Litalianizzazione forzata è stato un disegno politico del regime fascista. Il fascismo voleva plasmare l'identità nazionale e considerava la lingua italiana come uno strumento fondamentale per cementare la coesione del popolo attraverso la promozione di sentimenti patriottici e di orgoglio nazionale. Forestierismi, dialetti e lingue minoritarie furono ritenuti lesivi dell’identità e del prestigio nazionali, e considerati come forze centrifughe, e quindi da contrastare con misure dissuasive se non addirittura coercitive, scoraggiando l'uso di termini di origine straniera, influssi dialettali e lingue minoritarie. Il progetto di un'autarchia linguistica aveva avuto precedenti già all'inizio del XX secolo e il regime vi aggiunse una connotazione ideologica con l'intento di ricercare l’uniformità linguistica per rafforzare il centralismo e il consenso popolare, controllando maggiormente anche aree di colonizzazione recente.
Contrasto all’uso delle parole straniere Contro l’uso di parole straniere il regime avviò una intensa propaganda giornalistica. La politica linguistica del regime fascista fu sostenuta ad esempio dalla Gazzetta del Popolo con la pubblicazione, dal marzo 1932 a marzo 1933, della rubrica “Una parola al giorno” in cui l’autore Paolo Monelli proponeva via via la sostituzione di prestiti linguistici stranieri. Furono proposti termini in sostituzione di forestierismi entrati a far parte dell'uso comune. In sostituzione di sandwich venne proposto tramezzino (che rimase in uso nella lingua italiana anche dopo la caduta del fascismo), per cocktail venne proposto bevanda arlecchina. Mescita fu proposta in luogo di bar, acquavite in luogo di brandy o di whisky.
Molti intellettuali accolsero favorevolmente la politica di italianizzazione (sin dall'Umanesimo i linguisti e i letterati della corrente "purista" rifiutavano l'eccessiva eterogeneità linguistica del paese): tra questi Gabriele D'Annunzio, il quale propose ad esempio il termine arzente per indicare il distillato di vinacce e, in generale, qualsiasi liquore ad alta gradazione alcolica. Arzente è una variante di ardente, usata nell'antica locuzione acqua ardente (e da cui probabilmente derivò il termine arzillo).
Il regime adottò anche disposizioni legislative atte a scoraggiare l’uso delle parole straniere. Il Regio decreto dell’11 febbraio 1923, n. 352, prevedeva una sanzione amministrativa in caso di esibizione pubblica di forestierismi nelle insegne commerciali. Con l’articolo 72 del Regio Decreto 9 luglio 1939, n. 1238 venne limitata la possibilità di attribuire ai bambini nomi stranieri. Con legge 23 dicembre 1940 n. 2042 fu vietato l’uso di parole straniere nelle intestazioni delle ditte industriali o commerciali e delle attività professionali.
Le lingue straniere e lo sport L'italianizzazione delle parole straniere legate allo sport ebbe un processo diverso, anche se strettamente legato a eventi e situazioni causate e collegate al regime fascista.
Tutto lo sport italiano si sviluppò in un'epoca in cui ben poche discipline sportive si diffusero a livello popolare e, proprio perché erano stati i ceti più ricchi a introdurre in Italia quelle nuove quali tennis, calcio, rugby, la maggior parte dei termini usati era soprattutto di lingua inglese, mentre la maggior parte delle discipline classiche, quali scherma, sciabola e spada, erano legate alla lingua francese, principale idioma utilizzato negli ambienti internazionali e mitteleuropei.
Tutta la terminologia usata per il calcio, anche sui giornali, già dai primi anni dieci era al 95% di tipo anglofono. Solo poche parole desuete, quali pelouse (campo sportivo di tipo erboso), melée (mischia) e guigne (sfortuna, non volgare), erano francesi. Il primo tentativo di cambiare qualcosa si vide proprio sulla Gazzetta dello Sport dopo il 1908, quando venne vietato ai giocatori stranieri di prender parte al Campionato Italiano. Sulla Gazzetta apparve "palla al calcio" nei primi mesi del 1909 e fu solo dal luglio dello stesso anno che la vecchia F.I.F. (Federazione Italiana Football) fu sostituita dalla sigla F.I.G.C. (Federazione Italiana Giuoco Calcio), dopo che nell'Assemblea Federale non si raggiunse il quorum deliberativo e si decise, quindi, di inviare una cartolina postale a tutte le società affiliate chiedendo di approvare una delle proposte fatte in Assemblea.
Alla metà degli anni venti, quando ormai il calcio era dominio anche della classe operaia, ignorante in fatto di lingue straniere, diverse parole erano frequentemente storpiate, come ad esempio match, scritta abitualmente macht pur di rendere la stessa pronuncia, ma era ancora la terminologia inglese a farla da padrona. All'arbitro i giocatori gridavano ancora hands! (per un fallo di mano) e chiedevano loff-side (fuori gioco). La Gazzetta metteva in edicola già dal 1920 un librettino compilato dall'avvocato Giuseppe Cavazzana (arbitro e importante dirigente dell'A.I.A.), vero e proprio vangelo per tutti i giocatori, con tutto il regolamento del gioco del calcio, ma soprattutto corredato di prontuario delle parole inglesi con la relativa pronuncia.
Il calcio italiano era già cambiato, in fatto di ordinamenti voluti dall'alto, quando nel 1930 ci fu la prima e massiccia traduzione dei termini inglesi. Già nel 1930 molte società passarono dal "Football Club" ad "Associazione Calcio" e il cambiamento era una conseguenza quasi naturale: il "football" era ormai diventato "calcio" per tutti.
A subire il primo cambiamento fu nel 1930 il rugby che, ridotto a sottosezione alle dirette dipendenze della FIGC, venne "tradotto" ufficialmente in palla ovale.
Solo una parola, sport, rimaneva nel vocabolario, italianizzata in sportivo, data l'inefficacia del termine diporto. Per rendere l'idea, anche l'hockey si dovette adeguare cambiando in ochei o nella più popolare versione di palla-rotelle limitatamente alla sezione hockey su pattini. Da notare che in Svizzera viene correntemente usata sia dalla stampa sia dalla popolazione italofona l'espressione disco su ghiaccio. Anche il basket subì l'italianizzazione, diventando palla al cesto o anche pallacanestro, rimasta ancora nell'uso.
Inoltre, a questo proposito, il divieto dell'uso di termini non italiani si accompagnò con l'italianizzazione dei nomi delle società sportive. Ad esempio, il negli anni trenta vide italianizzata la propria denominazione in Genova 1893 Circolo del Calcio, così come il divenne nel 1939 Associazione Calcio Milano. Nell'hockey su ghiaccio, la squadra dell'Hockey Club Cortina divenne nel 1935 Sportivi Ghiaccio Cortina, denominazione che mantiene ancora.
Contrasto all’uso dei dialetti L’avversione ai dialetti fu dettata dal timore che alimentassero spinte regionalistiche e localistiche. Il divieto di impiego dei dialetti fu rigido nella stampa, nella letteratura e nel teatro, mentre per non perdere il consenso delle masse dialettofone si praticò maggiore tolleranza nel cinema, specie durante la guerra. Un efficace strumento rivelatosi decisivo nel contrasto all’uso dei dialetti fu la promozione dell’istruzione scolastica favorita dalla riforma scolastica Gentile del 1923, che introduceva fra l’altro il principio della gratuità, portando l’obbligo scolastico ai 14 anni di età. A favorire l’erosione dell’uso dei dialetti contribuirono anche l‘urbanesimo e le migrazioni interne, che avrebbero dato origine ad una situazione di osmosi linguistica, che ha coinvolto non soltanto gli immigrati, ma pure la stessa popolazione locale residente nella località di destinazione degli emigrati. A tal proposito risulta interessante l’osservazione, fatta nel 1930 da Matteo Giulio Bartoli, linguista membro dell’Accademia d'Italia:
Italianizzazione forzata durante il fascismo nei territori alloglotti o mistilingui
Con la conquista della Venezia Tridentina e della Venezia Giulia, il Regno d'Italia si trovò ad amministrare dei territori mistilingui, precedentemente appartenuti all'Impero austriaco, dove fino ad allora avevano convissuto civilmente popolazioni di madrelingua diversa da quella italiana. Il censimento del 1921 accertò nella Venezia Tridentina la presenza di cittadini di madrelingua tedesca e nella Venezia Giulia la presenza di cittadini di madrelingua slovena e cittadini di madrelingua croata. Nei confronti degli appartenenti a queste minoranze linguistiche (che avevano uno spiccato senso di identità nazionale) le autorità del Regno d'Italia, durante il ventennio fascista, adottarono provvedimenti di politica linguistica tendenti a limitare l'uso delle loro rispettive lingue materne, e a imporre l'uso dell'italiano. Gli appartenenti alle minoranze linguistiche percepirono tali provvedimenti come lesivi dei diritti e delle libertà fino ad allora ad essi riconosciuti nell'Impero austriaco: la possibilità di conservare il proprio nome di battesimo ed il proprio cognome; la possibilità di attribuire ai figli il nome di battesimo legato alla propria tradizione etno-linguistica; la possibilità di usare la propria lingua nei rapporti sociali e nei rapporti con le autorità amministrative pubbliche. la possibilità di fornire ai propri figli una educazione scolastica nella propria madrelingua;Legge 1º ottobre 1923, n. 2185 – Riforma scolastica Gentile In base alla Riforma scolastica Gentile nella Venezia Giulia furono chiuse 488 scuole con lingua d'insegnamento slovena o croata – Gli edifici scolastici continuarono a ospitare alunni sloveni o croati, che dovevano però parlare solo in italiano con i maestri originari dall'Italia assunti in sostituzione dei precedenti docenti..
Il processo di italianizzazione fu più forte in Alto Adige che nella Venezia Giulia. Al riguardo si deve specificare che, mentre nella regione altoatesina gli italiani nel 1910 erano stimati in circa il 3% (e in circa il 4% i ladini), in Venezia Giulia, sempre secondo il censimento austriaco del 1910, vi era una maggioranza relativa italiana attestata intorno al 40%. Tuttavia non vi fu alcun tentativo di mantenere il plurilinguismo, vigente fino ad allora e si impose l'uso di una lingua che non era la lingua madre della maggioranza della popolazione autoctona, pur essendo compresa. Nell'alta e media valle del fiume Isonzo, in parte del Carso fino alla località di Senosecchia, nei paesi gravitanti nell'orbita triestina e goriziana, l'italiano era conosciuto e compreso da tutti; lo stesso accadeva per la larga parte dei croati residenti nelle zone dell'Istria, del Quarnaro e della Dalmazia, un tempo appartenute alla Repubblica di Venezia. Nei restanti territori (valli tributarie dell'Isonzo, Carso interno, zona del monte Nevoso ecc.) l'italiano non era conosciuto e qui il processo di italianizzazione fu un'imposizione tout court.
Non avvenne italianizzazione forzata nella città dalmata di Zara, la cui componente etnica italiana era largamente maggioritaria già prima dell'annessione e la lingua italiana era compresa e utilizzata dall'intera cittadinanza. Riguardo all'isola di Lagosta, a forte maggioranza slava, l'italianizzazione fu dovuta più che dalla precisa volontà del governo italiano, dal trasferimento spontaneo di famiglie delle altre isole dalmate (principalmente da Lissa), che abbandonarono le proprie terre d'origine dopo l'assegnazione di queste alla Jugoslavia.
Italianizzazione nel fascismo della toponomastica e dei cognomi non italiani L'italianizzazione venne perseguita, seguendo nelle intenzioni il modello francese, attraverso una serie di provvedimenti aventi forza di legge e un gran numero di disposizioni alla stampa e alle case editrici, invitate a evitare termini e nomi stranieri preferendogli i corrispondenti italiani o italianizzati.
Tra i molteplici provvedimenti adottati dal regime fascista allo scopo di imporre l'uso della lingua italiana a tutta la popolazione e di adattare le voci non italiane al sistema linguistico italiano, vanno ricordate:
l'italianizzazione dei cognomi non italiani