Le guerre di religione francesi furono una serie di otto conflitti che, opponendo cattolici e protestanti, devastarono il Regno di Francia nella seconda metà del XVI secolo.

Lo sviluppo, nel secolo del Rinascimento, di un pensiero umanistico critico e individualistico, volto alla verifica delle acquisizioni culturali ereditate dal passato, provocò, fra l'altro, la messa in discussione dei principi dogmatici della religione cristiana e della legittimità delle istituzioni ecclesiastiche, fino ad allora insegnati e tutelati dalla Chiesa di Roma, alla quale si contestava da tempo anche la corruzione dei costumi. Nacque così in Europa, su impulso di Martin Lutero, il movimento della Riforma protestante, alla quale il cattolicesimo tradizionale oppose sia un intransigente conservatorismo, sia una proposta di autoriforma (erasmiana) oppure di adeguamento del cattolicesimo alle nuove condizioni storiche (controriforma). Queste dispute religiose provocarono, particolarmente in Francia e in Germania, una lunga serie di guerre civili.

Le prime persecuzioni contro gli aderenti alle nuove idee iniziarono in Francia negli anni VentiPrima condanna al rogo: .. Occorre attendere gli anni Quaranta e Cinquanta per assistere allo sviluppo di una lotta sempre più violenta. Si fecero frequenti le distruzioni iconoclaste, da parte dei protestanti, di oggetti del rituale romano considerati sacri dai cattolici: reliquie, ostie, immagini devozionali. Alla fine del regno di Enrico II, il conflitto si politicizzò e alla morte del re nel 1559 le diverse famiglie della nobiltà predisposero alleanze in funzione delle loro ambizioni e della loro fede religiosa. Le guerre cominciarono nel 1562 proseguendo, inframmezzate da periodi di tregua, fino al 1598, anno dell'emanazione dell'Editto di Nantes. In seguito alla morte di Enrico IV, la monarchia irrigidì la sua politica nei confronti dei protestanti e ciò condusse alle rivolte ugonotte del XVII secolo, che ebbero come epilogo l'assedio de La Rochelle. Alla revoca dell'Editto nel 1685, ripresero le persecuzioni contro i protestanti nel XVIII (rivolta dei Camisardi) fino all'Editto di Versailles di Luigi XVI del 1788.

L'analisi di queste guerre - che segnarono un periodo di declino politico della Francia - è resa particolarmente complessa per l'intrecciarsi in esse di cause politiche, sociali e culturali in un contesto europeo di forte tensioni.

Le cause I problemi dell'economia francese Per sostenere le guerre nelle quali i monarchi s'impegnarono fin dalla fine del secolo precedente, lo Stato francese dovette ricorrere a prestiti, alla vendita delle cariche pubbliche e all'aumento delle imposte, dirette e soprattutto indirette. In conseguenza di ciò, dagli anni Venti si assiste a un aumento generalizzato dei prezzi che provoca in particolare l'ulteriore impoverimento delle classi popolari urbane – operai, artigiani, piccoli commercianti – che danno luogo, negli anni Quaranta, a manifestazioni contro l'esosità del fisco fino all'aperta rivolta di Bordeaux, che aveva di mira il conseguimento all'autonomia dal potere centrale, repressa nel sangue.

La rivoluzione dei prezzi colpì anche la piccola e media nobiltà di provincia – la cosiddetta nobiltà di spada - che ricavava il proprio reddito dal censo pagato in denaro dai contadini e, se poteva rivelarsi vantaggiosa per la borghesia imprenditrice che poteva aumentare i propri capitali grazie alla diminuzione dei salari reali dei lavoratori, era svantaggiosa per la diminuzione dei consumi interni e le difficoltà di avere sbocchi nei mercati dei Paesi esteri, in cui i prezzi aumentavano più lentamente, mentre anche la tradizionale importatrice di merci francesi, la Spagna, nella quale pure si assisteva a un forte aumento dei prezzi, pagava con moneta svalutata e immetteva in Francia e in tutta Europa una grande quantità di argento proveniente dalle colonie americane, rompendo il tradizionale rapporto di valore con l'oro e provocando una crisi monetaria.

Inoltre le guerre tra Francia e Spagna generarono perturbazioni nei mercati, chiudendone alcuni alle esportazioni francesi, e, soprattutto, creando ricorrenti crisi e episodi di guerra di corsa particolarmente tra il 1515 e il 1555. Dopo il 1556 buona parte dell'Italia era stabilmente sotto il controllo diretto ed indiretto della Spagna, così come tutta la Germania meridionale era sotto il controllo degli Asburgo d'Austria, mentre molti dei principali alleati della Francia o erano protestanti (per lo più luterani tedeschi) o comunque non erano cattolici (Impero ottomano, a maggioranza islamica, ma in generale molto tollerante verso tutte le fedi religiose, incluse quelle riformate).

Lo sviluppo del calvinismo Le idee protestanti furono così valutate non solo nel loro aspetto religioso, ma anche come una Riforma che potesse investire l'insieme della società. Al calvinismo aderirono soprattutto i ceti urbani, operai, artigiani, la borghesia e quella parte della nobiltà che sperava nella secolarizzazione delle proprietà ecclesiastiche per poter trovare una soluzione al suo crescente impoverimento. Si diffuse nel Sud e – con l'eccezione di Tolosa - soprattutto nel Sud–Ovest, dove erano forti le tendenze all'autonomia e dove operava una borghesia commerciale che vedeva in esso l'ideologia che premiava lo spirito dell'iniziativa e del successo. Poco sviluppo ebbe invece nel Nord, a eccezione, in parte, della Normandia, più industrializzata. Non mancavano famiglie dell'alta ed altissima nobiltà francese (come alcuni rami dei Borbone e dei Montmorency) che si convertirono al calvinismo. Inoltre una parte considerevole della nobiltà francese aveva sempre dimostrato di gradire poco il potere dello stato e di avere una tendenza alla ribellione.

L'assolutismo La Francia fu il paese europeo in cui l'assolutismo - l'accentramento di tutti i poteri politici nelle mani del re, la mancata convocazione degli Stati Generali, che erano le forme di rappresentanza degli ordini sociali, e il ridimensionamento delle prerogative parlamentari - assunse il carattere più compiuto. L'assolutismo è la forma politica che più garantisce gli interessi della nobiltà, difendendo le proprietà feudali e i privilegi fiscali di quella classe.

D'altra parte la monarchia francese non trascurò di favorire l'ascesa economica della borghesia, con una politica economica protezionistica che limitava le possibilità di importazione dei prodotti stranieri, prendendo iniziative che favorissero le esportazioni delle merci francesi, come mostrano gli accordi con la Turchia, che favorivano i commerci francesi nell'Oriente, eliminando all'interno una parte dei dazi doganali, unificando pesi e misure e rendendo parzialmente più omogenea in tutto il Paese il diritto e la legislazione.

L'alta nobiltà era rappresentata nel Consiglio del Re, ricopriva le cariche di governo nelle province e comandava le forze armate di terra e di mare. Principale classe feudale, usufruendo di enormi possedimenti fondiari, non era interessata - anzi, era persino avversa - alla centralizzazione assolutistica dello Stato che garantiva l'unità della nazione, se non in quanto il favore reale le garantiva anche lauti stipendi e pensioni. Godendo ancora di larga influenza politica, le potenti famiglie nobili - i Guisa, i Montmorency, i Borbone, gli Châtillon, i Valois, i d'Anjou - avevano intessuto una fitta rete di relazioni clientelari con la piccola e media nobiltà la quale, spesso impoverita e sempre in cerca di protezioni che le permettessero una risalita sociale, si stringeva attorno a questo o quel nobile, favorendo i suoi interessi e appoggiandolo con le armi nelle sue imprese.

Tuttavia, a differenza dell'alta aristocrazia feudale, la piccola nobiltà di spada, i cui elementi prestavano prevalentemente servizio come ufficiali nell'esercito, guardava con favore al crescente potere reale, che nell'esercito aveva l'indispensabile garante, sperando di guadagnare benefici che le erano al momento preclusi dalle insufficienti possibilità economiche: a questo scopo, pretendeva di poter amministrare la giustizia, riscuotere le imposte e i tributi, avere accesso alle maggiori cariche del regno.

Se la piccola nobiltà di spada era in decadenza, in salita appariva la nobiltà di toga, formata da borghesi proprietari terrieri, entrati a far parte della nobiltà per i meriti acquisiti nell'amministrazione dello Stato. Sempre più ricca, creditrice dell'erario, estendeva le sue proprietà e accresceva la propria influenza nel Consiglio del Re, fornendogli l'apparato burocratico, anche ai massimi livelli, indispensabile al funzionamento di una macchina statale sempre più complessa. Essa era naturalmente fedelissima al re e alleata della borghesia, urbana e provinciale, dalla quale proveniva.

La chiesa cattolica e la corona di Francia avevano dei rapporti di amore ed odio, che risalivano a parecchi secoli prima. La Chiesa Cattolica francese aveva alcuni privilegi di autonomia da Roma (chiesa gallicana) ottenuti appunto dai Re di Francia per tutelare l'autonomia del proprio regno dalle ingerenze vaticane, e soprattutto impedire che il Papa potesse nominare vescovi sgraditi e non suoi sudditi. Il Re di Francia aveva quindi un potere religioso superiore a quello della maggior parte dei suoi rivali, ed aveva anche, per antichissimo privilegio, alcuni privilegi sacerdotali riconosciuti nell'atto dell'incoronazione. Detto questo il Re di Francia era stato più volte alleato del Papa in guerre e trattati diplomatici, ma la grande politica estera francese era sovente in contrasto con quella pontificia, e disposta ad alleanze "empie", ma di grande efficacia, con potenze non cattoliche, sia protestanti che islamiche.

La disputa sull'assolutismo Essendo troppo giovani Francesco II e Carlo IX per regnare, diverse fazioni politiche cercarono di controllare il potere: furono tre i grandi clan familiari che entrano in concorrenza fra di loro per conquistare l'egemonia politica.

Quella dei Montmorency fu una delle famiglie più grandi e potenti della Francia. La ragione risiede nella straordinaria fortuna del connestabile Anne de Montmorency che esercitò una grande influenza su Enrico II. In questa famiglia, si resero illustri François de Montmorency ed Enrico II di Montmorency.Imparentati direttamente con i Montmorency per parte di madre erano anche noti esponenti convertitisi al protestantesimo, della famiglia dei Coligny, i fratelli: Odet, cardinale de Châtillon, François de Coligny d'Andelot e Gaspard II de Coligny. Pure essendo divisi fra loro in cattolici e protestanti, i Montmorency si unirono per contrastare il crescente influsso dei cattolici Guisa, i loro maggiori rivali. La loro concorrenza nella corsa al potere fece delle guerre di religione una guerra privata tra queste due famiglie. I Montmorency furono i grandi sconfitti del conflitto: una parte dei suoi membri morì in combattimento o assassinati, un'altra parte fu imprigionata o costretta all'esilio; la famiglia conobbe un periodo di rinascita a fianco di Enrico IV con Enrico I di Montmorency. I Guisa furono i principali esponenti del partito cattolico. Cugini del duca di Lorena, ottennero il vertice della loro parabola politica grazie a Claudio di Lorena e a Francesco di Lorena, i due primi duchi di Guisa, e così grazie a Maria Stuart, regina di Francia dal 1559 al 1560. Nella famiglia si misero in luce anche il cardinale di Lorena, Enrico di Guisa e Carlo di Mayenne. Spesso messi da parte dalla reggente Caterina de' Medici a causa della loro intransigenza, i Guisa tornarono trionfalmente sulla scena: furono loro i grandi vincitori delle guerre. Nel 1588 giunsero a cacciare re Enrico III dalla capitale, destituendolo l'anno dopo. Malgrado la loro successiva sconfitta, con la sottomissione a Enrico IV, la loro potenza rimase intatta, obbligando il re a destreggiarsi con cautela nei loro confronti.