La chiesa parrocchiale di San Benedetto Abate è un luogo di culto cattolico della città di Crema.

Storia Origini e primi secoli Nell'incertezza di ricostruire le origini e l'evoluzione della città di Crema, si ipotizza che essa si sia sviluppata a partire da una primitiva cappella detta di Santa Maria della Mosa, sul culmine di un modesto dosso tra il Serio e le paludi del Moso.. A partire da un castrum quadrangolare il primigenio borgo sarebbe stato considerato strategico per essere sviluppato poiché collocato in una posizione centrale rispetto ai vari territori bergamasco, cremonese, lodigiano e milanese con la conseguenza che, probabilmente in età tardo bizantina, venne ritenuto meritevole di essere fortificato. All'inizio del millennio, inoltre, si sarebbero sviluppate le condizioni favorevoli ad un ulteriore accrescimento conseguenza dell'interesse dei mercanti milanesi e cremonesi verso Crema considerata di massima importanza all'ampliamento dei traffici mercantili; le migrazioni dovute alla ricerca di nuove terre da sfruttare e all'affrancamento da retaggi feudali portarono ad una repentina migrazione da cui la formazione di borghi esterni, tra i quali quello originariamente denominato di Sant'Andrea. con propria chiesa battesimale. e diviso in Borgo di sotto e Borgo di sopra presso un punto ove confluivano le strade per Bergamo, Brescia e Cremona.

Anche uno dei rami della potente famiglia bergamasca dei Ghisalbertini si trasferì nella città a loro infeudata contribuendo attivamente alle vicende storiche di quei primi anni documentati. In particolare, il borgo e la chiesa di Sant'Andrea, divisi dalla città dal fossato alimentato dalla roggia Rino, erano possesso di Enrico II Ghisalbertini il quale, assieme alla moglie Belisia, decise a beneficio della propria anima di donare la chiesa – già riedificata con la dedicazione a San Benedetto – all'abbazia di Montecassino con atto datato 1º dicembre 1097. Il documento parla di chiesa ma non menziona il monastero il quale, quindi, potrebbe essere stato eretto successivamente alla donazione..

Tuttavia, lo storico Terni cita riportando la data del 1004 la presenza di San Gottardo dimorante forse proprio presso San Benedetto, monastero occupato da un non ben precisato ordine; in devozione del santo dopo la sua morte sarebbero state costruite due chiese di cui una potrebbe essere la chiesa parrocchiale di Ripalta Guerina..

Ad ogni modo, la comunità benedettina era senz'altro già insediata nel 1101 poiché un atto del mese di novembre veniva stipulato tra i monasteri di San Paolo d'Argon e di San Benedetto alla presenza dei due priori Guglielmo e Lanfranco che fu, dunque, il primo del neonato cenobio cassinese.

Unico monastero in alta Italia dipendente dal monastero laziale, la nuova istituzione poteva vantare numerose proprietà.: a Ricengo, quindi in una località oggi non identificabile denominata Venthoncello, presso la chiesa di Sant'Ambrogio di Aire (o Aere o Ero, una località fortificata. ora scomparsa, con propria chiesa. che si collocava tra Salvirola e Romanengo.); quindi estese il controllo anche su diverse altre chiese, alcune delle quali già dipendenze del monastero cluniacense di San Paolo d'Argon, quali Ombriano, Farinate, Vailate e Almè. Inoltre, il monastero possedeva altre proprietà a Campagnola Cremasca, Casaletto Vaprio, Cremosano, Izano, Trescore Cremasco, Mozzanica.. La stessa famiglia di Enrico II provvedeva ad incrementarne i beni con la donazione (1104) delle chiese di San Faustino e San Michele a Lemen (Almenno San Salvatore)..

Per garantire l'integrità del monastero in tempi in cui l'Insula Fulcheria era sotto le mire espansionistiche di Cremona il vescovo di Volterra Ruggiero (o Rogerio), figlio di Enrico II e Belisia, intercedeva presso papa Callisto II affinché concedesse la sua protezione apostolica. La bolla pontificia fu redatta il 2 aprile 1123.

Il controllo del monastero sulle chiese era inviso al vescovo di Cremona che ne vedeva una limitazione alla propria supremazia pastorale; ciò è particolarmente evidenziato nella lettera datata 7 luglio 1148 redatta da Eugenio III e indirizzata a Oberto da Dovara.

La comunità benedettina ebbe una controversia nel 1155 per la giurisdizione della chiesa di santa Maria di Ombriano – all'epoca appartenente alla diocesi di Piacenza – al termine della quale l'arcivescovo di Milano Oberto risolse la questione lasciando il controllo a favore del monastero benedettino ma ponendo varie clausole, tra le quali l'obbligo di un censo annuo al vescovo di Piacenza, produrre le credenziali del sacerdote nominato, riconoscere l'incardinatura della chiesa al capitolo della pieve di Palazzo Pignano..

L'assedio di Federico Barbarossa degli anni 1159 e 1160 probabilmente non coinvolse il monastero che, anzi, potrebbe aver accolto molti sfollati.

Nel 1181 i cassinesi furono coinvolti in un'altra disputa per il controllo della chiesa di San Pietro a Vailate (in contrapposizione con il vescovo di Cremona Offredo), giudicata alla fine dal vescovo di Lodi che divise le proprietà: due terzi a Cremona e un terzo a San Benedetto.

Il permesso di ricostruire la città a partire dal 1185 portò ad una novità: il monastero e il borgo furono inglobati nella nuova cerchia muraria venendo, quindi, a trovarsi all'interno del borgo fortificato..

I benedettini, attraverso clausole contrattuali, favorirono le bonifiche, incentivarono trasformazioni territoriali e controllavano mulini. Furono tra i sostenitori per lo scavo della roggia Menasciutto, partecipavano allo sfruttamento delle acque del Serio Morto e delle rogge derivate. I terreni di loro proprietà venivano affittati e vi si coltivavano cereali, foraggi e la vite per un totale di 1244 pertiche all'anno 1300, estendendo le proprietà anche nell'attuale territorio di Offanengo.

A capo del monastero stava il priore, o in sua mancanza, un consiglio di frati; la nomina veniva avallata dall'abate di Montecassino.. È nota, però, un'investitura proveniente dalla collegiata di Santa Maria (il futuro duomo di Crema) nel 1314 e una proveniente direttamente da Avignone – dove si era trasferita la Corte papale – nel 1344. Ogni priore aveva facoltà di insediare propri frati o sacerdoti secolari presso le chiese dipendenti.

Nel corso della prima metà del XIV secolo, a seguito del trasferimento del papa in terra francese, l'abbazia di Montecassino subiva un declino, accentuato anche dal terremoto del 1349, venendo meno il controllo verso i priorati dipendenti. Il priore Antonio Alfieri si trovò da solo ad affrontare molte problematiche verso la metà del secolo a seguito di tentativi di ridimensionamento territoriale e difendendo con solerzia gli espedienti che miravano ad escludere il monastero dal controllo dei corsi d'acqua. Tuttavia, fu l'ultimo priore del monastero di San Benedetto prima della costituzione della commenda.

Il periodo della commenda Nelle incerte lacerazioni tra fazioni che favorirono la formazione della breve signoria dei Benzoni nei primi anni del quattrocento fu eretta la commenda nominando commendatario il vescovo Branda Castiglioni, probabilmente quale premio per la sua opera di legato pontificio in Germania ed Ungheria garantendo la fedeltà di queste popolazioni a papa Bonifacio IX in luogo dell'antipapa Clemente VII.; ma forse l'operazione era anche un modo per sottrarre l'interesse dei beni del monastero da parte dei Visconti; le rendite all'epoca assommavano ad una cifra piuttosto considerevole, pari a 2.000 ducati.

Branda Castiglioni fu nominato vescovo di Piacenza nel 1404 e cardinale nel 1408, tenendosi la commenda; il prelato, che si accontentava di soli 50 scudi annui, nominò priore del monastero Giacomo Alfieri (nipote di Antonio) che mantenne questa funzione fino alla sua morte avvenuta nel 1443 pur risiedendo abitualmente a Lodi, forse in conseguenza del confino imposto ai guelfi di Crema.

Anche il Castiglioni moriva nel 1443 e nel 1449 Crema divenne possedimento della Repubblica di Venezia. Il Gran Consiglio trasferiva le rendite alle suore agostiniane di santa Monica, ma furono di fatto appropriate dalla Camera apostolica che le riteneva proprie.

Iniziava così un periodo di decadenza, caratterizzata dall'impiego di sacerdoti occasionali su un territorio piccolo ma diviso in due diverse diocesi (Cremona e Piacenza); la commenda fu affidata nel 1466 all'appena ventenne Giovanni Monelli (peraltro un cremasco), un favorito del papa; morto il Monelli nel 1483 a soli 37 anni, il Consiglio cittadino assumeva l'amministrazione delle rendite ed interpellava la comunità di Santa Giustina di Padova. affinché prendesse possesso del monastero che accettò in via provvisoria in attesa del via libera da Roma ed inviando padre Bernardo da Mantova. Tuttavia nel 1493 papa Alessandro VI nominava un nuovo commendatario, Giovanni Battista Zeno; i cremaschi, quindi, inviarono una supplica al Doge affinché intercedesse per il mantenimento dei monaci di Santa Giustina; si arrivò, infine, ad un compromesso offrendo al Zeno tutte le entrate della commenda purché lasciasse in loco i monaci padovani ad amministrare spiritualmente i fedeli e materialmente i beni.

In queste incerte contrapposizioni si inserisce la vicenda dell'apparizione della Madonna a Caterina degli Uberti nel bosco del Novelletto, dove poi sarà edificata la futura basilica di Santa Maria della Croce: fu un sacerdote della parrocchia di San Benedetto, tale prete Filippo che confessò, impartì la comunione e l'estrema unzione alla poveretta; era il 3 aprile 1490 e la donna fu sepolta proprio in questa chiesa.

Dopo la morte del cardinale Zeno (1501) fu nominato Luigi Tasso, bergamasco, il quale nel 1519 rinunciò alla commenda – forse per i risvolti delle riforme del concilio lateranese – in cambio di un vitalizio, rinuncia sancita da una bolla di papa Leone X che istituiva la parrocchia e affidava il monastero ai Canonici regolari della Congregazione del Santissimo Salvatore lateranense.

I secoli dei Canonici Regolari Lateranensi La nuova famiglia religiosa giunse a Crema nel 1520 e i Lateranensi – popolarmente chiamati i “frati del camiciotto” – impiegarono i decenni del XVI secolo a ridare impulso religioso, solennizzare le festività pasquali, istituire confraternite. e nel 1539 il Consorzio del Santissimo Sacramento.; inoltre, si impegnarono a riordinare la chiesa e gli altari e affidando nuove affrescature a Carlo Urbino. Anche i consorzi commissionarono nuove pale allo stesso Urbino e ad Aurelio Gatti detto il Sojaro.

La giurisdizione parrocchiale era piuttosto estesa, peraltro parte in diocesi di Cremona (oltre Serio) e parte in diocesi di Piacenza: dopo l'istituzione della diocesi di Crema il visitatore apostoloco Regazzoni ne ridimensionava il territorio istituendo la nuova parrocchia di San Bernardino, oppure cedendo porzioni a Ripalta Vecchia e Vergonzana.

I Lateranensi mantennero, ad ogni modo, competenza sulla chiesa di San Giovanni ad Nundina o San Giovanni in Fiera; si trattava di un oratorio ora scomparso che si collocava oltre Serio lungo la strada per Brescia, ove si celebravano le messe in occasione della storica Fiera di San Michele Arcangelo, una manifestazione assai remota nata verso il 1450 durante gli accordi di annessione alla Repubblica di Venezia. che si teneva ogni anno alla fine di settembre.

Nei primi anni del seicento la chiesa manifestava sempre più necessità di interventi sia strutturali sia per ottemperare alle riforme del Concilio di Trento; il priore Serafino Verdelli, cremasco ma risiedente a Milano, conobbe nell'ambiente meneghino l'architetto Francesco Maria Richino cui affidò nel 1622 il progetto di parziale rifacimento della chiesa e i cui lavori durarono quattro anni. Al Verdelli va anche attribuita l'iniziativa che permise di elevare il priorato al titolo di abbazia.