La cortesia è la capacità di porsi nei confronti degli altri con rispetto, educazione e gentilezza.

Il senso comune tende a considerare la cortesia ora in chiave positiva, ora in chiave negativaP. Di Giovanni, Che cos'è la cortesia?, in A. Bianchi e altri, Economia della cortesia, Roma, Carocci, 2008. A volte si pensa che sia un valore, qualcosa che aiuta a sentirsi rispettati e considerati e a star bene con gli altri. Altre volte invece ci si concentra su regole sociali da rispettare e la si considera qualcosa di formale, una sorta di rituale, o addirittura viene guardata con sospetto, perché si pensa che abbia una componente di falsità o per lo meno un difetto di spontaneità.

Sulla cortesia c'è oggi un vasto filone di ricerche scientifiche, che vanno dalla linguistica, alla psicologia, la sociologia e l'antropologia culturale. In linguistica è stato fondato nel 1998 il The Linguistic Politeness Research Group (Gruppo di ricerca di linguistica sulla cortesia) con il Journal of Politeness Research (Giornale di ricerca sulla cortesia). Le ricerche scientifiche ci aiutano a capire i giudizi ambivalenti del senso comune, dato che descrivono forme diverse di cortesia, ora più o meno false, ora autentiche. C’è un fatto interessante che emerge dagli studi degli ultimi decenni: le forme autentiche di cortesia sono fondamentali per il buon funzionamento della comunicazione, le relazioni interpersonali e anche la produttività nel lavoro.

L'origine del termine Il termine “cortesia” deriva da “corte” e propriamente indica i modi compìti, garbati, signorili dell’ambiente cortigiano. Il termine inglese “politeness” viene dal latino polire e suggerisce l’attenzione a ripulire i modi secondo le regole del vivere civile senza criteri di correttezza. Questi termini enfatizzano l’addestramento umano verso le regole stabilite da chi è al potere o dai malfattori (vedi esempio delle dittature o il rapporto sub/dom in psicologia e neuropsichiatria), cosa che lascia fuori l’umanità e la cura dei difetti, le cortesie sono degli impegni presi a discapito di chi lo richiede o viene richiesto, ma non sono da confondersi con le promesse elettorali e non portano ad alcun vantaggio sociale per sé o per gli altri. Secondo gli analisti chiedere una cortesia è come chiedere un favore, espone a rischi chiunque lo chiede e chi lo fa. Usare questi termini, o altri è desueto e genera violenza fisica al pari della menzogna, terrorismo e rissa oltre che diffidenza, ma le cause di tutto ciò sono spesso personali e coatte data l’assenza di cura e giustizia degli inflitti.

La cortesia difensiva Il modello pragmalinguistco Lo studio scientifico sistematico della cortesia comincia negli anni Settanta col lavoro della linguista americana Robin Lakoff (1973)R. Lakoff, The logic of politeness: Or, minding your P’s and Q’s. In Papers from the Ninth Regional Meeting of the Chicago Linguistic Society, 1973, pp. 292-305; trad. it. La logica della cortesia, ovvero bada a come parli. In M. Sbisà (a cura di), Gli atti linguistici. Aspetti e problemi di filosofia del linguaggio, Milano, Feltrinelli, 1978, 1993, pp. 220-239 e poi di Penelope Brown e Stephen Levinson (1978) P. Brown, S. C. Levinson, Universals in language usage: Politeness phenomena. In E.N. Goody (a cura di), Questions and politeness, Cambridge, Cambridge University Press, 1978, il cui modello teorico, che rientra in quella specializzazione della linguistica nota come pragmatica, ha influenzato buona parte della ricerca successiva e ancora oggi costituisce un riferimento fondamentale. Da Lakoff in poi le teorie pragmalinguistiche muovono dal presupposto che la cortesia serve a salvare l'armonia sociale minacciata dalla comunicazione. Per questo si parla di cortesia difensiva. Lakoff ha sostenuto che la cortesia si fonda su tre regole:

a) non importi b) offri alternative c) fai sentire l’altro a proprio agio

Tutte e tre le regole evitano che la comunicazione minacci l’armonia nei rapporti e la pace sociale.

Si può restare perplessi a sentir dire che la comunicazione minaccia la pace sociale. A rifletterci però è così e le ricerche lo dimostrano: comunicare a volte turba l'armonia nel rapporto con gli altri. La cortesia difensiva impedisce che comunicare guasti i rapporti, è una sorta di meccanismo protettivo che consente di comunicare in tranquillità.

Salvare la «faccia» Brown e Levinson (1978, 1987 P. Brown, S.C. Levinson, Politeness: Some universals in language usage, Cambridge, Cambridge University Press, 1987) si rifanno al concetto di «faccia» del sociologo Erving Goffman (1959) E. Goffman, The presentation of self in everyday life, New York, Anchor Books, 1959; trad. it. La vita quotidiana come rappresentazione, Bologna, Il Mulino, 1975. Le persone tengono alla figura che fanno in pubblico, quando interagiscono con gli altri. Da un lato si aspettano che il loro spazio personale sia rispettato: è questa la «faccia negativa», basata sul diritto a non essere invasi o ostacolati. Dall'altro si preoccupano di essere apprezzati: è la «faccia positiva». A seconda che difenda un tipo di faccia o l'altra, si parla di cortesia negativa e cortesia positiva. Ad esempio esprimere un ordine sotto forma di affermazione (dire "La porta è rimasta aperta", anziché “Chiudi la porta”) è cortesia negativa, che serve a salvaguardare lo spazio dell'altro, a non intromettersi nel suo mondo e subordinarlo a sé. Non ignorare un conoscente che si incontra, salutarlo, magari cordialmente, fermandosi a parlare, è cortesia positiva che fa sentire l'altro importante.

La «faccia» nelle culture collettivistiche Alcuni studi portati avanti in culture collettivistiche o olistiche (ad esempio quella cinese o giapponese) hanno messo in discussione la tesi che all’origine della cortesia difensiva ci sia la salvaguardia della propria faccia.

Yoshiko Matsumoto (1988Y. Matsumoto, Reexamination of the universality of face: Politeness phenomena in Japanese, Journal of Pragmatics, 12, 1988, pp. 403-426, 1989Y. Matsumoto, Politeness and conversational universals - Observations from Japanese, Multilingua, 8, 1989, pp. 207-221) e Sachiko Ide (1989)S. Ide, Formal form and discernment: Two neglect aspects of universal of linguistic politeness, Multilingua, 8, 1989, pp. 223-248 hanno messo in evidenza che i giapponesi hanno un rigido protocollo di comportamento a seconda dei contesti sociali, che si traduce anche in formule linguistiche diverse a seconda dei rapporti tra gli interlocutori al fine di adottare il comportamento socialmente appropriato a seconda delle situazioni. Anche per i cinesi, come ha evidenziato Yueguo Gu (1990)Y. Gu, Politeness phenomena in modern chinese, Journal of Pragmatics, 14, 1990, pp. 237-257, il comportamento cortese conserva l’organizzazione sociale e per il singolo attenercisi è un obbligo morale verso la collettività. In quest'ottica essere cortesi è semplicemente fare ciò che il ruolo sociale prevede si faccia.

In realtà, a ben guardare, la funzione di salvare la faccia c'è anche nelle culture collettivistiche. Solo che qui conta la faccia collettiva, quella del gruppo di appartenenza, non quella individuale. C’è, come si dice, un sé interdipendente, cioè ciò che io sono viene definito dalle caratteristiche del gruppo di appartenenza e da come mi inserisco in questo. Nelle culture occidentali invece c’è un sé indipendente, definito in base a come mi distinguo dagli altri T. M. Singelis, The measurement of independent and interdependent self-construals, Personality and social psychology bulletin, 20(5), 1994, pp. 580-591.. Addirittura sembrerebbe che nelle culture collettivistiche la preoccupazione di salvare la faccia sia più marcata che nelle occidentali. Proprio in quanto il sé non viene definito distinguendosi, ma identificandosi nel gruppo, occorre stare molto attenti alla figura che si fa: è in gioco l'immagine del gruppo e il singolo ha una seria responsabilità.

Come osserva Richard Watts (2003) R. J. Watts, Politeness, Cambridge, Cambridge University Press, 2003, in ogni caso la cortesia difensiva è espressione di un “comportamento politico”, teso a mantenere la pace sociale nella nostra vita quotidiana, comportamento che nelle culture individualistiche si traduce nella difesa della faccia individuale, nelle collettivistiche della sociale.

Le critiche al modello pragmalinguistico Come nota Parisio Di Giovanni un limite del modello pragmalinguistico è che trascura altre minacce da cui la cortesia difensiva protegge. Attacchi possono venire anche dalla comunicazione non verbale, non dal linguaggio, o anche da certi comportamenti (arrivare tardi a un appuntamento, passare avanti in una fila). Inoltre minacciato può essere il sé, non solo la faccia. Infatti si costruisce la conoscenza di sé stessi in gran parte riflettendo su ciò che accade nelle interazioni sociali. Psicologia e scienze sociali hanno dimostrato che si costruisce il nostro sé in questo modo, più che autoesaminandosi in privato, come sostenuto in filosofia e come è portato a pensare il senso comune. D'altra parte la cortesia salvaguarda anche l'armonia sociale a prescindere dalla faccia dei partecipanti: evita incidenti relazionali e conserva la stabilità sociale.

La cortesia costruttiva Mentre la cortesia difensiva serve a salvaguardare la pace sociale quando è minacciata, la cortesia costruttiva''' mira a creare un clima di armonia a prescindere dalle minacce, al solo scopo di godere dei vantaggi di avere buoni rapporti.

L'idea che esista una cortesia costruttiva volta a migliorare l'armonia e la qualità dei rapporti sociali è presente nella tradizione pragmalinguistica. Geoffrey_Leech (1983) G. Leech, Principles of pragmatics, London, Longman, 1983. ha messo in evidenza che parlar chiaro e conservare l'armonia sociale non sempre sono in contrasto e a volte rappresentano attività sinergiche. I comportamenti cortesi, come ha osservato Nieves Hernández Flores (2002 N. Hernández Flores, La cortesía en la conversación española de familiares y amigos; la búsqueda del equilibrio entre la imagen del hablante y la imagen del destinatario, Aalborg, Institut for Sprog Internationale Kurturstudier Aalborg Universitet, 2002., 2003 N. Hernández Flores, Cortesía y contextos socioculturales en la conversación española de familiares y amigos. In D. Bravo (Ed.), Actas del primer coloquio del programa EDICE: la perspectiva no etnocentrista de la cortesía: identitad sociocultural de las comunidades hispanohablantes, Stoccolma, 2003) sono impiegati in situazioni in cui la comunicazione non minaccia l'armonia sociale. Ad esempio, salutare cordialmente un conoscente quando lo si incontra, anche se non si deve dirgli nulla, contribuisce alla creazione di una buona relazione. Creare un ambiente sociale a basso rischio di incidenti relazionali comporta parecchi vantaggi: dedicarsi più tranquillamente alle proprie attività e riflessioni, permettersi di dire e fare cose che diversamente sarebbero problematiche, beneficiare dell'indulgenza e della tolleranza degli altri in caso di errori o fatti dubbi. Altri vantaggi derivano dal fatto che si è creato un clima di confidence, un misto di fiducia, familiarità, rispetto e considerazione. Ad esempio, ci si intende, ci si aiuta reciprocamente nel bisogno, si riesce a collaborare bene in vista di scopi comuni, i problemi vengono affrontati intelligentemente assieme e, non ultimo, ci si sente "a posto", appagati nel proprio senso di giustizia.

Giovanna Axia (1996)G. Axia, Elogio della cortesia. L’attenzione per gli altri come forma di intelligenza, Bologna, Il Mulino, 1996 sostiene che la cortesia favorisce l’intelligenza sociale, nel senso che è uno “strumento adattissimo a risolvere i problemi sociali”. I problemi sociali sono complessi e soprattutto richiedono di guardare al lato soggettivo dell’esperienza e coinvolgono gli altri. In un clima di cortesia si affrontano meglio.

Cortesia inautentica e autentica