La pagina illustra la storia della poesia dialettale abruzzese, dalle origini sino a oggi.

Caratteristiche

La poesia dialettale abruzzese ebbe un certo riconoscimento soltanto tra la fine dell'800 e i primi del '900 in poi, quando si completò quel processo di autocoscienza e costruzione della propria identità da parte dei poeti e delle relative comunità culturali dell'AbruzzoPer un'idea generale, vedi Ernesto Giammarco, La poesia dialettale abruzzese dell'ultimo trentennio (1945-1975), Istituto di Studi Abruzzesi, Pescara 1976. Un processo iniziato nella seconda metà dell'Ottocento con il circolo culturale di Francesco Paolo Michetti, Francesco Paolo Tosti e Gabriele D'Annunzio, che insieme a studiosi delle tradizioni popolari Antonio De Nino, Gennaro Finamore e Giovanni Pansa, dettero un'autorità accademica e critica all'enorme patrimonio culturale abruzzese, non solo letterario, dal punto di vista della parlata dialettale, ma anche artistico nel campo della pittura, della scultura, dell'architettura, della musica.

Prima di quest'epoca il dialetto abruzzese era stato impiegato nella letteratura, iniziando con la figura del cantore aquilano Buccio di Ranallo della storia della città dalla fondazione sino alla metà del XIV secolo. Successivamente il dialetto abruzzese fu appiattito dall'uso del toscano, e più che altro rimase qualcosa di orale, da condividere solo tra il basso volgo delle relative comunità, mentre gli scrittori abruzzesi componevano versi in latino o in italiano toscano.

Differenziazione dei dialetti La particolarità del dialetto abruzzese sta nel fatto di non aver raggiunto un livello di maturità, come koinè, sino al primo Novecento, in quanto nella regione si parlano vari dialetti differenti, dall'area sabino-aquilana, a quella teramana, da quella vestino-pescarese a quella napoletano-sulmontina, a quella del chietino, dell'area frentana orientale, ecc.

Cesare De Titta, Alfredo Luciani e Modesto Della Porta furono i grandi rappresentanti della lirica in dialetto del chietino (chi poi nell'influsso frentano come De Titta, guardiese-maiellino come Della Porta, o pescarese-teramano come Luciani), sicché con queste "tre corone" del dialetto abruzzese, la poesia vernacolare in dialetto andò a trovare la sua perfetta koinè nel dialetto della provincia di ChietiVedi l'introduzione di Nicola Fiorentino a Poeti dialettali abruzzesi in Quaderni del Centro di documentazione della Poesia dialettale "Vincenzo Scalpellino", Roma 2004, pp. 2 segg.

Neanche Gabriele D'Annunzio con le sue poesie d'occasione, senza che fossero pubblicate in una vera e propria antologia, era riuscito a influire nel corso della storia della poesia dialettale con i suoi epigrammi in dialetto pescarese. Il concetto della koinè abruzzese, già provato da Luciani e De Titta, fu sviluppato e analizzato criticamente dal poeta peligno Ottaviano GiannangeliO. Giannangeli, Considerazioni generali sulla scrittura dialettale. Il dialetto raianese nel contesto del peligno e dell'abruzzese, in Id., Lu libbre d'Ottavie. Poesie dialettali con un'appendice sui codici linguistici, Sulmona, Libreria Editr. Di Cioccio, 1979. che fu anche promotore del festival tuttora in attività della Settembrata Abruzzese, che prima si teneva a Ortona, e poi a Pescara, memore di quel fondamentale passaggio d'identità culturale che avvenne a Ortona col festival della Piedgrotta, poi Maggiolata, in cui le canzoni popolari venivano composte da Luigi Dommarco, Cesare De Titta, Luigi Illuminati e Giulio Sigismondi, e musicate da altri abruzzesi del chietino, come Antonio Di Jorio e Guido Albanese, la cui eredità fu poi raccolta da musicisti contemporanei come Camillo e Vincenzo Coccione, entrambi di Poggiofiorito, vicino a Ortona, direttore della Corale "Tommaso Coccione", nonché dall'Associazione culturale "La figlia di Jorio" di Orsogna (1921), e da altri gruppi corali della provincia di Chieti, come il Coro "Cesare De Titta" di Perano, la Corale "Majella" di Ortona, la Corale "Aniello Polsi del Vasto, la Corale "Vito Olivieri" di San Vito Chietino.

Il Giannangeli sentì di dover "risciacquare" i suoi componimenti e la patina del dialetto raianese e sulmontino nel fiume Pescara e nell'Alento per poter comporre delle poesie, delle quali molte furono anche musicate, in grado di essere comprese nella loro inflessione da tutti gli abruzzesi.

Nell'hinterland aquilano, eccettuata la valle Peligna, sporadiche furono le apparizioni di poeti dialettali abruzzesi, mancanza rilevata soprattutto a L'Aquila, la cui tradizione dialettale viene portata avanti solo dalla Corale "Gran Sasso" e dalla Corale "Novantanove".

Origini, il Medioevo Il Parvus libellus di Celestino V

Un manoscritto di papa Celestino V, il Parvus libellus (1294), contiene preghiere in volgare e proverbi e detti di Santi, di Cristo, e di Maria, usati a scopo educativo e ammonitorio. Si tratta di brevi componimenti con metro a doppio quinario. Il genere è quello dei Proverbi di Salomone di Gherardo Patecchio, e di quelli di Giacomino da Verona e Bonvesin de la RivaGianni Oliva, Carlo De Matteis, Abruzzo. Cultura e letteratura dal Medioevo all'età contemporanea, Carabba, Lanciano 2020, pp. 25 segg.In seguito a queste prime rudimentali forme poetiche, dove si creava un legame tra preghiera religiosa e forma metrica, all'Aquila, già nel 1266, con la fondazione della Confraternita della Pietà, vennero create le prime scuole di copiatura dei testi, e vennero composti dei Laudarii in volgare. Tale fenomeno prese ispirazione dalle scuole dell'Umbria e della Toscana, dove le preghiere ai santi sono scritte in forme metrica e accompagnate dal canto e della musica. Tra questi componimenti in volgare, dove si evidenziano già i primi tratti dell'attuale dialetto aquilano, c'è il Detto dell'Inferno, in cui in forma dialogica un defunto a un vivo spiega i tormenti dell'Aldilà, e il seguente invito ad abbandonare i piaceri terreniG. Oliva, C. De Matteis, op. cit. pp. 33 segg.L. Bizzarri, Dicto dello 'nferno in Quaderni di filologia e lingue romanze, IV, 1992, pp. 181-217. Si tratta di testi a struttura dialogica, usati per la lettura, e anche la recitazione in pubblico, da cui la prima forma embrionale di teatro abruzzese, benché in questo contesto non vi sia nulla di particolarmente originale, dacché anche in altre aree dell'Italia e dell'Europa circolavano tali componimenti.

Dato che questi testi erano recitati da giullari in piazza, o cantati da monaci e confratelli nelle chiese, si può parlare di una prima forma di teatro medievale, che si sviluppò non solo in Abruzzo, ma in tutta Italia; le origini del teatro abruzzese nel Medioevo sono state studiate da Vincenzo De Bartholomaeis in primis, e poi da Ernesto Giammarco. Questi testi sono composti da parti recitate e cantate, con specifiche didascalie e indicazioni di allestimento scenico e del ruolo dei personaggi e degli interpreti, quasi fossero dei copioni scenici; il più antico in Abruzzo, giunto in compiuto, è una Passione (l' "Officium quarti militis", dal nome dei quattro soldati romani che vanno al Sepolcro di Cristo e assistono al miracolo) ispirata a una più antica dell'abbazia di Montecassino, rinvenuta nell'archivio della Cattedrale di Sulmona.

Le Laudi e le Lamentationes dell'Aquila Questi testi erano composti in base alle principali ricorrenze religiose, il Natale, la Settimana Santa e la Pasqua, il giorno di Ognissanti, la Quaresima, ecc., ma erano predilette anche le vite dei santi, come si vedrà con la Legenda de Sancti Tomasci (La leggenda di San Tommaso d'Aquino) della Confraternita dei Disciplinati all'AquilaVincenzo De Bartholomaeis, Origini della poesia drammatica italiana, Torino SEI, 1952, pp. 289-356. Proprio la presenza nelle città maggiori italiane di queste confraternite religiose, favorirà lo sviluppo di testi che lentamente iniziarono a discostarsi per originalità dei classici Laudari, che erano ben strutturati in momenti scenici: rappresentazione delle figure, il narratore che spiega, il lamento della vergine Maria che va in cerca del figlio rapito dai Romani (per fare esempio il ciclo della Passione), il compianto e il lamento finale con appello e benedizione finale al pubblico.

La città dell'Aquila (prima chiamata solo Aquila), fondata nel 1254 e poi di nuovo nel 1266 da Carlo I d'Angiò, si affermò immediatamente come centro economico fiorente al centro dell'Italia, posta lungo la via degli Abruzzi per il passaggio delle merci e delle carovane dalla Toscana e dall'Umbria per arrivare a Roma o a Napoli. Divenuta dunque una stazione commerciale obbligatoria, ci furono scambi anche culturali per quanto riguardava non solo la letteratura, ma anche l'architettura, la scultura, la pittura, l'intaglio del legno, ecc.

Oltre al Detto dell'Inferno (o "Contrasto del morto e del vivo") citato, di anonimo, scritto nel XIV secolo da un giullare che non doveva non conoscere la Divina Commedia di Dante per alcuni riferimenti stilistici, in particolare nella descrizione delle zone dell'Inferno e della mostruosità di Lucifero, o anche il De Babilonia citate infernali di Giacomino da Verona, vanno annoverate i testi della Compagnia dei Disciplinati, che a detta di De Barholomaies, tale Detto sarebbe stato uno dei prodotti usciti da tale compagnia, che fece suoi i mezzi schiatti del linguaggio dialettale aquilano.V. De Bartholomaeis, Il teatro abruzzese nel Medio Evo, Zanichelli, 1924

Questi spettacoli dunque recitati nelle piazze, davanti alle chiese, o nelle chiese stesse per le cerimonie religiose, venivano composti anche a carattere paideutico per la popolazione, gli argomenti venivano selezionati e riformulati e riadattati alla convenzione del popolo, subito il testo nel linguaggio parlato, dunque il dialetto stesso, con alcune forme di litanie latine, doveva essere compreso dagli spettatori. Nel XV secolo il ciclo di queste rappresentazioni ebbe un notevole sviluppo con l'arrivo all'Aquila dei Frati Minori Osservanti, rappresentati da San Bernardino da Siena e San Giovanni da Capestrano, che fondarono dei monasteri, e istituirono la maniera della predicazione, soprattutto nelle chiese, in cui durante la predica, c'erano momenti recitativi, ossia detti a voce, e altri rappresentati con la musica e la messa in scena di parti dell'Antico e Nuovo Testamento, il cui tema era contenuto nell'argomento della predica.

In questo contesto si inserisce la monumentale rappresentazione della Legenna de Sancti Tomasci della compagnia dei Disciplinati dell'ordine di San Domenico all'Aquila, che rappresenta l'opera maggiore di questo ciclo di rappresentazioni aquilane, incentrata sulla vita di San Tommaso d'Aquino, ispirata alla biografia dell'abruzzese Guglielmo di Tocco. La vicenda rappresentata è molto complessa, vi sono dozzine di personaggi e interpreti, anche i luoghi scenici cambiano, da Parigi a Napoli, a Roma; l'opera fu composta in endecasillabi sciolti per le parti dialogate, e in strofe miste per le parti cantate, a coppia.

La Cronaca in rime di Buccio di Ranallo