Nella storiografia della Resistenza, per decenni basata su fonti istituzionali o narrazioni collettive, la partecipazione femminile, quando contemplata, è stata relegata a un ruolo subalterno, ad attività di sostegno, cura, logistica, "complementare" all'azione dei partigiani impegnati e organizzati nelle formazioni combattenti.

A partire dalla seconda metà degli anni settanta, ricerche e testimonianze raccolte dalle donne e tra le donne partecipanti alla lotta partigiana hanno colmato il vuoto degli studi, inaugurando il filone di ricerca su "Donne e Resistenza". Sono state portate alla luce, soprattutto attraverso opere di memorialistica, storie ed esperienze fino ad allora ignorate, che hanno contribuito a ridisegnare la mappa della partecipazione femminile, approfondendo, ampliando e rimodulando le interpretazioni del “contributo" delle donne alla Resistenza.

Negli anni ottanta e novanta del Novecento un gruppo di giovani storiche legate al femminismo e di ricercatrici degli Istituti della Resistenza (1989-1994) ha introdotto in Italia una prospettiva di genere nella storia della guerra, rinnovando lessico, categorie interpretative e strumenti d'indagine. Il coinvolgimento delle donne è stato letto attraverso categorie, come quella della "resistenza civile" e del "maternage" proposta da Anna Bravo, mentre nuove ricerche, estese all'analisi della condizione femminile durante il fascismo, al consenso femminile e alle scelte di militanza femminile fascista, hanno indagato sulla complessità e sulla molteplicità dell’esperienza femminile durante la guerra, sulla memoria, sulle motivazioni e le forme di autorappresentazione, ponendo la "soggettività" al centro dell'analisi storica.

Altri filoni che hanno accompagnato gli studi su Donne e Resistenza comprendono il rapporto tra Resistenza, emancipazionismo, conquiste sociali e politiche delle donne nel dopoguerra e, all'interno dei molteplici studi a carattere locale prodotti a partire dagli anni Novanta, la caratterizzazione regionale, l'individuazione di peculiarità locali nell'esperienza resistenziale femminile.

La Resistenza taciuta Il primo libro scritto da donne con l'intento di ridefinire la "reale partecipazione femminile alla Guerra di liberazione in Italia" è La Resistenza taciuta, pubblicato nel 1976. Curato da Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina, raccoglie dodici testimonianze di partigiane piemontesi. Anna Bravo, che ne curerà la riedizione nel 2003, lo definirà "il debutto degli studi di storia orale della Resistenza in cui le donne divenivano protagoniste". Nel libro il termine "contributo" viene rifiutato perché ritenuto svalutante: la Resistenza, affermano le due curatrici del volume, "non si sarebbe potuta sviluppare senza l’apporto delle donne."

Il rapporto Donne e Resistenza è al centro del Convegno svoltosi a Bologna nel 1977, nei cui lavori preparatori vengono raccolti oltre duemila questionari di partigiane e antifasciste emiliane che sottolineano il legame allora percepito tra la lotta contro l'occupante tedesco e la conquista della parità di diritti per le donne.

Nello stesso anno Bianca Guidetti Serra, ex partigiana torinese, avvocata e politica, dà alle stampe Compagne: testimonianze di partecipazione politica femminile, in cui sono raccolte interviste a 49 donne operaie, militanti e antifasciste che avevano preso parte alla lotta di liberazione.

Nel 1978 vengono pubblicati gli atti del Convegno L'altra metà della Resistenza: un incontro fra generazioni sulla via della liberazione femminile, svoltosi a Milano nel 1977.

Nel 1981 Mirella Alloisio, ex partigiana e responsabile della segreteria operativa clandestina del CLN Liguria, in Volontarie della libertà. 8 settembre 1943-25 aprile 1945 definisce la Resistenza al femminile un “iceberg sommerso”.

Se questi studi sollevano il velo posto sulla partecipazione delle donne alla Resistenza, dando la parola alle dirette protagoniste, facendo luce su figure, ruoli e vicende dimenticati, denunciando l'unilateralità dell'interpretazione "ufficiale", rimangono tuttavia relegati all’ambito degli studi sulle donne, e non determinano alcuna ricaduta sulla storiografia ufficiale.

Donne e guerra Negli anni Ottanta e Novanta un gruppo di giovani storiche legate al femminismo e di ricercatrici degli Istituti della Resistenza (1989-1994), impegnate nella ricerca “Donne guerra”, introducono in Italia una prospettiva di genere nella storia della guerra,La ricerca su “Donne guerra memoria” venne avviata a Torino da Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone sul finire degli anni Ottanta e condotta in seguito anche da altre ricercatrici di Torino, Milano, Bologna, Ancona, Roma e Napoli. Cfr.: Anna Bravo, Donne e seconda guerra mondiale: esperienza, racconto, in Mezzosecolo, 1989, n.8 ; A. Bravo (a cura di), Donne e uomini nelle guerre mondiali, Laterza, Roma-Bari, 1991. proponendo uno studio sui tratti propri, sulle modalità di espressione e sul significato dell’esperienza femminile nelle guerre del Novecento.

Questa nuova lettura, sollecitata dalla varia e consistente produzione anglo-americana sul tema "donne e guerra" e da un nuovo approccio storiografico sulla Resistenza in Italia, come quello proposto di Claudio Pavone, contribuisce ad un allargamento di prospettiva, ad una rilettura dei modelli interpretativi di guerra e Resistenza, allora concentrati sugli aspetti ideologici, politici e militari, e a un rinnovamento dei metodi della ricerca, grazie all'attenzione posta alla dimensione sociale e antropologica, alle fonti di memoria, scritte e orali.Sul tema della memoria, vedi Luisa Passerini, Storia e soggettività. Le fonti orali, la memoria, Firenze, La Nuova Italia, 1987; Maurice Halbwachs, La memoria collettiva, a cura di Paolo Jedlowski con Postfazione di Luisa Passerini, Milano, Edizioni Unicopli, 1987; Paolo Rossi, Il passato, la memoria, l'oblio, Bologna, Il Mulino, 1991

L'esperienza femminile nella Resistenza viene riconnessa più in generale al rapporto donne e guerra, agli effetti di quest'ultima - di modernizzazione o di conservazione/regressione - sulla condizione femminileAprirono il dibattito sugli effetti della guerra sulla condizione femminile, sostenendo la tesi della modernizzazione, alcuni studi di area anglosassone pubblicati negli anni Cinquanta del Novecento, fra cui Stanislav Andrzejewski, Military Organization and Society, London, Routledge, 1954 e Richard Titmuss, Essays on "The Welfare State", London, Allen and Unwin, 1958. e sulle strutture di genere.

Gli studi condotti in diversi contesti geografici e periodi storici rivelano come il quadro risulti poco lineare; secondo alcune ricerche, il "nuovo" innescato dalle guerre avrebbe rappresentato spesso più una parentesi che un punto di partenza,Anna Bravo, In guerra senza armi : storie di donne, 1940-1945, Roma-Bari, Laterza, 1995, p. 4; Françoise Thébaud, La Grande guerra: età della donna o trionfo della differenza?, in Georges Duby, Michelle Perrot (a cura di), Storia delle donne in Occidente. Il Novecento, Roma-Bari, Laterza, 1992, pp. 25-90 come nel caso della mobilitazione civile in Europa avvenuta durante la prima guerra mondiale, che se da una parte determinò una maggiore, diversa e multiforme presenza delle donne nel mondo del lavoro e della vita pubblica, assegnando loro mansioni e spazi ritenuti di esclusiva pertinenza maschile, dall'altra avrebbe permesso solo in via provvisoria tale spostamento dei ruoli: al ritorno dal fronte gli uomini avrebbero ripreso possesso e riconfermato la loro posizione sociale, mentre non sarebbe stato sottoposto ad alcuna ridefinizione il tradizionale ruolo assegnato alle donne, ancorato al lavoro domestico e di cura.

La seconda guerra mondiale, con i bombardamenti a tappeto, l'occupazione nemica dei territori, le stragi e le deportazioni di massa, la dimensione di "guerra totale" e di "guerra civile", avrebbe introdotto un salto di qualità nel rapporto tra donne e guerra: lo sconfinamento della guerra dal fronte militare alla popolazione civileLa caratteristica di "guerra totale", che lungi dallo svolgere un ruolo emancipatorio per le donne, sarebbe stata diretta prevalentemente contro di loro, colpendole come “bersaglio strategico”, è la tesi del libro di Michela Ponzani, Guerra alle donne. Partigiane, vittime di stupro, «amanti del nemico», che dando voce alle esperienze di molte donne comuni e di partigiane, assume il carattere di denuncia sociale nei confronti delle sofferenze e delle violenze patite dalle donne durante la seconda guerra mondiale.https://journals.openedition.org/diacronie/628?lang=en avrebbe coinvolto le donne in misura ancora maggiore nella lotta per la sopravvivenza, contro la fame, le bombe, i rastrellamenti, estendendo il lavoro di cura, di soccorso e di protezione, oltre che ai propri cari, anche a persone sconosciute (soldati allo sbando dopo l'8 settembre, renitenti, stranieri, ebrei, oppositori, antifascisti, carcerati, deportati), per far fronte ad una violenza in progressiva crescita.

La resistenza civile Gli studi di Anna Bravo, ispirati a quelli dello storico francese Jacques Sémelin sulla resistenza civileJacques Sémelin, Sans armes face à Hitler, Paris, Editions Payot, 1989; trad. it. Senz’armi di fronte a Hitler, Torino, Sonda, 1993. intesa come processo spontaneo di lotta di una società disarmata contro l’aggressione, allargano il concetto di Resistenza reinterpretando il coinvolgimento delle donne attraverso la categoria del "maternage di massa". La funzione materna viene ritenuta la “forma specificamente femminile di resistenza civile”. Essa si esprimerebbe in "comportamenti conflittuali non violenti e non politicamente strutturati", come avvenne dopo l'8 settembre, quando moltissime donne, disobbedendo istintivamente agli ordini, a costo del carcere e della propria vita diedero aiuto e rifugio ai soldati in fuga e ai giovani renitenti.Esempi dell' "altra guerra" sono anche citati in Miriam Mafai, Pane nero : donne e vita quotidiana nella seconda guerra mondiale, Milano, CDE, 1988.

Il libro In guerra senz'armi, Storie di donne 1943-1945, curato nel 1995 da Anna Bravo e Anna Maria Bruzzone, evidenzia l'esperienza di opposizione spontanea delle donne a ordini ingiusti che mettono in pericolo la comunità e la vita degli altri, contribuendo a mettere in discussione il modello resistenziale del "cittadino in armi", il primato dell'azione militare strettamente legato alle formazioni partigiane, e lo stereotipo delle donne come elementi marginali, vittime della storia o martiri, anziché soggetti attivi, capaci di iniziativa e di scelta.La preminenza dell'aspetto militare, "armista" è affermata nei criteri di attribuzione della qualifica di "partigiano" stabilita per l'esame di "proposte di ricompensa", definiti dalla Commissione istituita nel dopoguerra dal Ministero della Difesa: in testa ai riconoscimento vi è il "partigiano combattente" che deve aver partecipato "ad almeno tre azioni di guerra o di sabotaggio". All'ultimo posto si trova il resistente civile non armato (patriota, benemerito). Cfr.: I Partigiani d'Italia. Lo schedario delle commissioni per il riconoscimento degli uomini e delle donne della Resistenza "Contributo" e "partecipazione", scrive Bravo, sono "concetti deboli rispetto alla ricchezza dell'esperienza, ma indicatori forti degli orientamenti storiografici. Contribuire o partecipare non equivalgono a fare e a far parte, anzi marcano il divario fra appartenenza e convergenza momentanea, fra l'azione creativa e il suo contorno o supporto, che restano vaghi"..

L'attivismo delle donne, la loro ribellione spontanea e le sue caratteristiche di genere sono elementi messi in luce anche nell'episodio della rivolta delle donne a Piazza delle Erbe a Carrara l'11 luglio 1944, evento ritenuto fondativo dell'identità antifascista di quel territorio, e tema centrale del Convegno di studi Le radici della Resistenza: donne e guerra, donne in guerra, svoltosi a Carrara nel 2004.