris, "perché pienamente conforme all'uso linguistico medievale"«[…] weil es dem mittelalterlichen Sprachge-brauche völlig entspricht» ()., che fu poi adottato da Paul von Winterfeld nella nuova edizione nei Monumenta Germaniae Historica.
Trama Il poema consta di un prologo di 32 versi e quattro libri: il primo di questi ha 272 versi, il secondo 279, il terzo 299 e il quarto 208. L'intero testo, rivolto ai fedeli ma anche agli avversari di Berengario, è un testo costellato dal superamento di varie prove contro i suoi antagonisti, conclusasi con il ripristino dell'ordine cosmico attraverso l'atto dell'incoronazione.
Prologo Esso è un proemio, caratterizzato dai suoi caratteri predefiniti: vi sono anche le Muse (più specificamente Talia) e la captatio benevolentiae nella seconda parte del prologo. È da notare che il panegirico è dedicato alla Musa Talia, Musa della commedia e della musica e non a Clio, Musa della Storia, proprio perché l'opera era concepita dapprima come letteraria e "piacevole" e solo secondariamente storica: Clio in ogni caso, apparirà nei versi finali del poemaGesta Berengarii imperatoris, IV, 55 ()..
Libro I
L'autore segnala la nobile origine di Berengario (era carolingio da parte di madre, figlia di Ludovico il Pio; era dunque bis-nipote di Carlo Magno) per poi dire che era un collaboratore stretto di Carlo III. Sul letto di morte, Carlo III nomina Berengario suo erede. In realtà, secondo Antapodosis di Liutprando da Cremona, egli, come Guido, non era presente al capezzale, presenza non registrata neanche dagli Annali Bertiniani. La prima fonte sostiene che l'accordo per l'investitura, un accordo che includeva anche Guido, avvenne invece tempo prima e prevedeva la successione di Berengario nel regno d'Italia e di Guido nel regno dei Franchi Occidentali. Da notare che l'autore in più punti dell'opera sottolinea il sangue carolingio di Berengario, senza mai precisare che questo deriva dalla madre Gisella e non dal padre Eberardo del Friuli, entrambi mai citati nel testo.. Nonostante questa insistenza, l'autore si rende conto di non vivere più in un'epoca in cui il detenere il sangue carolingio era una condicio sine qua non per esser sovrano (come aveva evidenziato l'ascesa di Bosone di Vienne, il quale era senza alcuna goccia di sangue carolingio, e Reginone di Prüm nella sua Cronaca) ed egli quindi inserisce come ulteriore fatto legittimante l'amicitia con il sovrano e parente Carlo III, il tutto ulteriormente legittimato dalla designazione di successione da parte del sovrano.
Lo scritto prosegue con l'incoronazione di Berengario a Pavia, gesto richiesto dai maggiorenti d'Italia, evento seguito dai festeggiamenti. L'autore denigra la scelta di quei popoli che «erano usi a rifugiarsi sotto l'Impero di uno solo, ora nei diversi / regni ammirino più tiranni / e ogni popolo sceglie il proprio. […]»Gesta Berengarii imperatoris, I, 43-45 ()., popoli (o, per meglio dire, magnati) che elevarono al trono persone senza legittimità dinastiche: più saggi si dimostrarono dunque gli italici, che invece scelsero Berengario, legittimo in quanto carolingio, legato da un vincolo di amicitia con Carlo III e, infine, scelto da quest'ultimo per succedergli.. L'Italia viene descritta come immersa in un'epoca di prosperità e di pace, con descrizione tratte da Virgilio. Guido, il primo avversario di Berengario, compare al v. 74 «gonfio d'invidia» per Berengario: egli in quel momento esce sconfitto contro Oddone per il trono dei Franchi Occidentali e dopo un monologo, paragonato nel testo a un novello Annibale (in esso erroneamente definito un re), Guido scende in Italia passando per le Alpi (discesa avvenuta a inizio ottobre 888), rendendo quindi il suo ritorno in Italia, nel suo ducato, una vera e propria invasione. Berengario chiede aiuto a Dio in preghiera per avere la forza di sconfiggere e respingere l'avversario e i suoi «Galli» (Guido non era un franco occidentale, ma egli, nel ritorno in Italia, portò con sé molti uomini di quella terra). È da notare che l'autore rimarca l'identità straniera dei Galli e di Guido, nonostante anche Berengario fosse un franco tanto quanto Guido (anche se quest'ultimo, da parte di madre, poteva vantare un'ascendenza almeno italica/longobarda).
Berengario muove verso Guido, vincendo nella battaglia di Brescia dell'888. L'esito della battaglia è ancora oggi oggetto di discussione: secondo Liutprando, Berengario perse, così come nella successiva battaglia della Trebbia, di cui l'autore parla nel Libro II, mentre secondo Erchemperto e la sua Historia Langobardorum Beneventanorum, Berengario non vinse ma rimase padrone del campo di battaglia. In ogni caso, nell'opera Guido fugge dal campo di battaglia. Il primo libro si conclude poco dopo, quando il giorno dopo, per mezzo di «uomini eloquenti», Guido chiede di avere la possibilità di seppellire i caduti, favore concesso dal «pio» Berengario, il quale però minaccia i «Galli», ordinando loro di andarsene dall'Italia. I corpi sono posti in bare semplici e poi seppelliti: secondo Matteo Taddei., la semplicità delle bare è dovuta alla paura di essere attaccati da Berengario.
Libro II Il secondo libro incomincia con Guido, «l'eroe gallico» che medita vendetta e sta organizzando un'armata per attaccare nuovamente Berengario. A suo soccorso viene:
Anscario/Anscherio I, parente di Guido, a lungo ritenuto, anche dall'autore del panegirico, fratello di Ugo (egli ebbe effettivamente un fratello di nome Ugo, citato nel panegirico e che morì nella battaglia della Trebbia dell'889, ma questo non è il sovrano spolentino) con 500 soldati; Uberto e il marchesato di Tuscia (egli però nacque decenni dopo); Lamberto di Spoleto, figlio di Guido, con uomini di Camerino, incluso Alberico; Raniero, in futuro conte di Piacenza all'inizio del X secolo; Guglielmo, padre di Aleramo del Monferrato, capostipite degli Aleramici; Ubaldo, della dinastia degli Hucpoldingi, figlio di Hucpold, con 300 uomini.
L'autore poi smette di elencare gli altri alleati di Guido, non prima di evidenziare la presenza di altri uomini. Nella battaglia che segue, la battaglia della Trebbia dell'899, cadono Maginfredo, conte di Milano, ed Eberardo; sono presenti anche Sigefredo, e dei mercenari ungari. Guido si getta nella mischia gettando nel caos le truppe di Berengario, ma queste sono rincuorate da Walfredo, conte di Verona e, in futuro, margravio del Friuli. Attorno a Berengario si raccolgono i tria fulminata belli (fulmini della guerra), i cognati di Berengario e comandanti di 1500 cavalieri, Vilfredo, Adalgiso e Bosone, fratelli della moglie di Berengario, Bertilla (vedi sezione L'autore). Vi è poi una carica di 600 cavalieri germanici guidati da Bernardo. È presente anche Alberico, a cui l'autore rinfaccia l'uccisione di Guido IV e ulteriori 600 truppe guidate da Bonifacio e Berardo: Berengario dunque schierò per la battaglia uomini; sono anche presenti Azzone e Olrico; sono presenti anche dei vescovi, ma l'autore tace i loro nomi «Per timore del loro sacro ufficio», . A questo punto Berengario, aiutato dalle truppe germaniche, esorta i propri uomini a combattere per la sacra terra.