Nato in Abruzzo, fu conosciuto dalle forze dell'ordine sin dal 1967, quando venne accusato di scippo; seguirono negli anni vari arresti, ma soltanto dopo la sua morte tragica, avvenuta probabilmente per un regolamento di conti, venne identificato quale autore di uno dei più clamorosi episodi di depistaggio della storia italiana, nonché quale autore della cosiddetta "rapina del secolo" ai danni della Brink's Securmark.

I cinque processi del Caso Moro hanno accertato che fu lui a confezionare il falso comunicato numero sette ("Il comunicato del Lago della Duchessa," fingendo che fosse stato redatto dalle Brigate Rosse) durante i 55 giorni del sequestro, ma non venne mai accertato chi fu a commissionarglielo.

Le sue conoscenze spaziavano dall'estremismo neofascista (NAR) a esponenti di spicco della malavita italiana (Banda della Magliana), passando per le organizzazioni paramilitari (organizzazione Gladio), in particolare con Giuseppe Santovito e Amos Spiazzi.

Il 28 settembre 1984 venne ucciso in un agguato nei pressi della sua abitazione nel quartiere Talenti a Roma.

Biografia

Antonio Giuseppe Chichiarelli nacque a Rosciolo, frazione di Magliano de' Marsi (AQ), un paese dell'Abruzzo arroccato sull'Appennino centrale. Nel 1951 rimase orfano di madre, e perse anche due fratelli prima del 1960. Frequentò le scuole elementari e medie in un collegio de L'Aquila. Il rendimento scolastico non era dei migliori, eccezion fatta per il disegno e la pittura, nei quali eccelleva. Dopo le medie, nel 1962 non proseguì gli studi. Nel 1965, nel paese, si sparse la voce che Toni avesse indebitamente sottratto due tele dalla chiesa medioevale per il solo gusto di riprodurle. Nel 1968/1969 espletò il servizio di leva nel corpo degli Alpini. Una volta congedatosi, partì per Roma.

Nel 1970 fu arrestato dalle Forze dell’Ordine per possesso di pistole e mitra, ma venne rilasciato quasi immediatamente. I primi anni nella capitale furono anni difficili per Toni, che spesso non aveva un domicilio fisso. Furti, scippi, truffe e ricettazione gli consentirono di avere auto, moto e donne, ma anche i primi guai con la legge, venendo arrestato due volte, rispettivamente nel 1973 e nel 1976. Inoltre, nel 1976, simpatizzando per l'estrema sinistra, gravitò nell'ambito dell'Autonomia capitolina. Nel corso della seconda carcerazione, a Regina Coeli, divenne molto amico di uno dei futuri capi della Banda della Magliana, Danilo Abbruciati, implicato nello spaccio di droga e nel giro delle rapine, e con contatti con l'estremismo di destra e con la Mafia.

Abbruciati e Toni diventarono amici, tanto che, al momento di fondare la banda (1976), nei primi mesi del 1977, Abbruciati lo introdusse nel giro dello spaccio di stupefacenti, dello sfruttamento della prostituzione, delle rapine, dell'usura, del riciclaggio, delle scommesse sportive clandestine e delle estorsioni. Lo presentò anche al capo carismatico della Banda della Magliana, Franco Giuseppucci. Toni iniziò quindi ad arricchirsi molto. Nel frattempo, tramite Abbruciati, Toni fece la conoscenza con il rappresentante di Cosa Nostra nella capitale, Pippo Calò, e col Clan dei marsigliesi, che – a quel tempo – si dividevano il mercato della droga nella capitale. Anche Flavio Carboni ed agenti dei servizi segreti erano in contatto con Abbruciati e per suo tramite con Chichiarelli.

Nel corso del 1977 incontrò Chiara Zossolo, che possedeva una galleria d'arte a Trastevere e che lo introdusse nel mercato dell'arte, in cui cominciò a realizzare e vendere Falsi d'autore. Nel settembre del 1977, Toni aprì un negozio di mobili ed attrezzature per l'ufficio: proprio dal suo negozio uscì la macchina da scrivere con cui fu redatto il falso comunicato n. 7 delle Brigate Rosse durante il rapimento di Aldo Moro. Nel gennaio del 1978, Toni prese in affitto, per una cifra allora assai elevata (950.000 lire mensili) una lussuosa villa in Viale Sudafrica, nell'esclusivo quartiere dell'EUR, dove andò a vivere con Chiara, che di lì a poco divenne sua moglie. Nonostante le sue simpatie politiche per la sinistra extraparlamentare, Toni, in qualità di componente della Banda della Magliana (legata a filo doppio con i NAR), non esitò a frequentare terroristi di stampo neofascista quali Francesca Mambro e suo marito Giuseppe Valerio Fioravanti, Alessandro Alibrandi, Massimo Sparti, Massimo Carminati ed altri esponenti di spicco dell'eversione di destra. Tramite la moglie, Toni fece pure la conoscenza di un trafficante di materiale tecnologico con la Libia, nonché informatore dei Carabinieri, tal Luciano Dal Bello. Dal Bello, divenuto amico di Toni, stilò un rapporto su di lui, mettendolo nel contempo in contatto con elementi del tentato Golpe Borghese, soprattutto con un informatore della Polizia, tal Giacomo Comacchio.

Nel gennaio 1983 conosce Cristina Cirilli, ex commessa di negozio, una ventenne che gli darà un figlio, nell'agosto 1984, un mese prima della sua morte.

Controversie Il falso comunicato brigatista

Martedì 18 aprile 1978 alle ore 09:25 a.m., alla redazione de Il Messaggero, una telefonata anonima annuncia che in un cestino di rifiuti di piazza Gioacchino Belli a Roma è nascosta una copia del comunicato n. 7 delle Brigate Rosse, questo comunicato annuncia l' avvenuta esecuzione, e indica che "il corpo del Presidente è nei fondali del Lago della Duchessa", al confine del Lazio con l'Abruzzo. L'autore di quel falso è Toni Chichiarelli, che ne parla agli amici nel suo piccolo laboratorio dove continua a riprodurre qualunque cosa, soprattutto quadri.

Ecco il testo integrale del falso comunicato N° 7:

Ma a tutt'oggi non si conosce chi gli abbia dato l'ordine di redigere quel dattiloscrittoNicola Biondo e Massimo Veneziani, Il falsario di Stato. Uno spaccato noir della Roma degli anni di piombo, Roma, Cooper, 2008. ISBN 978-88-7394-107-1. Non pare assolutamente possibile che sia una sua iniziativa, quella di un falsario poco conosciuto al grande pubblico, sulla cui militanza politica non si è mai riusciti a trovare delle certezze, tra chi lo vuole extraparlamentare di sinistra, chi di destra, e chi lo considera un cane sciolto. Chi gli ha commissionato il falso comunicato aveva certamente uno scopo che appare ancor oggi ignoto e neppure è dato conoscere quale fosse il messaggio trasversale che tale comunicato volesse lanciare.

L'esame del comunicato presenta alcuni aspetti definiti "suggestivi" dagli autori del saggio "Il Falsario di Stato" , Massimo Veneziani e Nicola Biondo

Il 18 aprile una telefonata al Messaggero annuncia l'arrivo di un messaggio delle BR. È una fotocopia di un comunicato numero 7 che annuncia l'avvenuta esecuzione di Moro, il cui corpo si troverebbe nel lago della Duchessa. I Brigatisti generalmente lasciano dei ciclostilati. Il testo del messaggio presenta caratteristiche completamente diverse dai precedenti: è molto breve, ironico e ha al suo interno diversi errori di ortografia. Non ci sono gli immancabili slogan conclusivi, l'intestazione "Brigate rosse" è scritta a mano. Nonostante ciò la relazione degli esperti, svolta dopo il suo ritrovamento garantisce l'autenticità del comunicato.

Sempre secondo gli autori del libro il comunicato andrebbe letto nel seguente modo: Datato “18 aprile 1978”: trent'anni esatti dalla storica affermazione elettorale della Democrazia Cristiana che inaugurò l'esclusione dei comunisti dal governo. Un ostaggio non si suicida, generalmente. Anche i terroristi tedeschi della RAF, a cui allude il testo, terroristi assai affini alle BR italiane, è dubbio che si siano suicidati. Forse sono stati “suicidati” e – con buona probabilità - il messaggio che il falso comunicato vorrebbe inviare alle BR è che Moro vada “suicidato”. Nuovamente, il termine “limacciosi”, riferito ai fondali del lago, rimanda ad una lettera che Moro aveva inviato a Francesco Cossiga il 29 marzo. In essa, lo statista affermava che i compagni di partito si troverebbero “impantanati” nel caso non si trovasse una soluzione alla sua prigionia, in quanto egli avrebbe raccontato dettagli inediti e scomodi circa la politica segreta del Governo (Gladio ed altro). La risposta a Moro potrebbe essere che egli sarà “impantanato” qualora rivelasse i segreti di stato. Il riferimento al rapimento del giudice Mario Sossi, rilasciato dai brigatisti nel 1974, ed ai giudici del processo contro le BR a Torino implicherebbe che le condanne emesse a Torino non sarebbero compatibili con la liberazione dell'ostaggio. Garbatamente: “Fate di Moro quel che volete, tanto la trattativa è fallita e la sua vita non c'interessa più”. Il riferimento a Giulio Andreotti ed a Francesco Cossiga ed alle “malefatte” sarebbe da porre in relazione con le figure di coloro che abbandonerebbero Moro al proprio tragico destino. Il lago citato nel documento non dista molto dal paese natale del falsario, trovandosi nel comprensorio di Cartore, in provincia di Rieti, quasi una sorta di "firma" crittografata. Il lago, inoltre, si trova in una zona impervia difficilmente raggiungibile e solitamente ricoperta dalle nevi fino a primavera inoltrata. Ed - in ultimo - una coincidenza: il covo brigatista di Via Montalcini, ove Moro, secondo una ricostruzione complottista, sarebbe stato trasferito nell'ultimo mese, e dove venne ucciso, era nel quartiere della Magliana.

I cinque processi Moro hanno accertato che fu Chichiarelli a realizzare materialmente il falso comunicato numero sette delle Brigate Rosse che annunciava la morte dello statista democristiano e la sua sepoltura presso il Lago della Duchessa, nel reatino, diffuso durante i 55 giorni del sequestro.

Chichiarelli si vantò del falso trattandolo alla stregua d'una burla. Nel libro s'avanza l'ipotesi che sia stato appositamente redatto al fine di creare un diversivo, allontanando le forze dell'Ordine dalla capitale e permettendo così ai brigatisti di traslocare in tutta tranquillità dal covo di via Gradoli"Ancora Chichiarelli, in un successivo e meno noto comunicato pseudobrigatista, scrisse che chi aveva fatto l’operazione «Duchessa» aveva fatto anche l’operazione «Gradoli»": Biscione Francesco M., Il delitto Moro : la storia, gli indizi, le lettere dalla prigionia, Franco Angeli, Passato e presente : rivista di storia contemporanea. Fascicolo 76, 2009, p. 83. a quello non ancora individuato di Via Montalcini, dove Moro fu prigioniero e fu - alla fine - giustiziato. Nonostante la ridda d'ipotesi, non venne però mai accertato chi fu a commissionarglielo.

Il mistero dell'assassinio di Pecorelli Carmine Pecorelli fu il direttore di un'agenzia di stampa specializzata nella divulgazione degli scandali politici durante gli anni settanta, Osservatore Politico (OP). La sera del 20 marzo 1979 fu ucciso all'interno della sua automobile, nel quartiere Prati di Roma, in via Tacito, poco lontano dalla redazione del suo giornale, con quattro colpi di una pistola calibro 7,65. I proiettili trovati nel suo corpo sono molto particolari, della marca Gevelot, assai rari sul mercato, anche clandestino, ma dello stesso tipo di quelli che sarebbero poi stati trovati nell'arsenale della Banda della Magliana nascosto nei sotterranei del Ministero della Sanità, arsenale a cui attingevano pure i terroristi neofascisti dei NAR. Chichiarelli fu l'uomo che qualche tempo dopo il delitto Pecorelli confezionò e fece trovare in un taxi romano una serie di false "schede brigatiste" a carico di personaggi pubblici, insieme a oggetti che riportavano ai misteri del sequestro Moro (come una testina rotante IBM da macchina per scrivere, simile a quella usata per stilare i comunicati dei terroristi).