Il concerto per pianoforte e orchestra n. 9 in Mi bemolle maggiore K 271, conosciuto anche come concerto Jeunehomme, fu completato da Wolfgang Amadeus Mozart a Salisburgo nel gennaio 1777.
Storia Contesto Dopo il ritorno a Salisburgo dal suo terzo viaggio in Italia, nel 1773, Mozart trascorse nella città natale gli anni successivi lavorando presso la corte del principe-arcivescovo Hieronymus von Colloredo. In questo periodo la sua produzione comprendeva composizioni di diversi generi, fra cui musica sacra, opere teatrali, sinfonie e musica da camera. Parallelamente all'attività di corte, Mozart cominciò a cercare nuove opportunità professionali al di fuori di Salisburgo.
Gli anni successivi al 1773 furono inoltre caratterizzati da un'intensa attività concertistica. Mozart si esibiva sia in ambito privato che in occasione di concerti pubblici e la sua produzione, di questo periodo, mostra una progressiva elaborazione del rapporto fra strumento solista e orchestra, con una parte pianistica sempre più articolata e una maggiore integrazione fra gli interventi del solista e quelli dell'orchestra. Le esperienze maturate durante i precedenti viaggi contribuirono, inoltre, alla conoscenza delle differenti tradizioni musicali europee.
Nel 1776 e nei primi mesi del 1777 Mozart aveva ormai raggiunto una posizione di rilievo nell'ambiente musicale cittadino, ma le possibilità di sviluppo della sua carriera rimanevano legate all'impiego presso la corte del principe-arcivescovo. La ricerca di una nuova occupazione lo portò a progettare un ulteriore viaggio al di fuori di Salisburgo e, nel settembre 1777, partì insieme alla propria madre, Anna Maria Pertl, dirigendosi dapprima verso Monaco di Baviera e successivamente verso Mannheim e Parigi, con l'obiettivo di trovare nuove opportunità lavorative.
Composizione, prima esecuzione e pubblicazione Il concerto per pianoforte e orchestra n. 9 fu conosciuto, per molto tempo, con il soprannome di concerto Jeunehomme. In una lettera a suo padre Leopold dell'11 settembre 1778, Mozart elencò i suoi concerti per pianoforte più recenti, in ordine cronologico inverso: «In cambio di una somma in denaro darò all'incisore che aveva stampato le sonate tre concerti: quello di Jenomy, quello di Litzau e quello in Si bemolle maggiore». Con "Jenomy" il compositore si stava riferendo a Louise Victoire Noverre, figlia del coreografo e ballerino Jean-Georges Noverre e sposata con Joseph Jenamy, un facoltoso commerciante di Vienna.
Wolfgang aveva incontrato la Noverre, conosciuta come madame Jenamy dal cognome del marito, a Salisburgo alla fine del 1776 o all'inizio del 1777 e sicuramente a Parigi nel 1778. In questa seconda occasione il compositore aveva in programma di collaborare con il padre, Jean-Georges Noverre, come si evince da una lettera del 5 aprile 1778 a Leopold Mozart: «Noverre, con cui ceno quando voglio, ha promesso di occuparsene personalmente e l'idea è sua. Penso che ci saranno Alexandre e Roxane. Anche Mad:me Jenomè è qui». Al che Leopold, che doveva conoscere la signora in questione, il 20 aprile 1778 rispose a Wolfgang: «Portate da parte mia e di Nannerl i nostri saluti al barone von Grimm, al signore e alla signora Noverre, alla signora Genomai».
Wolfgang e suo padre Leopold, dunque, non scrivevano nemmeno il cognome in modo uniforme visto che, nel loro epistolario, compaiono le forme «Jenomy», «Jenomé», «Jenomai» e «Genomai». Queste varianti sono effettivamente molto vicine, foneticamente, a Jenamy e, soprattutto, dimostrano che i Mozart stavano cercando di rendere a orecchio un cognome francese che, evidentemente, non sapevano bene come scrivere. Fino al XIX secolo i musicologi non ebbero a disposizione alcun altro dettaglio riguardante la misteriosa donna per la quale Mozart aveva scritto questo concerto per pianoforte e orchestra.
Nel corso dell'Ottocento, con il progressivo sviluppo degli studi mozartiani e con l'affermarsi di un approccio più sistematico alla ricerca documentaria, questa lacuna informativa iniziò a essere considerata un problema dagli studiosi. Accettando acriticamente l'ortografia di Mozart, nel 1856 il compositore e filologo Otto Jahn definì il brano «un concerto per pianoforte per Jenomy». Téodor de Wyzewa e Georges de Saint-Foix, nel loro studio su Mozart del 1912, basandosi sull'assunto infondato che Mozart si fosse sbagliato e che con "Jenomy" avesse probabilmente voluto intendere un nome francese, coniarono dal nulla il nome "Mademoiselle Jeunehomme", presentandola come «una delle più celebrate virtuose del suo tempo».
Tale appellativo venne poi ripreso da Arthur Schurig, che in uno studio del 1913 parlò della «signora Jeunehomme, che ai suoi tempi era un'acclamata pianista». L'errore venne poi copiato da diversi autori nel corso dei decenni successivi, tanto che anche la prestigiosa Neue Mozart-Ausgabe scrisse che: «Mozart mise in campo tutte le sue capacità compositive per accontentare la tanto lodata virtuosa del pianoforte Jeunehomme». Ancora nel 1999 il musicologo Robert W. Gutman sostenne che Mozart si fosse sbagliato: «Lui (Mozart) si riferiva al concerto come "quello per la signora Jeunehomme" (das für die jenomy). La sua trascrizione fonetica del francese rivela quanto miseramente lo pronunciasse»..
Il musicologo austriaco Michael Lorenz, nel 2003, chiarì invece che la "madame Jenomy" di Mozart era Louise Victoire, figlia di Jean-Georges Noverre, coniugata Jenamy. Quando Mozart strinse amicizia con Jean-Georges conobbe anche la figlia, che aveva dimostrato le sue doti musicali in occasione di un ballo tenutosi al Theater am Kärntnertor di Vienna il 17 febbraio 1773, esibendosi al clavicembalo. Non ci sono prove, tuttavia, che la ragazza sia mai stata una musicista di professione. Quando Louise Victoire arrivò a Salisburgo da Vienna, alla fine del 1776 o all'inizio del 1777, di passaggio durante il suo viaggio per raggiungere Parigi, Mozart colse l'occasione per presentarsi come un amico di suo padre Jean-Georges, porgendole il concerto che poi da lei prese il nome.
Non esistono testimonianze, tuttavia, che attestino l'esecuzione del concerto da parte di madame Jenamy. La prima esecuzione documentata ebbe luogo il 4 ottobre 1777 a Monaco di Baviera, in un concerto privato presso l'albergo Zum Schwarzen Adler, con Mozart come solista al fortepiano. Considerato il più prestigioso albergo di Monaco, Zum Schwarzen Adler disponeva di un ampio salone da ballo ornato di specchi, trentotto camere per gli ospiti, una scuderia per ventiquattro cavalli e una rimessa in grado di accogliere quaranta carrozze. Era un importante centro della vita culturale e mondana della città, frequentato da musicisti, letterati e viaggiatori illustri, fra cui Goethe e, qualche anno più tardi, Beethoven.
Mozart tenne questo concerto in grande considerazione, tanto da eseguirlo personalmente in più occasioni negli anni successivi, portando con sé il manoscritto in Germania e in Francia. Dopo la morte di Mozart, nel 1791, il manoscritto autografo venne venduto, insieme a circa 270 altri autografi, nel 1799 dalla vedova Constanze all'editore e compositore Johann Anton André di Offenbach sul Meno, che ne rimase in possesso fino alla morte, avvenuta nel 1842. Successivamente il manoscritto venne venduto dagli eredi di André alla Biblioteca di Stato di Berlino, dove rimase fino al 1941, anno in cui un grande numero di manoscritti venne trasferito fuori città per proteggerli dai bombardamenti della seconda guerra mondiale.
Nel 1945, con la nuova suddivisione territoriale del dopoguerra, i depositi dove erano stati trasferiti i manoscritti vennero a trovarsi in territorio polacco e furono quindi incorporati nelle raccolte della Biblioteca Jagellonica di Cracovia, dove si trovano attualmente. Il manoscritto originale può essere consultato online. La prima edizione a stampa fu pubblicata nel 1778 dall'editore Franz Joseph Heina a Parigi, ma nessun esemplare di tale edizione è sopravvissuto fino al XXI secolo. Si tratta, perciò, di uno dei pochi concerti a essere stato stampato durante la vita di Mozart. La seconda edizione venne pubblicata da Johann Anton André a Offenbach sul Meno nel 1792.
Strumentazione La partitura è scritta per un'orchestra composta da:
Archi: violino 1° e 2°, viola, violoncello. Legni: oboe 1° e 2°. Ottoni: corno in Do 1° e 2°. Solisti: un pianoforte (originariamente un fortepiano).
Struttura e analisi
Il concerto è formato da tre movimenti:
Allegro, in Mi bemolle maggiore, tempo C. Larghetto, in Do minore, tempo 3/4. Presto: Rondeau, in Mi bemolle maggiore, tempo 2/2.
L'esecuzione integrale dura circa 30/35 minuti, facendone uno dei concerti per pianoforte e orchestra di Mozart più lunghi. Tutte le fonti documentali descrivono lo strumento solista come cembalo, clavicembalo o clavecin. Tuttavia, i musicologi non hanno dubbi che queste denominazioni riflettessero semplicemente le convenzioni dell'epoca e che Mozart avesse concepito fin dall'inizio questo concerto per il fortepiano: lo dimostrano le numerose indicazioni dinamiche presenti (crescendo, forte, eccetera), che non possono essere realizzate al clavicembalo. Sebbene l'organico sia relativamente contenuto, i contemporanei ne sottolinearono il carattere insolitamente ricco, ottenuto grazie all'originalità della scrittura orchestrale. Nel movimento lento, ad esempio, gli archi suonano con sordino, producendo un timbro soffuso e velato che accentua l'atmosfera lirica e malinconica.
Un ulteriore elemento di originalità è rappresentato dalla decisione di Mozart di mettere per iscritto non solo le cadenze, ma anche gli Eingänge, ossia i brevi passaggi ornamentali che introducono il rientro del solista. Nella prassi esecutiva del XVIII secolo tali interventi erano invece generalmente lasciati all'improvvisazione dell'interprete. La loro notazione autografa testimonia la particolare attenzione riservata dal compositore alla definizione dell'opera. Nel corso dei secoli il concerto venne progressivamente riconosciuto come una delle opere fondamentali della produzione mozartiana e della storia del concerto per pianoforte. La critica, infatti, lo ha frequentemente indicato come il primo autentico capolavoro del classicismo viennese, individuandovi il momento in cui il linguaggio del giovane Mozart raggiunse una piena maturità artistica.
Fra gli aspetti più innovativi dell'opera vengono comunemente ricordati l'ingresso del pianoforte fin dalle misure iniziali del primo movimento, l'inserimento di un episodio in tonalità minore nel movimento lento e la presenza di un minuetto all'interno del rondò finale. Tali elementi, uniti all'equilibrio fra brillantezza virtuosistica e profondità espressiva, hanno contribuito a fare del concerto uno dei lavori più ammirati del repertorio pianistico. Musicologi quali Charles Rosen lo hanno descritto come il primo concerto pianistico pienamente compiuto di Mozart, capace di anticipare per concezione formale, equilibrio espressivo e ricchezza drammatica i grandi concerti del periodo viennese, segnando il passaggio dalla produzione giovanile alla piena maturità creativa.