Il Museo Archeologico della Città di Vercelli (MAC) si colloca nell'ex manica medievale del complesso di Santa Chiara nei pressi del centro storico di Vercelli; è stato inaugurato nel 2014 e aperto al pubblico all'inizio del 2015. Il museo è stato intitolato a Padre Luigi Bruzza, noto studioso che tanto si occupò dell'archeologia vercellese.
L'esposizione conserva reperti archeologici frutto di scavi stratigrafici esclusivamente urbani realizzati negli ultimi 30 anni circa e che consentono di ricostruire molti aspetti della vita nell'antica città di Vercellae e del precedente insediamento preromano dei Libui.
L'allestimento prevede l'esposizione di molti reperti collocati sia all'interno di vetrine luminose, sia, in alcuni casi, al di fuori di esse; quindi l'adozione di pannelli esplicativi, video ricostruttivi, schermi touch e videoproiettori, contribuisce a rendere il percorso più immediato e fruibile ad un vasto pubblico. Le sale espositive sono sette, collocate al primo piano e seguono un percorso cronologico e tematico.
Storia
Luigi Bruzza (1813 - 1883)
Luigi Bruzza nacque il 15 marzo 1813 a Genova; dopo la laurea e una tesi sulla letteratura latina, intraprese il noviziato e si trasferì a Roma per studiare Teologia. Qui conobbe Luigi Ungarelli, archeologo orientalista che alimentò il suo interesse per l'antichistica. Nel 1839 giunse a Vercelli per insegnare Retorica presso le scuole di S. Cristoforo. Il suo soggiorno vercellese durò fino al 1853, momento in cui si trovò costretto a trasferirsi prima a Napoli, poi a Moncalieri e infine a Roma (1867). Durante la sua permanenza a Napoli approfondì gli studi sulla Magna Grecia, tanto da imparare il greco in breve tempo. A Roma invece studiò i marmi lunensi, i bolli anforacei provenienti dal monte Testaccio, seguì gli scavi dell'area dell'Emporio, arrivando a scrivere dei testi su tali ricerche. Morì a Roma il 6 dicembre 1883.
Il lapidario e il progetto di un Museo Civico Durante la sua permanenza a Vercelli Bruzza si appassionò sempre più all'archeologia e all'epigrafia, iniziando così a dedicare la maggior parte del proprio tempo allo studio dei materiali epigrafici e dei manufatti e alla stesura delle "Iscrizioni Antiche Vercellesi", opera che raccoglie tutto il materiale epigrafico rinvenuto dal Bruzza e dai suoi collaboratori, coi quali intratteneva un'assidua corrispondenzaBruzza, a seguito del trasferimento a Napoli e poi a Roma, veniva tenuto costantemente aggiornato riguardo alle scoperte archeologiche ed epigrafiche vercellesi dai suoi amici e collaboratori (Caccianotti, Leone, Mella e tanti altri personaggi). Per approfondimenti sull'epistolario bruzziano, G. Sommo, Corrispondenze archeologiche vercellesi, 1979.. Egli inoltre sorvegliava gli scavi archeologici del territorio per cercare di salvare dalla distruzione anche tutti quegli oggetti che all'apparenza potevano sembrare poco preziosi; ecco dunque la ragione che ha spinto molti studiosi a definirlo un pioniere dell'archeologia moderna, fautore dello scavo pre-scientifico, basato cioè sulla raccolta, documentazione e catalogazione anche di frammenti e piccole evidenze. In questo arco di tempo Bruzza maturò un oneroso progetto: realizzare un Lapidario"Ordinato nella magnifica cornice del chiostro della basilica di S. Andrea fra il 1875 e il 1880, il Museo Lapidario sorse grazie allo stimolo del dotto padre barnabita, con la "complicità" di alcuni vercellesi (il ruolo del Caccianotti, che finanziò la stampa del lavoro sulle iscrizioni, fu ad esempio determinante), per espressa volontà del Municipio, che aveva demandato a tale compito una apposita commissione presieduta dal Locarni. Esso veniva a colmare un vuoto. altrove già da tempo riempito, in una città ricca di memorie archeologiche, con un impianto ed una logica espositiva di gusto piuttosto antiquario [...]. Nel 1901 Camillo Leone ebbe ancor modo di rilevare in quale stato versassero le raccolte bruzziane del chiostro di S. Andrea e quanto poco funzionasse la Commissione Archeologica [...]. Più tardi, nel 1904, Cesare Faccio, il bibliotecario comunale, realizzerà il catalogo del museo, poi ristampato e aggiornato dal figlio Giulio Cesare nel 1924, poco prima che le lapidi, le anfore e i sarcofagi del Lapidario finissero incorporate alle raccolte archeologiche Leone [...], G. Sommo, Vercelli e la memoria dell'antico, 1982. con annesso Museo Archeologico Civico. Il lapidario venne costituito nel 1877 presso il chiostro della Basilica di Sant'Andrea; invece il Museo non vide la lucePer approfondimenti divulgativi sulla figura del Bruzza nel 2020 è stata realizzata una rubrica su Facebook intitolata "Bruzza Lapidario", scritta dalla volontaria del Servizio Civile presso il MAC..
Realizzazione L'idea del Bruzza di creare un museo archeologico civico non trovò dei sostenitori e ben presto la cittadinanza se ne dimenticò. Bisognerà aspettare fino al 2014 per vederne la realizzazione.
Descrizione
Complesso monastico di Santa Chiara La manica medievale dell'ex monastero di Santa Chiara è la sede presso cui il MAC è stato collocato.
Storia del complesso
Il complesso di Santa Chiara sorge su un'area occupata da una chiesa più antica, la chiesa e il convento dei Santi Graziano e Felino; ad essa era annesso un ospedale, riservato ad ospitare viandanti e pellegrini. Nel 1458, per mezzo di una bolla papale, essa venne concessa ai lateranensi, mentre nel 1480 venne affidata alle clarisse per beneplacito di Papa Sisto IV, le quali la reintitolarono a Santa Chiara a seguito della soppressione della parrocchia di San Graziano (avvenuta nel 1664), che invece venne aggregata a quella di S. Agnese. Tra il 1754 e il 1761 l'edificio religioso venne completamente riprogettato da Bernardo Vittone: l'antica chiesa infatti era stata danneggiata dall'esercito francese e così fu abbattuta, eccetto il piccolo chiostro gotico. Le monache furono così costrette a vivere nei sotterranei, per sopravvivere alle bombe ma molte morirono ugualmente a causa delle pessime condizioni in cui furono costrette a vivere negli scantinati. A causa della soppressione degli ordini religiosi, avvenuta nel 1802, il monastero venne trasformato in un primo momento in un deposito, in seguito in dogana e successivamente in una caserma; la chiesa e la sagrestia vennero venduti al sacerdote francese Pietro Fournier, il quale a sua volta vendette nel 1823 i locali all'arcivescovo Giuseppe Maria Grimaldi; Grimaldi ristabilì il monastero e restituì la chiesa alle clarisse. Con la soppressione dei conventi del 1855 e del 1866, le monache furono costrette ad andarsene, ma solo qualche anno dopo, cioè nel 1878; il complesso così venne acquistato dal Comune di Vercelli. Le ultime vicende storiche lo vollero sede del 75º distretto miliare sino al 1957, magazzino comunale, ricovero per i senzatetto (dal 1947 al 1964) e location per il film d'esordio alla regia di Giuliano Montaldo, "Tiro al piccione" (1961). Inoltre, dal 21 ottobre al 26 novembre 1967, nella chiesa si tenne una mostra sull'architetto Bernardo Vittone.
Stile La chiesa del complesso di Santa Chiara fu totalmente riprogettata in stile barocco dall'architetto torinese Bernardo Vittone; delle parti più antiche si conservano un piccolo chiostro (al quale si accede direttamente da via Farini) facente parte del complesso di San Graziano, e la manica medievale (sede del MAC). La pianta del chiostro medievale è rettangolare e presenta tracce di affreschi ormai molto consunti. Nel XVIII secolo Ignazio Galletti realizzò il cortile posteriore alla chiesa e l'abside. L'edificio sacro presenta una cupola a pianta esagonale molto raffinata e luminosa, un'abside con doppio ambulacro e una facciata slanciata e curvilinea, che riprende anche esternamente il movimento interno dell'edificio; i lati invece risultano convessi e sormontati da archi, i quali a loro volta vengono sostenuti da alcuni fasci di colonne e lesene. Dopo diversi anni di restauri, la chiesa è stata adibita ad auditorium mentre il chiostro è stato suddiviso in più maniche, destinate a funzioni diverse (la manica settecentesca è oggi sede della scuola di musica Vallotti e la manica medievale è dimora del MAC).
Collezione Il MAC conserva più di seicento reperti, tutti provenienti dagli scavi archeologici più recenti realizzati in città. Gli oggetti raccontano la storia dell'antica Vercelli partendo dai primi abitanti di cui si hanno tracce, cioè i Libui, per poi narrare lo sviluppo e l'apogeo del municipio romano, sino ad arrivare alla "crisi" dell'età tardoantica.
Allestimento
Il museo offre un allestimento moderno, interattivo e multimediale. Un lungo corridoio al primo piano immette nelle sette sale, alcune delle quali presentano doppio accesso. L'illuminazione è artificiale, eccetto per una parte del corridoio. I colori che dominano sono il bianco (delle pareti) e il rosso (delle vetrine e dei pannelli). Grazie all'uso di proiettori è possibile visualizzare alcuni oggetti non presenti nel museo; inoltre è stato predisposto un totem parlante della stele bilingue, conservata al Museo Leone di Vercelli, per spiegare la romanizzazione della città. Attraverso gli schermi touch è possibile comprendere i riti funerari dell'epoca romana, la planimetria dell'antica città, la disposizione di edifici pubblici e privati nonché delle necropoli, e le rotte commerciali. Il 3 dicembre del 2018 è stata inaugurata la sala dedicata al porto-canale di via Pastrengo, dove attraverso pannelli più tradizionali e schermi interattivi è possibile ricostruire l'aspetto originario del porto fluviale vercellese assieme alle rotte commerciali di svariati beni di consumo (garum, olio, vino, allume, tessuti, spezie).
Sale
Al primo piano dell'edificio ospitante il museo vi sono sette sale (disposte in ordine cronologico), ciascuna delle quali è dedicata ad uno specifico tema:
Il villaggio dei Libui La romanizzazione La città Le domus Le necropoli La memoria Il commercio e le attività artigianali
Reperti
Gli 'oltre seicento reperti esposti permettono di avere una visione d'insieme sulla storia della Vercellae pre-romana e romana. Tra i manufatti presenti vi sono:
stoviglie (bicchieri, piatti, bottiglie, pentole sia in vetro sia in ceramica); monete; gioielli (collane, amuleti, anelli); urne cinerarie; pedine e dadi; edicole e stele funerarie; statue e busti (sia in pietra sia in argilla); attrezzi (pesi da telaio, pinze, crogioli, mortai); elementi della toilette femminile (unguentari, pettini, spilloni); elementi domestici (lucerne, frammenti di pitture, chiavi); elementi decorativi vari (cerniere, appliques, antefisse, paraste); contenitori per il trasporto di alimenti (anfore); resti organici (pane, semi).
Edilizia romana, pubblica e privata, al MAC Edifici e le strutture pubbliche