I Martiri della Foce sono 59 persone, civili e partigiani, uccisi da parte del comando della Wehrmacht tedesca tra il dicembre 1944 e il marzo 1945. Vennero uccisi alla foce del fiume Centa nella città di Albenga. Tra gli artefici di tali crimini furono riconosciuti Luciano Luberti, il capitano Gerhard Dosse e il maresciallo Friedrich Strupp.
La Feldgendarmerie
Gli uffici si trovavano nelle palazzine Incis di via Trieste ad Albenga, costruite alla fine degli anni venti. La gendarmeria era comandata dal maresciallo capo Friedrich Strupp, qua era di stanza l'ottantesimo Reggimento Granatieri della Wehrmacht, comandato dal capitano Gerhard Dosse, che era presidente anche del tribunale militare. Ne faceva parte Luciano Luberti in qualità di ufficiale e interprete, assieme a Romeo Zambianchi, brigatista nero soprannominato il vice-boia. Del nucleo della gendarmeria facevano parte anche il sergente maggiore Alfred Fuchss (nato a Mammingem il 16 dicembre 1922), il caporale Hans Nusslein (nato a Norimberga il 25 ottobre 1911) e un'altra decina di graduati di truppa, tra cui il caporale Hugo Viel. Nella palazzina Incis di via Trieste il primo piano era per gli uffici mentre nel seminterrato vi erano le celle dei prigionieri.
Il campo di aviazione di Villanova d'Albenga venne convertito in un centro di resistenza di secondo livello e non più utilizzabile per gli aerei. Albenga era considerata un possibile punto per lo sbarco alleato, tanto che vennero installati due gruppi antiaerei a Villanova e due batterie contraeree a Bastia, presidiate da circa 100 soldati tedeschi.
I bunker: silenziosi testimoni dell'epoca bellica Per capire la necessità delle costruzioni fortificate, è utile ricordare la storia del treno armato T. A. 120/2/S che fu dislocato ad Albenga e attivato al confine con la Francia il giorno 22 giugno 1940. Il tenente di Vascello Giovanni Ingrao, eseguendo un ordine tassativo (che giudicò folle) del generale Gambara, (considerato un criminale incompetente e soprannominato "il serpente"), fu costretto ad uscire con il convoglio dalla galleria ferroviaria di Capo Mortola sotto il fuoco nemico. Dopo un attacco iniziale, alle ore 14:00, ricevette l'ordine di bombardare le fortificazioni francesi. Il treno venne colpito dagli aerei, e Ingrao perse la vita nel tentativo di salvare l'artiglieria, ricevendo la Medaglia d'oro al valor militare alla memoria.
Fu per questi episodi che furono realizzati (anche per volere delle forze di occupazione tedesche che pensavano ad un possibile sbarco degli anglo-americani in questi lidi, cosa che avvenne, invece, nel 1944 verso Saint Tropez) diversi bunker: una casamatta contenente un cannone antisbarco a San Martino, due lungo la ferrovia Albenga-Ceriale e una alla foce del fiume Centa; una per cannoni antisbarco con ricovero in galleria a Vadino nei pressi dell'Aurelia;
altre tre casematte con cannoni antisbarco e ricovero per quattro uomini a Vadino, dentro Villa Colombera, e l'ultima in via R. Sanzio; una mascherata da villino lungo la via Aurelia con quattro cannoni anticarro e una con quattro cannoni antisbarco a ovest della foce del Centa.
Vennero realizzati anche diversi modelli di nidi di mitragliatrici: una in calcestruzzo vicino al Centa, lungo la ferrovia Albenga-Ceriale, alla foce dell'Antognano, in località Carenda, l'altra a San Martino, poi due in pietrame alla foce del Rio Antognano e del Centa.
Venne poi realizzato un muro di cemento armato dallo spessore di 2 metri con funzione di antisbarco sulla spiaggia di Vadino.
Le sevizie Durante gli arresti, i prigionieri venivano spesso maltrattati e torturati da parte del comando tedesco agli ordini di Dosse. Le sevizie comprendevano calci, pugni, percosse con armi, minacce di morte, bruciature con fiammiferi inseriti accesi anche nel naso e nelle orecchie, sigarette spente sul corpo, frustate a sangue con nerbo di bue, frattura di braccia e gambe, strangolamenti ripetuti, bruciamento di baffi, percosse alle testa con un bastone; ma si andava anche oltre in alcuni casi, come estirpare denti e unghie, fino ad arrivare a cavare gli occhi, oppure amputare il seno o violenza sessuale sulle donne anche con delle bottiglie; l'inserimento di una baionetta tra cranio e cuoio capelluto; l'inserimento di legnetti attraverso il naso fino al cervello; l'amputazione di pezzi di naso e orecchie anche a morsi. Una diciassettenne imprigionata a Bastia, Lina Marco, si salvò da una parte delle torture accettando di sposarsi con Luciano Luberti: venne condotto un sacerdote che ufficiò il rito, peraltro velocemente annullato dopo la guerra. Ernesta Stalla, moglie del partigiano Libero Viveri, a cui vennero strappate le unghie durante le torture, provò il suicidio per sfuggire alle torture, ma presa per tempo la salvarono. Un'altra tortura era quella di far sedere il prigioniero su una sedia attaccata al muro, mettere su questo un chiodo rivolto verso la nuca del prigioniero e accendere sotto di esso una candela, in maniera che quando il calore era troppo per fuggire si alzava il capo ferendosi la nuca. Oltre a queste sevizie carnali si esercitavano torture psicologiche, con i prigionieri portati ai piani superiori in piena notte e dicendo che da lì a poco sarebbero passati per le armi, o altro ancora.Dalle testimonianze raccolte durante i processi.
Una testimonianza tra molte fu quella dell'ingegnere capo della Provincia di Savona, Panfilo D'Ascenzo, che restò nelle carceri della Feldgendarmerie per due mesi: "La sera del 23 febbraio 1945 fui fermato nell'abitato di Albenga dal tenente della locale Brigata Nera, fui accompagnato prima presso il comando della Brigata Nera e poi successivamente alla sede della Feldgendarmerie. Fui ricevuto da Luciano Luberti il quale mi rinchiuse in una camera, successivamente venni sottoposto ad un sommario interrogatorio da parte del Luberti, fin da quella prima occasione mi furono rivolte minacce, il mattino successivo fui rilevato dalla camera ove stavo rinchiuso dal Luciano Luberti il quale, di corsa mi accompagnò nella camera adibita ad ufficio del comandante della gendarmeria il Maresciallo Strupp. Nel corso dell'interrogatorio che verteva sul fatto della mia appartenenza o meno al Comitato Clandestino di Liberazione e della mia conoscenza di elementi che lo costituivano, siccome logicamente le mie risposte erano negative o quanto meno molto evasive per stornare da me ogni sospetto, ad un certo punto il Luciano Luberti iniziò a colpirmi ripetutamente con pugni al petto, ai fianchi ed al viso, non senza prima detto: “vi strapperei gli occhi e il naso”. Il pugno che mi colpì al viso provocò una abrasione allo zigomo destro che mi fece sanguinare per molto tempo. Il Luciano Luberti si era trasfigurato, tanto da sembrare una vera e propria belva umana. Nella violenza della mia persona prese parte attiva il sergente Fuchs. Il medesimo, ad un certo punto, mi afferrò alla gola, trascinandomi attraverso il corridoio in una camera attigua, mentre il Luciano Luberti continuava a colpirmi con pugni in diversi parte del mio torace. Ad un certo punto, sentendomi venir meno, diedi un urlo ed uno strattone per liberarmi dalla presa del tedesco, quest'ultimo, allora, chiuse le imposte della finestra, mi venne incontro con la pistola in pugno, seguito nello stesso gesto dal Luciano Luberti, ed entrambi, minacciandomi di morte, mi ingiunsero di dire la verità. Al che io continuavo a mantenermi sulla negativa generica. Poco dopo fui riaccompagnato nella prima camera che mi aveva servito da prigione, là mi fu ordinato di spogliarmi, ciò che dovetti fare, così completamente nudo, mi furono legate le mani al dorso e le stremità inferiori e così lasciato rinchiuso. In tali condizioni rimasi fino verso le ore 17 dello stesso giorno. Nel corso della mia detenzione di ben 62 giorni, fu un continuo martirio morale e fisico da parte dei miei carcerieri, e più specialmente ad opera di Luciano Luberti."
Anche grazie a tali testimonianze si aggravò la situazione degli imputati durante i processi, visto che la Convenzione di Ginevra non ammette le torture per nessuna ragione nei territori occupati.
Forze armate fasciste
Quando venne fondata la Repubblica Sociale Italiana il 20 novembre 1943 si formò anche la Guardia Nazionale Repubblicana (GNR) con lo scopo di tutela dell'ordine pubblico e controllo del territorio. Assieme a questa operava la compagnia della XXXIV Brigata Nera "Francesco Briatore" dagli inizi di luglio del 1944 fino al termine del conflitto.
La compagnia della XXXIV brigata nera savonese "Francesco Briatore" si era formata l'11 luglio 1944 con lo scopo di controllare l'ordine pubblico; era intitolata a Francesco Briatore, un ispettore della federazione fascista ucciso a Erli il 24 giugno 1944 dai partigiani che circondarono la sua abitazione e lo assassinarono; questa fu una rappresaglia a seguito all'eccidio di Barchi, dove una spia fascista, Salvatore Abate, procurò la morte di Giuseppe Maccanò, Gelato, e Angelo Viani, Sardena, assieme a dei giovani che volevano disertare dalla GNR nella polveriera di Cisano sul Neva, Luigi Austoni, Lazzaro Boldrini e Antonio Vicini. Briatore era stimato come fascista poiché aveva imbastito delle reti di informatori e sezioni del Fascio in tutti i paesi vicini, conosciuto a livello provinciale come esperto in propaganda e grazie a lui il fascismo ricevette molte adesioni. I partigiani lo minacciarono più volte, ma lui volle restare a Erli dove militi fascisti e tedeschi tenevano sotto scacco il paese. Ma quella sera i ribelli erano troppi e i nazifascisti preferirono darsela a gambe lasciando solo il Briatore che fronteggiò i partigiani fino alla di lui morte. Vennero scelti i colori giallo e lilla per la brigata che piacevano al Briatore. Ne facevano parte Zambianchi e una trentina di uomini, dapprima comandati da Felice Uboldi, quindi da Pierluigi Russo; questi, già colpevole di rapine e omicidi, ritenuto troppo fanatico dalla direzione federale fascista fu sostituito con Ennio Contini. A quest'ultimo venne posta la scelta tra i campi di lavoro in Germania o la direzione del presidio ingauno; il 17 marzo 1945 il sottotenente Ennio Contini giunse ad Albenga, dove restò per un mese, poi si ritirò con i repubblichini per continuare a combattere oltre il Po, senza mai arrivarci; la Corte di Assise Straordinaria di Savona l’11 luglio 1945 lo condannò a morte per diversi capi d’imputazione, tra cui l’omicidio di don Nicolò Peluffo e di Mario Rossello oltre che altri due omicidi e una rapina in meno di venti giorni; fu compagno di cella di Romeo Zambianchi nel carcere di Sant’Agostino a Savona in attesa della fucilazione. Tuttavia non venne fucilato: la condanna a morte venne commutata nel 1947 in ergastolo e nel dicembre del 1953 riguadagnò la libertà.
Al termine del conflitto molti di questi vennero processati: il 28 aprile 1945 il Tribunale di Guerra di Alassio della Divisione Garibaldi condannò ed eseguì la fucilazione di 11 brigatisti neri, un'ausiliaria e due casalinghe; il 30 aprile al Cimitero di Leca vennero ammazzati altri 21 tra militi della "Briatore" e appartenenti alla GNR. Alcuni di coloro che ne fecero parte collaborarono con i tedeschi attivamente, per questo al termine della guerra subirono processi militari e talvolta anche vendette. Come il caso di Ernesto Lorenza, 43 anni, che aveva comandato il 9º battaglione giovanile della GNR di Alassio; era stato da poco prosciolto dall'accusa di collaborazionismo, il 24 luglio 1946, mentre si trovava ricoverato all'Ospedale San Paolo di Savona per un intervento agli occhi, quando un uomo si avvicinò al suo letto e gli sparò un colpo di pistola assassinandolo.
La lotta partigiana